QUESTO LIBRO VOLEVA ESISTERE: NOI LO ABBIAMO SOLO ASCOLTATO

Cara Abir, dunque io morivo proprio nell’anno in cui tu nascevi. Se ci fossimo conosciute saremmo diventate amiche per la pelle, come i nostri due padri. Ne sono sicura”.

Queste parole riassumono l’ipotetico dialogo tra due bambine che non s’incontreranno mai perché l’israeliana Smadar Elhanan (14 anni) morì il 4 settembre 1997 in un attentato suicida palestinese a Gerusalemme e la palestinese Abir Aramin (10 anni) morirà il 16 gennaio 2007 colpita da un proiettile di gomma sparato da un agente di polizia di frontiera israeliano: due episodi separati, ma legati al conflitto israelo-palestinese.

La loro storia e quella dei loro padri è stata raccontata lo scorso 30 aprile a Palazzo Verbania, nell’ambito del ciclo di incontri “Educare al dialogo” promossi da GIM Progetti ODV in collaborazione con il Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano e con il patrocinio del Comune di Luino.

Ospiti della s+erata Carola Benedetto e Luciana Ciliento, autrici del libro “Mio padre, tuo padre”, ed. De Agostini.

Amiche e collaboratrici di vecchia data, le due scrittrici sono rispettivamente indologa, autrice, regista, nonché ospite fissa del programma “Overland19“, “Overland20” (RAI 1) come consulente scientifico e traduttrice, interprete, condirettrice del festival dei viaggiatori extra-ordinari “Per sentieri e remiganti”.

Qui invece si narra la storia vera di due padri: l’israeliano Rami Elhanan, classe 1950, figlio di un ex internato nel campo di concentramento di Auschwitz e il palestinese, Bassam Aramin, nato nel 1968 in un piccolo villaggio in Cisgiordania.

Entrambi fanno parte del “Parents Circle-Families Forum”, un’organizzazione che dal 1995 unisce famiglie israeliane e palestinesi accomunate dal dolore per la perdita di una persona cara a causa del conflitto, con lo scopo di trasformare il lutto in un impegno per la Pace, superando l’odio attraverso il dialogo, l’ascolto, la tolleranza e la comprensione reciproca.

Tra le pagine del testo è anche possibile leggere i pensieri delle due ragazzine, alle quali è affidato il respiro dell’anima per allontanare i sentimenti vendicativi, scegliendo invece un sentiero “rivoluzionario”, per ricordare che “la pace non è un sogno lontano, ma una scelta da fare ogni giorno”.

«Mi chiamo Smadar Elhanan. Il mio nome significa “fiore che si schiude e viene dalla Bibbia, dal Cantico dei cantici…» «Il mio nome è Abir Aramin. Abir deriva dall’arabo antico e significa qualcosa come “profumo di fiore””. Vedi, Amadar? Anche il mio nome è legato ai fiori, come il tuo». Ecco, bastano poche parole di presentazione, come quelle scelte e lette da alcune rappresentanti del gruppo Scout presente in sala, per annullare ogni differenza e distanza spazio-temporale.

Da dove nasce l’idea di questo racconto?

«Questo è un libro che non abbiamo scelto.Hanno affermato le relatriciIl 7 ottobre 2023 (data dell’attacco sferrato da Hamas contro le comunità di Israele attorno alla Striscia di Gaza) ha risvegliato le coscienze. Noi arrivavamo dalla narrativa per ragazzi sull’ambiente con la scoperta di vivere nel sogno delle frontiere che cadono. Invece ci siamo ritrovati in guerra, benché si possa vivere ugualmente, perché in fondo questa cosa non ci riguarda… Poi, quel pomeriggio del 2024, tra i vari TG è passata la notizia di questi due padri che stavano andando da Papa Francesco… In quel momento capimmo di avere una storia da raccontare e più facevamo ricerche, più capivamo che era l’unica di cui ci interessava parlare. L’idea era chiara: abbiamo immaginato le loro figlie, pensando alla loro voce, come una panchina dalla quale esse guardavano il percorso dei loro padri».

Come sono stati contattati Rami e Bassam? Le autrici hanno tradotto qualche brano dall’ottavo capitolo e l’hanno inviato ai due uomini. Dopo un silenzio che stava diventando preoccupante, ecco finalmente una e-mail con un insolito invito a pranzo: “Posso mettere le mie viscere sul tavolo?”, frase metaforica che descrive un atto di estremo coraggio nell’esporsi totalmente, rivelando le proprie verità più intime e dolorose senza filtri.

Carola, Luciana e i due papà a si incontreranno Barcellona, di fronte a quel mare che la piccola Abir non riuscì a vedere perché un soldato dell’IDF le sparò prima che le fosse concesso il permesso di andarci. E forse, il mare, sarebbe piaciuto anche a Smadar in quel primo giorno assolato di scuola, magari in moto, abbracciata a suo padre Rami; invece, saltò in aria con i suoi attentatori palestinesi.

I due uomini risponderanno con franchezza che non hanno le forze per riaprire una ferita insanabile: «Le nostre figlie sono le uniche che non si sono mai incontrate: quando nasceva l’una moriva l’altra», intuendo che la voce delle due ragazzine avrebbe reso il racconto così intenso da diventare insopportabile.

Cara Smadar… – scrive Abir in un ipotetico epistolario – un giorno piangevo perché era il mio compleanno e volevo andare al mare. Anche se era a meno di venti chilometri da casa nostra, non potevo raggiungerlo, né sentirne il rumore, perché si trovava in territorio israeliano. Lo avevo visto una sola volta da una terrazza e per non dimenticarlo lo avevo disegnato subito… Quel giorno ho pianto tanto che le lacrime, invece di prosciugarmi, mi hanno caricata di rancore…. perché non potevo andare al mare? Che cosa avevo fatto di male? Ho sbattuto il libro sul tavolo e ho gridato… Mio padre mi ha interrotto: “Bambina mia, non perdere tempo a odiare niente e nessuno. Con l’odio non si cambiano le cose. Bisogna che cambiamo noi, così anche le ingiustizie alla fine si aggiusteranno… Il mare ti aspetta e prima o poi ci andremo insieme. Vorrei dire a mio padre che non importa se alla fine non siamo riusciti ad andare al mare. Lui ci va, appena può, si siede su una panchina e lo guarda. Be, cara Smadar, in quei momenti con lui ci sono anch’io”».

Proprio il libro riuscirà, invece, a prendere il sopravvento: «L’abbiamo scritto a quattro mani? No, l’abbiamo scritto a più e più mani, grazie ad una forza che spingeva da dietro in modo propulsivo».

Sono diversi tra di loro, Rami e Bassam, ma si vogliono molto bene: lo si nota subito osservando la foto che campeggia dietro al tavolo delle relatrici: «Non ci si dovrebbe schierare né da una parte né dall’altra, riconoscendo dignità e diritti ad entrambi i popoli. È questa la strada che ci obbliga ad abbandonare i pregiudizi e per questo motivo questi uomini straordinari sono entrati in due organizzazioni importanti come “Parents Circle”, che dal 1995 riunisce oltre 700 famiglie israeliane e palestinesi accomunate da una tragica esperienza: la perdita di una persona cara a causa del conflitto. Nonostante il dolore, queste famiglie hanno deciso di unirsi per un obiettivo comune: trasformare il lutto in un impegno per la pace».

Non uno scontro fra nemici, ma sicuramente un incontro molto difficile, per raccontarsi la reciproca umanità scendo dalla mentalità vittimistica; la scelta della Pace è l’unica strada percorribile, perché “non abbiamo altri figli da sacrificare e altre vie sono troppo dolorose… Noi non diventeremo disertori, ma vogliamo fare un passo avanti e tra le varie correnti armate forse ci sono persone che hanno deciso che è ora di finirla con le guerre”.

