Ecco, ci risiamo: siamo di nuovo caduti nella trappola del “fare di ogni erba un fascio”, vale a dire confondere/generalizzare l’intolleranza verso una o più persone (siamo onesti, io per prima non sono esente da questo comportamento, anche se poco educativo) con l’odio verso un intero popolo/nazione: Nord contro Sud, Est contro Ovest, Occidente contro Oriente, Europa contro America, cattolici contro tutte le altre religioni e chi più ne ha più ne metta. Ora è la volta di “Israele contro Palestina”, con due tifoserie che, in nome della “Pace”, manifestano pensieri ben più bellicosi di qualsiasi scontro armato, mettendo a dura prova la nostra intelligenza e il buon senso comune.
Mi riferisco all’episodio avvenuto in un autogrill di Lainate, sul quale riporto l’editoriale di Marco Travaglio pubblicato su “Il fatto quotidiano” di oggi 30 luglio 2025.
La parola “Pace” grammaticalmente è un nome comune di cosa femminile, singolare e difettivo (manca del plurale), primitivo e ASTRATTO: indica cioè concetti, idee, qualità, sentimenti o stati d’animo che non possono essere percepiti con i cinque sensi. Mai come ora, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale compete pesantemente con le briciole rimaste di quella reale; un’epoca in cui l’ansia da prestazioni del “diritto d’informazione” dei mass media sottopone (non so fino a che punto inconsapevolmente) l’opinione pubblica, ad un vero e proprio bombardamento mediatico, attivando reazioni a catena in grado di manipolare il pensiero della società civile (ma quanto “civile”?), si agisce nel nome di una parola così tanto ipocritamente invocata e abusata, che in verità tutti si sono armati e si stanno armando fino ai denti pur di difenderla (in nome di chi? Di che cosa?).
Allora, per favore, rallentiamo il passo, prendiamoci il giusto tempo per riflettere con calma, senza vergognarci di provare antipatia verso qualche persona (io stessa non sono immune da questa malattia), ma non generalizziamo: cerchiamo di conoscere e approfondire giusto un pochino ciò di cui stiamo leggendo sui giornali, vedendo in tv, ascoltando ala radio. “Perdiamo” un po’ di tempo per farci un’idea personale, facendoci influenzare il meno possibile dai persuasori più o meno occulti che tentano di farci diventare pecore del gregge (con tutto il rispetto per le pecore). Cerchiamo di avere il coraggio di essere “pecore nere”, togliendoci dalla testa l’idea che sia sinonimo di devianza: questo è un concetto che piace a chi vuole esercitare un controllo sulle nostre idee. Non dobbiamo cedere alla tentazione delle tifoserie: o con me, o contro di me; buoni/cattivi; giusto/sbagliato.
E magari, se proprio vogliamo essere “influenzati”, andiamo a recuperare un piccolo gioiello, che non fa uso di immagini “forti” o di impatto documentaristico, ma racconta la storia “banale” di una possibile convivenza: mi riferisco a “Il giardino dei limoni”, film del 2008 che racconta della nascita di un’amicizia tra una vedova palestinese di un villaggio della Cisgiordania e il Ministro (donna) della Difesa israeliano, sua vicina di casa. Per ragioni di sicurezza la vedova dovrebbe abbattere gli alberi del suo giardino, ma essi, oltre a rappresentare l’unica fonte di sostentamento, rappresentano le sue radici e la sua memoria. La questione finisce in tribunale, ma, inaspettatamente, la solidarietà femminile ha il sopravvento su una sfida che sembra impossibile. Messaggio utopistico di una speranza che sopravvive solo nella finzione cinematografica? Forse, ma a volte basterebbe davvero poco per ribaltare le carte in tavola, se ci ricordassimo di due parole fondamentali e universali, in qualsiasi lingua vengano scritte e pronunciate: “restiamo umani”.
