
“Cara Abir, dunque io morivo proprio nell’anno in cui tu nascevi. Se ci fossimo conosciute saremmo diventate amiche per la pelle, come i nostri due padri. Ne sono sicura”.
Queste parole riassumono l’ipotetico dialogo tra due bambine che non s’incontreranno mai perché l’israeliana Smadar Elhanan (14 anni) morì il 4 settembre 1997 in un attentato suicida palestinese a Gerusalemme e la palestinese Abir Aramin (10 anni) morirà il 16 gennaio 2007 colpita da un proiettile di gomma sparato da un agente di polizia di frontiera israeliano: due episodi separati, ma legati al conflitto israelo-palestinese.
La loro storia e quella dei loro padri è stata raccontata lo scorso 30 aprile a Palazzo Verbania, nell’ambito del ciclo di incontri “Educare al dialogo” promossi da GIM Progetti ODV in collaborazione con il Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano e con il patrocinio del Comune di Luino.
Ospiti della s+erata Carola Benedetto e Luciana Ciliento, autrici del libro “Mio padre, tuo padre”, ed. De Agostini.
Amiche e collaboratrici di vecchia data, le due scrittrici sono rispettivamente indologa, autrice, regista, nonché ospite fissa del programma “Overland19“, “Overland20” (RAI 1) come consulente scientifico e traduttrice, interprete, condirettrice del festival dei viaggiatori extra-ordinari “Per sentieri e remiganti”.
Qui invece si narra la storia vera di due padri: l’israeliano Rami Elhanan, classe 1950, figlio di un ex internato nel campo di concentramento di Auschwitz e il palestinese, Bassam Aramin, nato nel 1968 in un piccolo villaggio in Cisgiordania.
Entrambi fanno parte del “Parents Circle-Families Forum”, un’organizzazione che dal 1995 unisce famiglie israeliane e palestinesi accomunate dal dolore per la perdita di una persona cara a causa del conflitto, con lo scopo di trasformare il lutto in un impegno per la Pace, superando l’odio attraverso il dialogo, l’ascolto, la tolleranza e la comprensione reciproca.
Tra le pagine del testo è anche possibile leggere i pensieri delle due ragazzine, alle quali è affidato il respiro dell’anima per allontanare i sentimenti vendicativi, scegliendo invece un sentiero “rivoluzionario”, per ricordare che “la pace non è un sogno lontano, ma una scelta da fare ogni giorno”.
«Mi chiamo Smadar Elhanan. Il mio nome significa “fiore che si schiude e viene dalla Bibbia, dal Cantico dei cantici…» «Il mio nome è Abir Aramin. Abir deriva dall’arabo antico e significa qualcosa come “profumo di fiore””. Vedi, Amadar? Anche il mio nome è legato ai fiori, come il tuo». Ecco, bastano poche parole di presentazione, come quelle scelte e lette da alcune rappresentanti del gruppo Scout presente in sala, per annullare ogni differenza e distanza spazio-temporale.
Da dove nasce l’idea di questo racconto?
«Questo è un libro che non abbiamo scelto. – Hanno affermato le relatrici – Il 7 ottobre 2023 (data dell’attacco sferrato da Hamas contro le comunità di Israele attorno alla Striscia di Gaza) ha risvegliato le coscienze. Noi arrivavamo dalla narrativa per ragazzi sull’ambiente con la scoperta di vivere nel sogno delle frontiere che cadono. Invece ci siamo ritrovati in guerra, benché si possa vivere ugualmente, perché in fondo questa cosa non ci riguarda… Poi, quel pomeriggio del 2024, tra i vari TG è passata la notizia di questi due padri che stavano andando da Papa Francesco… In quel momento capimmo di avere una storia da raccontare e più facevamo ricerche, più capivamo che era l’unica di cui ci interessava parlare. L’idea era chiara: abbiamo immaginato le loro figlie, pensando alla loro voce, come una panchina dalla quale esse guardavano il percorso dei loro padri».
Come sono stati contattati Rami e Bassam? Le autrici hanno tradotto qualche brano dall’ottavo capitolo e l’hanno inviato ai due uomini. Dopo un silenzio che stava diventando preoccupante, ecco finalmente una e-mail con un insolito invito a pranzo: “Posso mettere le mie viscere sul tavolo?”, frase metaforica che descrive un atto di estremo coraggio nell’esporsi totalmente, rivelando le proprie verità più intime e dolorose senza filtri.