Con questo scopo è nato, nel 2005, il movimento “Combattenti per la Pace”, costituito da Israeliani e Palestinesi che perseguono l’ideale di una convivenza pacifica fra i popoli che deve essere conquistata servendosi dell’arma della non violenza. Inizialmente questo movimento era composto prevalentemente da uomini; ora invece il gruppo si è esteso, identificandosi nella necessità di dialogo e di riconciliazione e le coordinatrici sono due donne.

La stessa storia di Rami è emblematica perché, dopo aver raggiunto i vertici della gerarchia militare, si rende poi conto che possedere la terra non significa avere sicurezza. Lascia l’esercito e giudicato come traditore; fonda poi un piccolo partito, che porta avanti segrete trattative con Arafat, perché in realtà il piangere esiste da ambo le parti: “Conosco gli arabi buoni, quelli che vengono a tagliare il prato…”.

Libro educativo, dunque, questo “Mio padre, tuo padre”? Uscito nel settembre dello scorso anno con un target contrassegnato “11+” e giunto ora alla seconda ristampa, è stato presentato da Carola e Luciana nelle classi quinte della scuola Primaria, ma anche a ragazzi delle medie e delle superiori, con i quali sono state condivise importanti riflessioni. Ciò che colpisce in modo particolare è la grande emozione che si prova pensando a questi due padri che si parlano guardandosi negli occhi, perché «stare in una stanza seduti di fronte ad una persona che vi ha fatto del male non è così semplice, tuttavia porta ad una trasformazione straordinaria che allontana dalla via armata».

A Palermo, in una scuola che si trova accanto all’albero della strage di Capaci, nella quale Carola e Luciana hanno presentato il libro, i ragazzi hanno scritto: “Martin Luther King ha sottolineato che alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Cari Rami e Bassam, sappiate che da questa parte del mondo c’è qualcuno che l’ha capito”.

«Come il criceto che non riesce ad uscire dalla ruota, anche noi ci siamo dentro fino al collo – Hanno concluso le due relatrici – Questa storia è viva e non vuole trovare un punto di arrivo; siamo sprofondate in un abisso di ignoranza dal quale siamo riemerse poco per volta. La fatica iniziale è stato condividere questo percorso soprattutto perché abbiamo dovuto combattere una battaglia contro i luoghi comuni, come quelli sulle origini “tribali” di due popoli».

Ciò che invece ci deve far ulteriormente riflettere, è anche la coincidenza di un singolare appuntamento tra vla ita e la morte: Smadar morì nello stesso ospedale, l’Hadassah a Gerusalemme, dove successivamente morirà anche Abir.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

L’America di Trump secondo Mauro Della POrta Raffo

Luino, 28 marzo 2026 – Palazzo Verbania è tornato ad ospitare lo scrittore, saggista, giornalista e opinionista Mauro della Porta Raffo, grazie ai Lions Club Luino con il presidente Nunzio Mancuso e il patrocinio del Comune.C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”, siamo tentati di dire parafrasando la celebre poesia “L’aquilone” di Giovanni Pascoli, perché Trump sembra essere un libro aperto, soprattutto per quanto riguarda la sua straordinaria capacità di stravolgere le regole del gioco, rimescolando le carte e disorientando non solo gli esperti, ma soprattutto l’opinione pubblica.

Eletto due volte non consecutive (la prima nel 2016 e poi, dopo la “parentesi” Biden, nel 2024) Trump ha promosso iniziative su diversi fronti: dalla guerra dei dazi agli sforzi per raggiungere accordi di pace più o meno solidi. Un ciclone che si è inserito a gamba tesa nelle numerose crisi umanitarie, nonché testimone dell’ascesa di nuovi leader mondiali e dell’insediamento del Pontefice Papa Leone XIV.

In questo conteso si inserisce il nuovo volume di Mauro Della Porta Raffo, che, accanto al saggio centrale, contiene interviste inedite all’autore e il saggio “Obiettivo Casa Bianca”, raccogliendo anche una serie di contributi firmati da giornalisti, analisti e studiosi, offrendo molteplici chiavi di lettura.

Al tavolo dei relatori, insieme all’autore, la sinologa Irene Affedi De Paola, il critico cinematografico Maurizio Cabona, Gianfranco Fabi già vicedirettore de “Il Sole 24 Ore” e Franco Ferraro, tra i protagonisti della nascita di Sky TG24.

Dunque, che cosa si può confermare o raccontare “ex novo” di questo presidente, definito “maverick”, cioè anticonformista, eccentrico e ribelle, una sorta di “cane sciolto” che non rispetta le regole del gioco?

Innanzitutto, è necessario comprendere come funziona il sistema americano. Negli Usa ci si iscrive nelle liste elettorali dichiarando il proprio partito politico di riferimento: Trump si è definito prima democratico e successivamente repubblicano.

Nel 2015, infatti, rendendosi conto che la sua candidatura nel Partito Democratico non è ipotizzabile avendo come avversaria Hillary Clinton, il miliardario imprenditore aveva scelto di schierarsi con i repubblicani. A suo vantaggio, rispetto agli avversari, il “Tycoon” ha la dimestichezza nel campo della comunicazione e soprattutto in quello televisivo.

Per quanto riguarda la sua ricandidatura non consecutiva nel 2024: «In questo suo secondo mandato il Presidente sta tradendo molte delle promesse fatte e soprattutto viene criticato per il suo atteggiamento e il suo modo di fare. Non dimentichiamo, inoltre, che durante tutto il ‘900 gli Usa sono intervenuti (a parte quella del golfo) in guerre durante la presidenza di un democratico: una radice democratica che Trump non riesce del tutto a dominare».

Come mettere fuori gioco personaggi così “invasivi”?

Usando la procedura di “impeachment” prevista dalla Costituzione, in base alla quale il Presidente e tutte le alte cariche del governo possono essere rimosse dall’incarico e condannate per tradimento, corruzione o altri gravi crimini e infrazioni.

Contro Donald Trump questa procedura fu avviata nel dicembre 2019 da Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti perché sarebbero state fatte pressioni su alcuni leader di nazioni straniere utilizzando gli strumenti della politica estera statunitense come arma di ricatto per spingere il governo ucraino a danneggiare un suo avversario politico.

Una seconda procedura venne messa in atto nel gennaio 2021 dalla Camera dei rappresentanti a causa di un tentativo di insurrezione attuato con un assalto al Palazzo del Campidoglio, sede del Congresso degli Stati Uniti: Trump fu accusato di essere il responsabile dei disordini, avendo contestato il risultato delle elezioni presidenziali del 2020, che lo avevano visto sconfitto.

Memore delle precedenti esperienze, come mantenere la carica per un tempo più lungo allontanando l’idea di un presidente a fine corsa? Nel XXII emendamento costituzionale si legge che “nessuna persona potrà essere eletta alla carica di presidente più di due volte”, ma se fosse possibile un “emendamento dell’emendamento”? Un possibile spazio di manovra permetterebbe una candidatura come vicepresidente accanto a un fedelissimo, che una volta eletto potrebbe dimettersi consentendo a Trump di tornare alla Casa Bianca, sostiene una parte della stampa americana.

Del resto, Donald Trump, che non aveva mai avuto incarichi politici in precedenza e non è mai stato nemmeno Generale, durante il primo mandato non aveva mai manifestato una predisposizione “belligerante” e non dimentichiamo che dal 2001 l’America, con il crollo delle Twin Towers, è profondamente cambiata e, come si legge nei poemi di Omero, «tutto riposa sulle ginocchia di Giove», potente metafora che ci fa capire quanto il futuro sia incerto.

Dopo questa premessa di Della Porta Raffo si sono affrontati gli aspetti più scottanti della serata, tra i quali i rapporti tra USA e Cina.

L’intervento della studiosa Irene Affedi Di Paola è partito dall’imminente visita del presidente Xi Jinping negli Stati Uniti, dopo lo storico incontro dell’ottobre scorso in Corea del Sud per allentare la tensione commerciale innescata negli ultimi mesi. Entro la fine dell’anno i due leader si incontreranno per discutere e, probabilmente, rinegoziare gli accordi.

Nel preambolo della Costituzione cinese si dichiarano le linee guida della politica estera, basata su principi di sovranità, sviluppo pacifico e cooperazione internazionale, inseriti nel contesto ideologico del socialismo con caratteristiche cinesi: conviene mantenere lo status quo, perché il Paese del Sol Levante acquisterebbe titoli americani e agli USA conviene “tener buono” questo cliente.

Fondamentale la differenza tra le due Costituzioni: nel 2018 l’Assemblea Nazionale del Popolo ha rimosso il limite dei due mandati presidenziali, permettendo a Xi (al potere dal 2013), di estendere il suo mandato indefinitamente.

Per quali ragioni? Il Presidente Xi ha in programma la nuova via della seta, che non ha soltanto una valenza economica, ma rappresenta la linea culturale del Paese ed è necessario rimuovere i pregiudizi che ancora permangono: può, una civiltà millenaria, stare al pari dell’Occidente?

Le “buone relazioni” sono un concetto fondamentale che ruota attorno al termine “Guanxi”: rete complessa di connessioni personali, fiducia e scambio reciproco di favori, essenziale sia nella vita privata che negli affari.

Resta però una situazione complessa, cioè quella relativa a Taiwan, che, come la questione del Tibet, rappresenta una spina nel fianco per la Cina.

Il Tibet è oggi una Regione Autonoma, ma la presenza cinese è contestata per la repressione religiosa, culturale e dei diritti umani. Il Dalai Lama vive in esilio dal 1959, chiedendo un’autonomia reale.

Anche Taiwan si trova in una situazione ibrida: Xi Jinping ha affermato che la riunificazione è una “tendenza inarrestabile” e mira a un processo di riunificazione pacifica, ma la tempistica rimane assai incerta.

Noi conosciamo poco queste dinamiche, ma per fortuna ci viene in aiuto il cinema, che spesso assume una valenza pedagogica.

A Maurizio Cabona il compito di citare una serie di lungometraggi, a partire da “55 giorni a Pechino” (1963), in cui si racconta la vicenda della colonia occidentale di Pechino durante la rivolta dei Boxer.

Hollywood invece ha raccontato anche Trump nel film“The Apprentice – Alle origini di Trump”, di Ali Abbasi, regista nato a Teheran con passaporto danese, presentato in anteprima al festival di Cannes del 2024.

Qui si raccontano le origini del futuro presidente a iniziare dal suo apprendistato con Roy Cohn, un avvocato che gli insegnerà come costruire il suo impero. Come viene rappresentato Trump? «Un arrampicatore sociale a cui non importa di sembrare un mascalzone, che conquista una città, avendo incominciato a costruire la sua immagine già negli anni ’70».

Questo conferma che «gli americani usano il cinema per annunciare la propria politica internazionale».

Del resto, il rapporto tra Hollywood e le direttive politiche statunitensi è complesso e storico: esempio lampante “Il grande dittatore” (1940) di Charlie Chaplin, che appare però più un atto di coraggio individuale che un’adesione a una direttiva governativa ufficiale dell’epoca.

Intricato anche il rapporto tra potere e libertà di stampa: nel corso degli anni diversi giornalisti sono stati epurati per non essersi allineati. «Oggi il giornalismo serve solo per fare propaganda e per far abboccare il pubblico».

Qual è il bilancio della gestione Trump?

«Ha fatto grandi disastri con scelte non meditate e si trova in una situazione in cui l’Iran resta una potenza militare: gli stessi rifornimenti di petrolio restano a rischio – Ha sostenuto Gianfranco FabiCambierà qualcosa nelle elezioni di medio termine? Le uova ormai sono rotte e in prospettiva dobbiamo tenerci questo presidente senza sapere quali altri danni provocherà. I mercati stanno bocciando la sua  politica, con la sua volontà di far prevalere la forza sul diritto e la situazione nello stretto di Hormuz ne è la prova. Nell’ultimo secolo Gli USA hanno sempre perso le guerre lunghe; per fortuna l’America va avanti perché ha sempre saputo valorizzare l’intelligenza delle persone».

«Il messaggio definitivo sembrerebbe far leva sull’economia. – Ha concluso Franco FerraroNel dicembre 2025, nel corso di un comizio in Pennsylvania Trump ha tenuto un importante discorso snocciolando dati che sottolineavano il buono stato dell’economia americana». Tuttavia, a causa dei dazi l’America non sta meglio rispetto a prima e i primi danneggiati sono i cittadini stessi, a causa degli aumenti spaventosi sulle materie prime, sull’agricoltura e nei rapporti con la Cina e gli altri paesi importatori.

L’ultima situazione spinosa è il clamoroso addio di John Kent, capo dell’antiterrorismo, a causa del suo dissenso sulla guerra in Iran, il quale ha definito una menzogna quella di “Teheran come un imminente rischio per il nostro Paese”.

Incomprensibile anche il “caso Groenlandia”, la crisi internazionale causata dalle intenzioni degli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, di acquisire la Groenlandia dalla Danimarca, definendola vitale per la sicurezza. «La Danimarca ha preparato piani di difesa, inclusi il supporto europeo, temendo un’invasione e mettendo a rischio la stabilità della NATO».

Ora abbiamo le idee un po’ più chiare anche noi: per fortuna, come ha scritto Bruno Vespa, “Senza Mauro Della Porta Raffo il mondo sarebbe fermo al 1492 e l’America non esisterebbe”.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Restiamo umani

Ecco, ci risiamo: siamo di nuovo caduti nella trappola del “fare di ogni erba un fascio”, vale a dire confondere/generalizzare l’intolleranza verso una o più persone (siamo onesti, io per prima non sono esente da questo comportamento, anche se poco educativo) con l’odio verso un intero popolo/nazione: Nord contro Sud, Est contro Ovest, Occidente contro Oriente, Europa contro America, cattolici contro tutte le altre religioni e chi più ne ha più ne metta. Ora è la volta di “Israele contro Palestina”, con due tifoserie che, in nome della “Pace”, manifestano pensieri ben più bellicosi di qualsiasi scontro armato, mettendo a dura prova la nostra intelligenza e il buon senso comune.

Mi riferisco all’episodio avvenuto in un autogrill di Lainate, sul quale riporto l’editoriale di Marco Travaglio pubblicato su “Il fatto quotidiano” di oggi 30 luglio 2025.

La parola “Pace” grammaticalmente è un nome comune di cosa femminile, singolare e difettivo (manca del plurale), primitivo e ASTRATTO: indica cioè concetti, idee, qualità, sentimenti o stati d’animo che non possono essere percepiti con i cinque sensi. Mai come ora, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale compete pesantemente con le briciole rimaste di quella reale; un’epoca in cui l’ansia da prestazioni del “diritto d’informazione” dei mass media sottopone (non so fino a che punto inconsapevolmente) l’opinione pubblica, ad un vero e proprio bombardamento mediatico, attivando reazioni a catena in grado di manipolare il pensiero della società civile (ma quanto “civile”?),  si agisce nel nome di una parola così tanto ipocritamente invocata e abusata, che in verità tutti si sono armati e si stanno armando fino ai denti pur di difenderla (in nome di chi? Di che cosa?).
Allora, per favore, rallentiamo il passo, prendiamoci il giusto tempo per riflettere con calma, senza vergognarci di provare antipatia verso qualche persona (io stessa non sono immune da questa malattia), ma non generalizziamo: cerchiamo di conoscere e approfondire giusto un pochino ciò di cui stiamo leggendo sui giornali, vedendo in tv, ascoltando ala radio. “Perdiamo” un po’ di tempo per farci un’idea personale, facendoci influenzare il meno possibile dai persuasori più o meno occulti che tentano di farci diventare pecore del gregge (con tutto il rispetto per le pecore). Cerchiamo di avere il coraggio di essere “pecore nere”, togliendoci dalla testa l’idea che sia sinonimo di devianza: questo è un concetto che piace a chi vuole esercitare un controllo sulle nostre idee. Non dobbiamo cedere alla tentazione delle tifoserie: o con me, o contro di me; buoni/cattivi; giusto/sbagliato.
E magari, se proprio vogliamo essere “influenzati”, andiamo a recuperare un piccolo gioiello, che non fa uso di immagini “forti” o di impatto documentaristico, ma racconta la storia “banale” di una possibile convivenza: mi riferisco a “Il giardino dei limoni”, film del 2008 che racconta della nascita di un’amicizia tra una vedova palestinese di un villaggio della Cisgiordania e il Ministro (donna) della Difesa israeliano, sua vicina di casa. Per ragioni di sicurezza la vedova dovrebbe abbattere gli alberi del suo giardino, ma essi, oltre a rappresentare l’unica fonte di sostentamento, rappresentano le sue radici e la sua memoria. La questione finisce in tribunale, ma, inaspettatamente, la solidarietà femminile ha il sopravvento su una sfida che sembra impossibile. Messaggio utopistico di una speranza che sopravvive solo nella finzione cinematografica? Forse, ma a volte basterebbe davvero poco per ribaltare le carte in tavola, se ci ricordassimo di due parole fondamentali e universali, in qualsiasi lingua vengano scritte e pronunciate: “restiamo umani”.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