Carola, Luciana e i due papà a si incontreranno Barcellona, di fronte a quel mare che la piccola Abir non riuscì a vedere perché un soldato dell’IDF le sparò prima che le fosse concesso il permesso di andarci. E forse, il mare, sarebbe piaciuto anche a Smadar in quel primo giorno assolato di scuola, magari in moto, abbracciata a suo padre Rami; invece, saltò in aria con i suoi attentatori palestinesi.
I due uomini risponderanno con franchezza che non hanno le forze per riaprire una ferita insanabile: «Le nostre figlie sono le uniche che non si sono mai incontrate: quando nasceva l’una moriva l’altra», intuendo che la voce delle due ragazzine avrebbe reso il racconto così intenso da diventare insopportabile.
“Cara Smadar… – scrive Abir in un ipotetico epistolario – un giorno piangevo perché era il mio compleanno e volevo andare al mare. Anche se era a meno di venti chilometri da casa nostra, non potevo raggiungerlo, né sentirne il rumore, perché si trovava in territorio israeliano. Lo avevo visto una sola volta da una terrazza e per non dimenticarlo lo avevo disegnato subito… Quel giorno ho pianto tanto che le lacrime, invece di prosciugarmi, mi hanno caricata di rancore…. perché non potevo andare al mare? Che cosa avevo fatto di male? Ho sbattuto il libro sul tavolo e ho gridato… Mio padre mi ha interrotto: “Bambina mia, non perdere tempo a odiare niente e nessuno. Con l’odio non si cambiano le cose. Bisogna che cambiamo noi, così anche le ingiustizie alla fine si aggiusteranno… Il mare ti aspetta e prima o poi ci andremo insieme. Vorrei dire a mio padre che non importa se alla fine non siamo riusciti ad andare al mare. Lui ci va, appena può, si siede su una panchina e lo guarda. Be, cara Smadar, in quei momenti con lui ci sono anch’io”».

Proprio il libro riuscirà, invece, a prendere il sopravvento: «L’abbiamo scritto a quattro mani? No, l’abbiamo scritto a più e più mani, grazie ad una forza che spingeva da dietro in modo propulsivo».
Sono diversi tra di loro, Rami e Bassam, ma si vogliono molto bene: lo si nota subito osservando la foto che campeggia dietro al tavolo delle relatrici: «Non ci si dovrebbe schierare né da una parte né dall’altra, riconoscendo dignità e diritti ad entrambi i popoli. È questa la strada che ci obbliga ad abbandonare i pregiudizi e per questo motivo questi uomini straordinari sono entrati in due organizzazioni importanti come “Parents Circle”, che dal 1995 riunisce oltre 700 famiglie israeliane e palestinesi accomunate da una tragica esperienza: la perdita di una persona cara a causa del conflitto. Nonostante il dolore, queste famiglie hanno deciso di unirsi per un obiettivo comune: trasformare il lutto in un impegno per la pace».
Non uno scontro fra nemici, ma sicuramente un incontro molto difficile, per raccontarsi la reciproca umanità scendo dalla mentalità vittimistica; la scelta della Pace è l’unica strada percorribile, perché “non abbiamo altri figli da sacrificare e altre vie sono troppo dolorose… Noi non diventeremo disertori, ma vogliamo fare un passo avanti e tra le varie correnti armate forse ci sono persone che hanno deciso che è ora di finirla con le guerre”.
Con questo scopo è nato, nel 2005, il movimento “Combattenti per la Pace”, costituito da Israeliani e Palestinesi che perseguono l’ideale di una convivenza pacifica fra i popoli che deve essere conquistata servendosi dell’arma della non violenza. Inizialmente questo movimento era composto prevalentemente da uomini; ora invece il gruppo si è esteso, identificandosi nella necessità di dialogo e di riconciliazione e le coordinatrici sono due donne.
La stessa storia di Rami è emblematica perché, dopo aver raggiunto i vertici della gerarchia militare, si rende poi conto che possedere la terra non significa avere sicurezza. Lascia l’esercito e giudicato come traditore; fonda poi un piccolo partito, che porta avanti segrete trattative con Arafat, perché in realtà il piangere esiste da ambo le parti: “Conosco gli arabi buoni, quelli che vengono a tagliare il prato…”.