A che età va “pensionato” un volontario?

Ecco, lo sapevo. Mi conosco troppo bene: ancora una volta non ho saputo resistere alla tentazione… Speravo che l’età mi avesse regalato un po’ di prudenza, di diplomazia, di sano “menefreghismo”, nel senso che ormai, a 70 anni, nulla avrebbe potuto scalfire quella corazza così faticosamente e sistematicamente costruita nel corso del tempo come autodifesa dalle cose che non comprendo e che mi feriscono, facendomi scivolare elegantemente ogni cosa sul piano inclinato della mia pù totale indifferenza.

Mi si considera stupida o, peggio ancora, non così importante da meritare una qualunque spiegazione? Avevo ingenuamente sperato che il dedicarmi ad altre attività o l’intraprendere una gita fuori porta potessero distogliermi da questo fastidioso pensiero che da qualche giorno mi ronzava nella testa e invece eccolo qui, fastidioso come un bubbone sul naso, del quale non ci si riesce a liberare se non schiacciandolo senza pietà.

Eppure mi accontenterei di riuscire a guardarmi allo specchio e constatare semplicemente che il bubbone se ne sta li , senza intromettersi tra le mie rughe (d’espressione, s’intende, perché il sovrappeso mi risparmia in parte dalle altre, quelle che identificano la mia non più verde età).

Invece mi conosco troppo bene: il silenzio non rientra nella mia natura ed è direttamente collegato all’intollerabile gastrite che mi tormenta giorno e notte, perniciosa come la criptonite per Superman; dovrei essere contenta se qualcuno si prende la briga di decidere per me, senza consultarmi, senza chiarire insieme i motivi di certe scelte sui limiti di età per affrontare delle emergenze, ad esempio tre ore di volontariato giornaliere in tempi di normale routine rispetto allo stesso tempo impiegato in situazioni off limits.

Ringrazio chi pensa che il volontariato sotto stress sia un’attività fisicamente faticosa. È confortante arrivare a 70 anni e scoprire che altri, prendendosi cura di te per aiutarti a trascorrere meglio i tuoi ultimi anni di vita, hanno preso decisioni al posto tuo, visto che forse non sei più tanto lucida. Hanno compiuto una selezione sulla tua pelle, senza avere nemmeno la decenza di comunicartelo prima, ma “confessandolo” a giochi fatti, per non farti preoccupare.

Ecco, il limite (o il rischio) che si corre nel mondo del volontariato sta proprio nei rapporti interpersonali, quando nel gruppo questi diventano equivalenti a quelli tra un datore di lavoro (nemmeno troppo democratico e rispettoso) e i propri dipendenti, ai quali non è necessario dare spiegazioni sui propri comportamenti. Noi “non siamo amici” e nemmeno conoscenti: tu lavori gratis per me, quando mi servi, con le mansioni che decido io e per il tempo che decido io. Nel frattempo sarà sufficiente che, a distanza di giorni, io mi lavi la coscienza con delle ipocrite scuse e con una sorta di giustificazione che assomiglia molto ad una fantasiosa arrampicata sui vetri.

Tutto finito? Nemmeno per sogno: a tempo debito tutto tornerà come prima e il 70enne volontario “se vorrà” (perché non è etico dirgli apertamente che lo si sbatte fuori) potrà riprendere le sue funzioni affiancando un giovane, oppure potrà essere “dismesso” con l’offerta di un’auto eliminazione senza troppi giri di parole, gettando alle ortiche (per non dire nel cesso) la sua esperienza, la sua maggior disponibilità di tempo rispetto a chi lavora, con la possibilità di gestire eventuali imprevisti.

Purtroppo saper usare gli strumenti della democrazia non è alla portata di tutti e devo dire con grande rammarico che, ultimamente, in alcune associazioni di volontariato “trasparenza” e “co-gestione” sono diventate parole in disuso, o addirittura sono soltanto servite a chi guida il vapore come specchietto per le allodole verso gli ingenui.

Peccato: perché ciò significa che presto potremmo assistere ad una nuova deriva autoritaria, grazie alla quale (o a causa della quale, dipende dai punti di vista) la responsabilità del potere decisionale sarà in mano ad un gruppo di oligarchi, mentre al resto della società sarà distribuito un decalogo di comandamenti da rispettare e nulla più, sollevandola dall’oneroso compito di operare scelte, mettersi in gioco, assumersi responsabilità.

Già, ma a 70 anni, che senso ha continuare a farsi questo genere di seghe mentali? Meglio iscriversi ad un corso di ballo, per mantenere elasticità muscolare e recuperare il peso forma, dirottando tempo e denaro ad attività più gratificanti…

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Chi vincerà lo slalom tra sanità pubblica e privata?

È una dolorosa prassi quella in cui si trovano coloro i quali hanno la sfortuna di ammalarsi costretti ad intraprendere un assurdo percorso ad ostacoli che incomincia con la prima telefonata al Centro Unico di Prenotazione (CUP). Quali soluzioni sono già disponibili e quali possibili per la sanità Luinese?

Di questo ed altri argomenti correlati si è parlato sabato 5 luglio scorso a Palazzo Verbania, nell’ambito di un incontro di cittadinanza attiva dal titolo “Liste d’attesa e tagli: quale cura per la Sanità pubblica? rivolto ai cittadini, agli amministratori locali, alle associazioni e agli operatori del settore per fare il punto sulla situazione sanitaria nel nostro territorio, cercando di analizzare le possibili soluzioni per tutelare il diritto alla salute.

L’incontro, inserito in un percorso del Gruppo territoriale del M5S di Varese anche attraverso la creazione di un Tavolo tematico specifico dedicato a Sanità e salute pubblica, ha visto l’autorevole presenza del dr. Vittorio Agnoletto Membro del Direttivo di Medicina Democratica; Nicola Di Marco Consigliere regionale M5S Lombardia; Filippo Bianchetti Medico, co-fondatore SOS Liste d’attesa. Moderatore Diego Carmenati, Vice rappresentante Gruppo di Varese Movimento 5Stelle; saluti di benvenuto di Francesca Bonoldi, Rappresentante Gruppo di Varese Movimento 5Stelle.

Argomento centrale le “famigerate” liste d’attesa: quattro le categorie principali di priorità per le prestazioni sanitarie, ognuna con un tempo massimo di attesa definito: urgente (entro 72 ore), breve (entro 10 giorni), differibile (entro 30 giorni per le visite, 60 per gli esami strumentali) e programmabile (entro 120 giorni).

Quali soluzioni sono già disponibili e quali auspicabili per la sanità Luinese?

«Vergognoso che chi ha la sfortuna di ammalarsi si trovi in un assurdo percorso ad ostacoli che incomincia con la prima telefonata al Cup». Questa l’introduzione alla complessa e delicata tematica, che registra tempi sempre più lunghi per prenotazioni ed esami, fuga del personale sanitario sia dalle strutture pubbliche che oltre confine, per non parlare dei “medici a gettone”, fenomeno legato alla carenza di personale medico nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Si tratta di liberi professionisti che vengono chiamati a prestare servizio presso strutture sanitarie pubbliche per coprire turni specifici, ricevendo un compenso per ogni turno lavorato.

Si sperava in un cambio di rotta con il PNRR, ma le «case di comunità sono rimaste scatole vuote. Eppure, il diritto alla salute è sancito dall’Art. 32 della Costituzione, che la tutela come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività prevedendo, inoltre, che le persone indigenti abbiano diritto a cure mediche gratuite.

Qual è la situazione attuale nel nostro territorio?

– case di comunità ancora non operative

– Il settore pubblico non riesce a garantire tempi e prestazioni adeguate

– I frontalieri hanno difficoltà di accesso alle cure sanitarie a causa della pressione fiscale della doppia imposizione. Per i nuovi frontalieri con contratto in aziende svizzere dopo il 17 luglio 2023 la trattenuta in busta paga equivale all’80% di quanto dovuto e il restante 20% viene calcolato in base al sistema fiscale italiano. Dunque, molti hanno difficoltà a chiedere un medico di fiducia, perché equiparati a cittadini stranieri.

Quest’ultima criticità è stata ampiamente illustrata dal dr. Bianchetti, che ha descritto la situazione di frontalieri, stranieri e persone più svantaggiate (i nuovi poveri), che non riescono a «star dietro alla propria salute sia per la prevenzione, che per le necessità del territorio, ma anche per i ricoveri, gli interventi, la riabilitazione, l’assistenza domiciliare». I ticket diventano un ulteriore contributo che si paga per un’assistenza che avrebbe dovuto essere già garantita; si stipulano polizze assicurative e chi non può permettersele spesso deve ricorrere alle proprie tasche. Allora subentra il capitolo più doloroso: la rinuncia alle cure, con danni non solo fisici, ma anche psicologici. «Un bastone fra le ruote che agisce su molte persone: la sofferenza psichica, alimentata dall’insicurezza».

Il Direttore Generale di un ospedale dovrebbe garantire il rispetto dei tempi, anche per prestazioni erogate da un privato convenzionato, ma ciò non accade e agli sportelli ci si sente rispondere che non c’è posto, lasciando il paziente alla mercé di ritardi e costi aggiuntivi.

Nonostante la presenza di “SOS liste d’attesa”, sportelli gratuiti che aiutano i cittadini ad accedere alle prestazioni medico-sanitarie che non è stato possibile prenotare a causa di liste chiuse o bloccate, o prenotate oltre i tempi previsti dalla prescrizione medica, si viene rimandati al CUP con un percorso di garanzia, che però si rivela una sorta di truffa, l’ennesimo inganno per rimandare il problema.

Ma facciamo un passo indietro: perché nel “privato” i medici ci sono mentre nel “pubblico” manca il personale? Perché “in realtà gli ospedali sono diventati la ruota di scorta delle cliniche private”.

A mettere “il dito nella piaga” ci ha pensato Nicola Di Marco, nel suo rapporto sulla situazione lombarda nel 2023, con gli strascichi delle problematiche legate al Covid e il dato inconfutabile di una popolazione sempre più anziana (oltre il 31%) e una cronicità che coinvolgeva circa tre milioni di lombardi.

Questa la più evidente anomalia rispetto alle linee guida che devono ispirare le azioni degli organi competenti: «Non si fa mai riferimento alla tutela della salute, ma si ribadisce la presunta libera scelta del cittadino tra sistema pubblico e privato: non può esistere un’equivalenza, perché il sistema pubblico persegue norme diverse dal privato; nel 2022 i lombardi hanno speso circa 7 miliardi di € nella sanità privata».

Che ne è stato delle risorse del PNRR (case di comunità)?

Quella che doveva essere una grande sfida si è risolta in un «maquillage elettorale, cambiando semplicemente la targa agli ambulatori rinominandoli “casa di comunità”. Autentico tradimento di quella che doveva essere la sfida post Covid, perché solo il 29% è aperto h 24 – 7 giorni su 7 e senza alcun medico né infermiere».

Anche la situazione dei medici di base non brilla: i bandi vanno per la quasi totalità deserti, i cittadini si ritrovano improvvisamente senza assistenza e l’unica alternativa è quella di rivolgersi agli ospedali, con accesso ai Pronto Soccorso in “codice bianco”. I medici “gettonisti”, offrono la loro prestazione in modo totalmente slegato, provocando l’esplosione della spesa sanitaria e rischiando di creare disservizi ai cittadini, nonostante il tentativo di Bertolaso (Assessore al Welfare di Regione Lombardia) di creare un albo regionale con lo scopo di contestualizzare questa categoria di professionisti. La perplessità, però, resta: come togliere di mezzo la rete gestita dalle cooperative trasformandoli in dipendenti dell’ospedale?

Anche per quanto riguarda le “liste d’attesa”, con un centro unico di prenotazione, dopo tre anni «l’azienda sembra essere finita in una sorta di caos politico, con la necessità di un coinvolgimento dei NAS per controllarle: se le liste d’attesa sono lunghe è colpa dei medici che fanno troppe prescrizioni o dei cittadini che prenotano e poi non si presentano?». Nel frattempo, nella maggior parte dei casi, il cittadino viene “rimbalzato” da un luogo all’altro, senza che gli venga rilasciato un documento scritto che lo certifichi.

«Basta soldi alle armi e più soldi alla sanità!» Ha esordito provocatoriamente Vittorio Agnoletto, facendo notare i 140 miliardi di differenza tra spesa sanitaria pubblica e spese militari.

Autore di un’inchiesta indipendente sulla pandemia da Coronavirus, il dr. Agnoletto si è chiesto: “Che cosa non ha funzionato?” Nel nostro servizio sanitario, “pubblico” e “privato” hanno obiettivi totalmente contrapposti. Il privato guadagna sulla nostra malattia: più malati ci sono più guadagna; esattamente il contrario avviene nel pubblico. Non dimentichiamo che se diminuiscono i malati non c’è più interesse a fare prevenzione.

Dunque, qual è il rapporto fra “pubblico e “privato”? «Se non ci sono strutture adeguate sul territorio, la legge permette di fare un accordo con un privato per la fornitura che il pubblico non è in grado di dare. In Lombardia, seguendo il principio di sussidiarietà inventato da Formigoni (ex presidente Regione Lombardia), qualunque privato può accreditarsi, avanzando nel servizio sanitario senza curarsi dell’urgenza. Interessano, invece, i malati cronici, l’alta chirurgia, la cardiologia. Il privato sceglie quei settori della medicina che danno uno sviluppo su un ricovero ospedaliero, decidendo quali sono le prestazioni che servono. Gli ospedali utilizzano le sale chirurgiche per le operazioni più complesse, perché rendono di più. Di solito, però, in una struttura ospedaliera esistono anche i posti letto convenzionati con il privato, i cosiddetti “solventi”, messi in gioco con la scusa di lunghi tempi d’attesa».

Le convenzioni e gli accordi tra pubblico e privato stanno a poco a poco modificando il sistema sanitario, nel quale i dipendenti saranno sempre meno e i cittadini saranno sempre più dirottati verso il privato.

Come invertire la rotta, facendo valere i propri diritti?

– Telefonare ad un Cup e da quella telefonata si avrà il diritto avere una data fissata

– Se non si sblocca la situazione si scrive al difensore civico

Il dr. Agnoletto, ricordando che «Il futuro post pandemia non è garantito per nessuno», ha insistito sul concetto di Salute, che non è soltanto un diritto legato alla cittadinanza, perché «lo Stato non è un arbitro sul campo di calcio, ma è un giocatore con il compito di rimuovere tutti gli ostacoli».