Libro educativo, dunque, questo “Mio padre, tuo padre”? Uscito nel settembre dello scorso anno con un target contrassegnato “11+” e giunto ora alla seconda ristampa, è stato presentato da Carola e Luciana nelle classi quinte della scuola Primaria, ma anche a ragazzi delle medie e delle superiori, con i quali sono state condivise importanti riflessioni. Ciò che colpisce in modo particolare è la grande emozione che si prova pensando a questi due padri che si parlano guardandosi negli occhi, perché «stare in una stanza seduti di fronte ad una persona che vi ha fatto del male non è così semplice, tuttavia porta ad una trasformazione straordinaria che allontana dalla via armata».
A Palermo, in una scuola che si trova accanto all’albero della strage di Capaci, nella quale Carola e Luciana hanno presentato il libro, i ragazzi hanno scritto: “Martin Luther King ha sottolineato che alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Cari Rami e Bassam, sappiate che da questa parte del mondo c’è qualcuno che l’ha capito”.
«Come il criceto che non riesce ad uscire dalla ruota, anche noi ci siamo dentro fino al collo – Hanno concluso le due relatrici – Questa storia è viva e non vuole trovare un punto di arrivo; siamo sprofondate in un abisso di ignoranza dal quale siamo riemerse poco per volta. La fatica iniziale è stato condividere questo percorso soprattutto perché abbiamo dovuto combattere una battaglia contro i luoghi comuni, come quelli sulle origini “tribali” di due popoli».
Ciò che invece ci deve far ulteriormente riflettere, è anche la coincidenza di un singolare appuntamento tra vla ita e la morte: Smadar morì nello stesso ospedale, l’Hadassah a Gerusalemme, dove successivamente morirà anche Abir.
Luino, 28 marzo 2026 – Palazzo Verbania è tornato ad ospitare lo scrittore, saggista, giornalista e opinionista Mauro della Porta Raffo, grazie ai Lions Club Luino con il presidente Nunzio Mancuso e il patrocinio del Comune. “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”, siamo tentati di dire parafrasando la celebre poesia “L’aquilone” di Giovanni Pascoli, perché Trump sembra essere un libro aperto, soprattutto per quanto riguarda la sua straordinaria capacità di stravolgere le regole del gioco, rimescolando le carte e disorientando non solo gli esperti, ma soprattutto l’opinione pubblica.
rvento della studiosa Irene Affedi Di Paola è partito dall’imminente visita del presidente Xi Jinping negli Stati Uniti, dopo lo storico incontro dell’ottobre scorso in Corea del Sud per allentare la tensione commerciale innescata negli ultimi mesi. Entro la fine dell’anno i due leader si incontreranno per discutere e, probabilmente, rinegoziare gli accordi.
A Maurizio Cabona il compito di citare una serie di lungometraggi, a partire da “55 giorni a Pechino” (1963), in cui si racconta la vicenda della colonia occidentale di Pechino durante la rivolta dei Boxer.
«Il messaggio definitivo sembrerebbe far leva sull’economia. – Ha concluso Franco Ferraro – Nel dicembre 2025, nel corso di un comizio in Pennsylvania Trump ha tenuto un importante discorso snocciolando dati che sottolineavano il buono stato dell’economia americana». Tuttavia, a causa dei dazi l’America non sta meglio rispetto a prima e i primi danneggiati sono i cittadini stessi, a causa degli aumenti spaventosi sulle materie prime, sull’agricoltura e nei rapporti con la Cina e gli altri paesi importatori.
Ecco, ci risiamo: siamo di nuovo caduti nella trappola del “fare di ogni erba un fascio”, vale a dire confondere/generalizzare l’intolleranza verso una o più persone (siamo onesti, io per prima non sono esente da questo comportamento, anche se poco educativo) con l’odio verso un intero popolo/nazione: Nord contro Sud, Est contro Ovest, Occidente contro Oriente, Europa contro America, cattolici contro tutte le altre religioni e chi più ne ha più ne metta. Ora è la volta di “Israele contro Palestina”, con due tifoserie che, in nome della “Pace”, manifestano pensieri ben più bellicosi di qualsiasi scontro armato, mettendo a dura prova la nostra intelligenza e il buon senso comune.