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

“NON SEI PIÙ MIƏ AMICƏ!”

Questa è la frase che più frequentemente ho sentito pronunciare dagli scolari nei miei quasi 42 anni di servizio, con la medesima formula e lo stesso tono di voce (me lo sento ancora nelle orecchie) con cui io stessa me la sono sentita rivolgere, a volte, nel corso della mia ormai lunga vita, ostinandomi, comunque, a coltivare vecchie e nuove amicizie cercando di ascoltare, capire, mettermi nei panni di coloro con i quali mi andavo di volta in volta a confrontare; a volte ottenendo buoni risultati, altre volte, purtroppo, dovendo necessariamente sciogliere quel rapporto, senza mai cambiare la mia fede nell’esistenza di questo complicato, delicato e a volte contradditorio sentimento.

Pochi giorni fa, però, è stato mandato in frantumi tutto l’universo filosofico/pedagogico/umano/sociale della mia vita, con un’affermazione che è rimbalzata come una pallina impazzita in una stanza troppo piccola e sovraffollata, circoscrivendo senza scampo il raggio d’azione della parola AMICIZIA: NO, i volontari di un’associazione NON possono proprio definirsi, tra loro, amici.

Allora ho sbagliato tutto! Che cosa ho fatto fino ad ora? Con chi mi sono rapportata nelle varie associazioni nelle quali opero da anni in vari contesti? Che ruolo ricopro all’interno di esse? Non posso definirmi una “dipendente” perché non percepisco alcun compenso. Non ho altri interessi all’infuori della condivisione degli scopi che si perseguono sul territorio (dall’aiuto nelle situazioni di fragilità all’inclusione degli stranieri; dalla salvaguardia dell’ambiente all’emergenza climatica e all’energia sostenibile…).

Eppure, ho sempre pensato che ci sia una ragione ben più profonda in grado di trasformare ognuno di noi in “gruppo”: l’empatia. È lei che ci permette di lavorare insieme. Certamente con alcuni è più facile, perché già ci si conosceva; altri invece impariamo a conoscerli col tempo, nel corso di turni condivisi, riunioni o eventi pubblici organizzati insieme, momenti in cui ci si apre raccontando della propria vita e dei propri problemi.

Così ho sempre pensato. Invece no! Pochi giorni ho assistito ad un ribaltamento epocale, con parole come pugnali lanciati con rabbia: “Non stiamo parlando di un gruppo di amici!” Un pugno nello stomaco che mi ha fatto mancare il respiro, impedendomi ogni reazione immediata. Per fortuna, penso ora, con il senno di poi, perché avrei senza dubbio dato una risposta impulsiva, poco razionale e sicuramente poco educata.

In questi giorni mi è tornata alla mente la mia antica insegnante di Filosofia, tanto severa quanto appassionata nel trasmettere il suo sapere a noi svampitelle alunne delle Magistrali. La parola chiave a cui ho pensato è “Epoché”, ovvero “sospensione del giudizio”. E così ho fatto, mettendo in “standby” il mio pensiero per dedicarmi con precisione chirurgica alla ricerca del termine AMICIZIA, che ora proverò a sintetizzare:

Nel mondo occidentale il termine indica una relazione sociale i cui soggetti

  • avvertono una personale predisposizione l’uno verso l’altro
  • si scambiano affetto
  • stabiliscono tacitamente e autonomamente i valori, le norme e le linee di condotta del loro rapporto

Dunque, sembrerebbe che l’amicizia sia un legame fondamentale basato sul rispetto, sulla fiducia, sulla lealtà, la stima e la disponibilità reciproca. È un sentimento, un aspetto della vita interiore che rientra nella sfera degli affetti e delle emozioni, non è razionale e non è controllabile, ma è spontaneo e sfugge la ragione. Gli amici si scelgono ogni giorno reciprocamente, senza imposizioni, per mera volontà. Esiste l’amicizia basata sul piacere, quella basata sull’interesse e quella basata sulla bontà.

Ma torniamo “a bomba”: il volontariato può veicolare le amicizie? L’impegno in attività di volontariato permette l‘incontro tra persone con interessi simili che condividono obiettivi comuni, creando legami solidi e duraturi offrendo un’ottima opportunità per fare nuove amicizie e rafforzare quelle esistenti, grazie a relazioni basate sulla solidarietà, lavori di squadra e obiettivi condivisi, opportunità di trascorrere tempo insieme con aumento della fiducia in se stessi e negli altri.

Credo che la sua più semplice, immediata e facilmente condivisibile definizione di AMICIZIA sia Philia (φιλία)”, il vocabolo che il greco antico utilizzava per riferirsi a un rapporto disinteressato di estrema complicità, di affiatamento e di comuni intenti.

Accudire, per esempio, gli animali presso uno spazio stalli può avere a che fare con l’AMICIZIA? Credo di sì, perché si uniscono il piacere di prendersi cura di loro insieme a vecchie conoscenze e persone nuove; l’interesse affinché questa attività sia il fiore all’occhiello del luogo in cui si abita; la convinzione di compiere un’opera buona a favore della comunità, contribuendo anche a contenere il fenomeno del randagismo.

La Philia è dunque basata sul bene reciproco, in cui si apprezza l’altro per le sue doti effettive: il fare del bene senza alcun vantaggio. Più semplicemente: la più alta forma di amore.

Amicizia sinonimo di amore? Beh, non esageriamo… però mi rifiuto categoricamente di pensare che chi svolge un’attività a favore di qualunque causa, non sia naturalmente predisposto all’amicizia. In ogni gruppo è possibile che possa nascere qualche incomprensione, che però si può superare parlando a tu per tu, senza coinvolgere tutti in una coralità non necessaria, che inevitabilmente spaventa alcuni, demoralizza e demotiva altri, costretti, loro malgrado, ad assistere ad una messa alla “gogna” con pubblica umiliazione dei presunti colpevoli, di cui si poteva fare volentieri a meno. Senza contare l’implicita minaccia che serpeggia nell’aria: “Attenti, perché i prossimi potreste essere voi!”

Perché continuare a riconoscersi in un gruppo i cui dirigenti si comportano in questo modo?

Personalmente non sono né spaventata, né demoralizzata, né demotivata rispetto al mio impegno nel volontariato, ma solo delusa. Allora è giunto il momento (a 70 anni lo devo a me stessa, perché non ho più molto tempo da “perdere”) di fare delle scelte, ridimensionando la mia disponibilità a frequentare ambienti divenuti “tossici”, prediligendo invece le persone che mi fanno stare bene, con le quali posso sorridere, avere scambi di opinione sereni e costruttivi, con dirigenti che stimo e rispetto per la loro autorevolezza, che non bacchettano pubblicamente quando si commettono errori; un gruppo dotato di una sufficiente dose di senso dell’ironia, la dote che aiuta a sdrammatizzare qualsiasi situazione con un sorriso.

Questa brutta esperienza mi è servita per capire che forse è vero: l’Amicizia non esiste, ma è solo un nome comune di cosa femminile, astratto, derivato e nulla più. Ecco perché in certe associazioni di volontariato le persone vengono considerate solo entità singole, “dipendenti a costo zero” che si alternano in uno spazio comune. Però, che tristezza… e che cattivo esempio per i giovani…

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

PAOLO BORSELLINO: UN SOGNO D’AMORE CHE NON POTRÀ MAI MORIRE

«Le gambe purtroppo non mi portano più dove il mio cuore vorrebbe andare: tra tutti voi che avete una frazione di vita maggiore della mia, affinché possiate ricordare…».

Così ha esordito Salvatore Borsellino lo scorso 28 aprile presso la sala Giovanni Reale di Palazzo Verbania, durante un incontro organizzato dall’associazione “Su la Testa – APS”, con il patrocinio del Comune di Luino e la collaborazione dell’Uciim (Unione Cattolica Italiana Insegnanti Dirigenti Educatori Formatori) “Paolo Borsellino e Rocco Chinnici”, dell’associazione Fazzoletti Bianchi, dell’Associazione Nazionale Carabinieri e di altre realtà locali.

E chi si aspettava una semplice conferenza commemorativa per onorare la memoria di una delle figure più rappresentative della lotta contro la mafia, quel Paolo Borsellino che, insieme a Giovanni Falcone, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa e molti altri sacrificò la sua vita al servizio dello Stato, si sbagliava.

Perché le parole di suo fratello Salvatore hanno avuto l’effetto di un fiume in piena, che rompendo gli argini delle convenzioni si è trasformato in un urlo di dolore, di rabbia, ma anche di speranza nel rivivere quegli ultimi giorni (esattamente 57, quelli che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio) prima della morte di Paolo.

Frammenti di vita raccontati da questa parte della barricata, quella della famiglia, di coloro che ancora oggi non sanno darsi pace per non averlo potuto proteggere da quell’orrore pianificato da Cosa Nostra. «Non era un eroe ma un servitore dello Stato che fino all’ultimo aveva deciso di continuare a fare il suo dovere. Falcone era suo fratello, non io, che lo sono solo anagraficamente, perché entrambi avevano lo stesso sogno»

E non solo: nella carneficina di quel 19 luglio 1992 in via D’Amelio se ne sono andati anche cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina. «Furono fatti a pezzi: c’erano solo brandelli mescolati insieme, nelle bare e nella buca scavata dall’esplosione. Mia madre volle che fosse piantato un ulivo fatto arrivare apposta da Betlemme, che allora era ancora un luogo di pace, come simbolo di speranza». Ecco perché Salvatore Borsellino non va mai al cimitero di Palermo: là si trovano soltanto i resti dei corpi, mentre invece in quell’albero non scorre la linfa, bensì il sangue di quei ragazzi. «Quando appoggio la mano su quell’albero è come se lo appoggiassi sul braccio di mio fratello».

Passano soltanto pochi attimi, tra quello squillo di campanello e la deflagrazione, e la mamma di Paolo, dopo la morte di quel figlio vorrebbe morire. Invece sopravviverà per altri interminabili anni guardando i ragazzi passare e appendere oggetti ai rami di quell’ulivo: perfino sigarette, come se Polo fosse ancora vivo. Già, è una condanna alla vita, come quella del collaboratore che si salverà dall’attentato perché in quel momento sta facendo manovra, mentre Paolo «si accendeva una sigaretta senza sapere che stava guardando il cielo di Sicilia per l’ultima volta».

E ai ricordi intimi e segreti, narrati quasi come una litania rivolta più a se stesso che al pubblico, Salvatore Borsellino alterna più di un “J’accuse”: una violenta requisitoria non solo contro la mafia, ma anche contro lo Stato, colpevole di aver lasciato solo suo fratello. Il nocciolo della questione resta la famosa “agenda rossa”, che, a distanza di tanti anni non è stata ancora trovata: «la scatola nera di quella strage, con un’infinità di depistaggi che hanno allontanato il decorso della verità, ma anche simbolo di lotta».

E all’invettiva contro i corrotti come Vito Ciancimino si aggiunge l’amara constatazione che anche la Chiesa dovrà aspettare l’arrivo di un Papa polacco per esprimere la sua condanna nei confronti della mafia, quando, il 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II pronuncia una scomunica ai mafiosi durante la sua visita alla Valle dei Templi. Del resto, lo Stato stesso era la mafia, soprattutto quando fu permesso il famoso “Sacco di Palermo” che stravolse l’architettura della città tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Le ville liberty tipiche della città furono distrutte per ottenere licenze edilizie che avrebbero dato il via ad una delle più grandi speculazioni edilizie italiane.

A mitigare la rabbia di Salvatore, si alternano i ricordi degli insegnamenti materni verso il rispetto, il senso dello Stato, l’amore per la lettura, in un periodo in cui certi autori avevano una circolazione limitata, per esempio Leonardo Sciascia. «Il giorno dopo, nostra mamma, mentre aveva ancora nelle orecchie quel boato, chiamò me e mia sorella e ci disse che da quel momento avremmo dovuto andare dappertutto per non far morire il sogno di Paolo: “finché qualcuno parlerà di lui, egli non sarà morto”»

Sì, la vita di Paolo è così intensamente legata all’amore che non riusciranno ad inventare una bomba in grado di uccidere questo sentimento: «L’ho promesso a mia madre, ma sono convinto che sopravviverebbe anche senza di me». Rivela Salvatore con un’impercettibile incrinatura della voce, ricordando l’infanzia in un quartiere dove si giocava e si andava a “rubare i cioccolatini”, con l’odore della farmacia del padre Diego nelle narici. Quello è ancora un quartiere povero dove un’intera famiglia vive in una sola stanza e la luce entra dall’unica porta.

Per questo motivo i ragazzi spesso cadono nella spirale della criminalità organizzata, i cattivi maestri si trovano facilmente per strada e le forze dell’ordine vengono percepite come nemici, perché controllano gli arresti domiciliari dei padri. Ma Paolo l’amava, la sua città: “Palermo non mi piaceva: come può piacere una città dove ancora scorre il sangue? Ma proprio per questo imparai ad amarla, per cercare di cambiarla”.

Dopo la sua morte la gente incomincia a ribellarsi, soprattutto i giovani: Palermo si riempie di lenzuoli e Salvatore pensa che forse Dio aveva voluto la morte di Paolo affinché il “nostro disgraziato Paese potesse cambiare”. Ma dopo cinque anni sceglie il silenzio, perché si rende conto che l’indifferenza sta prendendo il sopravvento. «Tacqui perché capivo di non avere il diritto di continuare».

Perché uno Stato “deviato” non aveva saputo proteggere Paolo e il compito degli assassini fu facilitato dalla mancanza di un banale divieto di sosta; Il telefono dei genitori intercettato dai criminali; l’auto posteggiata sotto casa sostituita… «Tutti sapevano che sarebbe toccato a lui: Mio fratello fu lasciato lì ad aspettare l’arrivo della morte».

Paolo come un agnello sacrificale, riceve una telefonata dal suo capo, per informarlo che l’auto di servizio era già parcheggiata davanti al portone di via d’Amelio. Egli è consapevole che il carico di tritolo che doveva ucciderlo era già arrivato, tanto che, sapendo che cosa l’aspettava. Alle 5 del mattino di quel 19 luglio 1992, dodici ore prima dell’attentato, Paolo scrive una “lettera screanzata” di rimprovero, rimasta incompiuta, indirizzata agli studenti di un liceo che non era riuscito ad incontrare a causa di un disguido e non dalla volontà di trincerarsi dietro un compiacente centralino telefonico. Nonostante già sappia che cosa l’aspetta, in quella lettera Paolo scrive anche parole piene di speranza, benché la città si sia di nuovo “barbaramente insanguinata”.

Sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni.  Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta… Il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

E torniamo alla famosa Agenda Rossa: una fotografia mostra un capitano dei Carabinieri che si allontana con la borsa di Paole. Forsa viene rimessa nell’auto in fiamme nella speranza che l’incendio faccia perdere anche il suo ricordo e quello del suo contenuto; tuttavia, non fu mai istruito un processo per indagare specificatamente; il capitano fu mandato a processo, ma in udienza preliminare fu assolto. Si trattò di un depistaggio di Stato? Probabilmente quell’agenda fu sottratta dai Servizi e giace tuttora nel sotterraneo di qualche palazzo romano. Servizi deviati presenti, chissà perché, ogni volta che si parla di una strage, a partire dall’eccidio di Portello della ginestra del lontano 1947 compiuto dalla banda di Salvatore Giuliano.

È quasi impossibile tentare di governare questo fiume inarrestabile e così doloroso di ricordi, per incastrare i tasselli degli ultimi anni di storia del nostro Paese da consegnare alle future generazioni, per mitigare il senso di colpa per non aver potuto impedire che il destino di Paolo Borsellino si compisse e per imparare a convivere con la rabbia, combattendo contro il muro di gomma della reticenza, desiderando urlare al mondo intero che non si potrà mai scrivere la parola “Fine”.