La parola “Pace” grammaticalmente è un nome comune di cosa femminile, singolare e difettivo (manca del plurale), primitivo e ASTRATTO: indica cioè concetti, idee, qualità, sentimenti o stati d’animo che non possono essere percepiti con i cinque sensi. Mai come ora, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale compete pesantemente con le briciole rimaste di quella reale; un’epoca in cui l’ansia da prestazioni del “diritto d’informazione” dei mass media sottopone (non so fino a che punto inconsapevolmente) l’opinione pubblica, ad un vero e proprio bombardamento mediatico, attivando reazioni a catena in grado di manipolare il pensiero della società civile (ma quanto “civile”?), si agisce nel nome di una parola così tanto ipocritamente invocata e abusata, che in verità tutti si sono armati e si stanno armando fino ai denti pur di difenderla (in nome di chi? Di che cosa?).
E magari, se proprio vogliamo essere “influenzati”, andiamo a recuperare un piccolo gioiello, che non fa uso di immagini “forti” o di impatto documentaristico, ma racconta la storia “banale” di una possibile convivenza: mi riferisco a “Il giardino dei limoni”, film del 2008 che racconta della nascita di un’amicizia tra una vedova palestinese di un villaggio della Cisgiordania e il Ministro (donna) della Difesa israeliano, sua vicina di casa. Per ragioni di sicurezza la vedova dovrebbe abbattere gli alberi del suo giardino, ma essi, oltre a rappresentare l’unica fonte di sostentamento, rappresentano le sue radici e la sua memoria. La questione finisce in tribunale, ma, inaspettatamente, la solidarietà femminile ha il sopravvento su una sfida che sembra impossibile. Messaggio utopistico di una speranza che sopravvive solo nella finzione cinematografica? Forse, ma a volte basterebbe davvero poco per ribaltare le carte in tavola, se ci ricordassimo di due parole fondamentali e universali, in qualsiasi lingua vengano scritte e pronunciate: “restiamo umani”.
Ecco, lo sapevo. Mi conosco troppo bene: ancora una volta non ho saputo resistere alla tentazione… Speravo che l’età mi avesse regalato un po’ di prudenza, di diplomazia, di sano “menefreghismo”, nel senso che ormai, a 70 anni, nulla avrebbe potuto scalfire quella corazza così faticosamente e sistematicamente costruita nel corso del tempo come autodifesa dalle cose che non comprendo e che mi feriscono, facendomi scivolare elegantemente ogni cosa sul piano inclinato della mia pù totale indifferenza.
Questa è la frase che più frequentemente ho sentito pronunciare dagli scolari nei miei quasi 42 anni di servizio, con la medesima formula e lo stesso tono di voce (me lo sento ancora nelle orecchie) con cui io stessa me la sono sentita rivolgere, a volte, nel corso della mia ormai lunga vita, ostinandomi, comunque, a coltivare vecchie e nuove amicizie cercando di ascoltare, capire, mettermi nei panni di coloro con i quali mi andavo di volta in volta a confrontare; a volte ottenendo buoni risultati, altre volte, purtroppo, dovendo necessariamente sciogliere quel rapporto, senza mai cambiare la mia fede nell’esistenza di questo complicato, delicato e a volte contradditorio sentimento.
“Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai”.
Puntuali le domande dei ragazzi su alcuni capitoli del libro, che hanno dimostrato di aver letto con attenzione: soprattutto le testimonianze di Caterina Chinnici figlia del magistrato, Giuseppe Ayala ex magistrato vicepresidente Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, la lettera di Filomena Bartolotta.
L’11 aprile mio papa compirebbe 100 anni e ogni anno in questo periodo ripropongo la sua immagine di giovane partigiano della Brigata Matteotti. Ognuno di noi è frutto dell’imprinting irreversibile che caratterizza non solo alcune specie animali, ma anche l’essere umano e anch’io sono il prodotto della cultura trasmessa dai miei genitori, dai nonni, dall’intera famiglia materna e paterna. Ognuno di noi è l’espressione del territorio in cui è nato e cresciuto, di una Storia narrata in modo del tutto soggettivo, con emozioni, sentimenti anche contrastanti e punti di vista che a volte non coincidono con quelli dei libri di testo.
Ecco allora le proposte del PD: rivedere il rapporto con il privato concordando un controllo sul DRG, ma al momento sembra che in Lombardia non ci sia una sufficiente volontà politica; la statistica afferma che almeno una persona su tre presenta una cronicità che necessita di regolari visite di controllo, ma le liste d’attesa non consentono di rispettare questa sistematicità.