Alla ricerca di una pace interiore Salvatore intraprese da solo il Cammino di Santiago e la Via Francigena, sicuro di avere accanto a sé suo fratello; ora, finalmente, la chiara percezione che una via d’uscita forse c’è, per evitare che la gente continui a voltare la testa dall’altra parte, lasciando che degli eroi si siano sacrificati per gli indifferenti che non hanno saputo fare la loro parte: raccogliere il testimone.

Allora, mai come ora appare realizzabile la metafora utilizzata per regalare un potente messaggio di speranza a tutti i presenti, soprattutto ai ragazzi intervenuti all’evento: se una sola persona provasse a svuotare il mare con un cucchiaino non ce la farebbe mai, ma se invece tutti insieme unissimo le nostre forze e con un cucchiaino a testa iniziassimo ad aiutare quella singola persona, potremmo riuscirci.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il seme della legalità può solo generare un ottimo raccolto

“Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai”.

Queste le parole del magistrato Rocco Chinnici, pioniere della giustizia, assassinato da Cosa Nostra a Palermo il 29 luglio 1983 con un’autobomba davanti a casa sua.

A cento anni dalla sua nascita ha parlato di lui il nipote Alessandro Averna Chinnici, che non ha conosciuto il nonno, ma che di lui condivide, nel DNA, quell’amore per la legalità che lo ha portato a frequentare la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, permettendogli di comandare la Compagnia di Faenza con il grado di Capitano.

L’appuntamento luinese di giovedì 10 aprile a Palazzo Verbania lo ha visto protagonista di un incontro sulla Legalità promosso dalla Rete CCdR Provinciale dell’UST di Varese e dal Comune di Luino, con il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Territoriale, per promuovere il libro scritto insieme a Riccardo Tessarini L’Italia di Rocco Chinnici – Storie su un giudice rivoluzionario e gentile”.

Al tavolo dei relatori, a dialogare con l’autore la prof.ssa Antonella Sonnessa, vicesindaco di Luino nonché docente di Diritto ed Economia presso l’ISIS “Città di Luino Carlo – Volonté”. Filippo Tomasello, docente di Cittadinanza e Costituzione e referente della rete interistituzionale dei Consigli Comunali dei Ragazzi della provincia di Varese ha introdotto la serata ricordando ai numerosi studenti delle classi 3ª e 4ª SIA (Sistemi Informativi Aziendali) presenti che «le decisioni si iniziano a prendere adesso, come se fosse la prefazione del libro della vostra vita».

È stata poi la volta del cap. Alessandro Averna Chinnici, che da tempo diffonde le parole di colui che fu il primo magistrato ad entrare in una scuola per parlare ai ragazzi. Ed è con parole semplici e affettuose che il cap. Alessandro si è rivolto a loro, più da fratello maggiore che da ufficiale dei Carabinieri: «Voi non siete qui per me, a queste latitudini dove la mafia potrebbe non essere così sentita, ma per mio nonno: io sono soltanto un comandante di compagnia come tanti altri».

Così è iniziato il racconto dell’uomo, non della figura istituzionale che Rocco Chinnici rappresentava, di quella “star della Sicilia di allora”: un essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti che fu trucidato a 58 anni in quel maledetto attentato-bomba insieme al maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile in cui Chinnici viveva Stefano Li Sacchi. L’unico superstite fu l’autista Giovanni Paparcuri, che riportò gravi ferite.

Quest’opera ha uno scopo e una speranza – si legge nella prefazione – Lo scopo è ricostruirne l’immagine e la personalità attraverso i racconti di tante voci diverse: maschili e femminili, di giovani e di meno giovani, di addetti ai lavori e di comparse, di familiari e di amici che gli hanno voluto bene e di comuni cittadini che da lui si sono sentiti protetti, ispirati, motivati. Le voci, insomma, di un pezzo d’Italia”.

«Ognuno di noi ha un modo diverso di raccontare le cose e mio nonno si è sacrificato per la gente, per poter avere una società migliore, restituendo alla gente lo spazio che merita. Egli fu il primo ad andare a parlare nelle scuole, con gentilezza e grande empatia, cambiando tutti i rapporti di forza tra le persone, guardandole negli occhi, ma accorgendosi se l’uditorio si stava annoiando, così come aveva intuito le capacità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino».

Già, Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia nel 1992, a distanza di 57 giorni uno dall’altro, che furono tra i magistrati impegnati in quel Pool antimafia ideato proprio da Rocco Chinnici nel 1980 e reso operativo da Antonio Caponnetto nel 1983.

C’è forse un legame tra Rocco Chinnici e Peppino Impastato, il giornalista e attivista politico vittima della mafia nel 1978? «I due erano ai due poli opposti, perché Peppino era rivoluzionario e “comunistissimo”. Avevano però una battaglia in comune: la guerra spietata alla mafia. Quando fu ucciso, mio nonno disse che era come se avessero ammazzato suo figlio e si impegnò così tanto da riuscire a dimostrare che Gaetano Badalamenti era stato il mandante di quell’omicidio».

Peppino Impastato, che Chinnici avrebbe voluto abbracciare dandogli un piccolo schiaffo: «Amico mio, fai il bravo… Perché in Sicilia le coincidenze esistono solo per i treni» Nessuno conosce un mafioso: a Palermo i mafiosi sono un’invenzione dei social media, ma stranamente il giorno dell’attentato a Rocco Chinnici « pur essendo una delle strade più trafficate c’era spazio… altrimenti i morti sarebbero stati molti di più e non solo quattro».

La stessa cosa accadrà per Falcone e Borsellino: «È un lusso che siano morti solo loro, come accadde nell’attentato al generale Dalla Chiesa, uccidendo solo lui e la scorta… forse mio nonno pensava a questo, parlando di coincidenze».

Puntuali le domande dei ragazzi su alcuni capitoli del libro, che hanno dimostrato di aver letto con attenzione: soprattutto le testimonianze di Caterina Chinnici figlia del magistrato, Giuseppe Ayala ex magistrato vicepresidente Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, la lettera di Filomena Bartolotta.

Dirette, emozionate ed emozionanti le risposte del cap. Alessandro, focalizzate sull’aspetto privato del magistrato e sulla sua umanità, in una sorta di dialogo a tu per tu, come si usa tra coetanei, confidando di aver sempre avuto un’idea del nonno che non si avvicinava alla realtà, come nella fiaba “I vestiti dell’Imperatore”. Il re era nudo, ma diventa importante la percezione della gente: «Io lo percepivo come nipote, ma avevo bisogno di sapere che cosa ne pensavano le persone, come lo vive un cittadino di Luino…»

È la figura di Caterina Chinnici quella che ha maggiormente interessato gli studenti. La figlia del magistrato, europarlamentare e segretario generale Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, guida Europol, l’agenzia investigativa dell’Unione Europea con sede ad Amsterdam che si occupa di cooperazione nell’attività di contrasto al terrorismo, traffico di droga, riciclaggio e altre forme di criminalità organizzata. Si percepisce la difficoltà nel far capire che la mafia è ovunque; Bruxelles è troppo lontana da noi e l’Europa è complessa, dovendo mettere insieme tante teste che non sempre funzionano e non sempre nello stesso modo.

Attraverso la testimonianza di Leonardo Guarnotta, ex membro del pool antimafia e segretario generale della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, appare chiaro che Rocco Chinnici aveva capito, da capo dell’Ufficio Istruzione, che si trattava di un incarico destinato alla morte: Falcone stava distruggendo l’economia mafiosa e il magistrato aveva incominciato ad entrare nelle scuole, perciò andava fermato!

Filomena Bartolotta, figlia dell’agente di scorta ucciso nell’attentato, ha scritto una lettera, di cui gli studenti dell’ISIS hanno analizzato trovandosi di fronte a dolore, rimpianto, orgoglio, amore per “una terra tanto bella quanto martoriata”; entrando in punta di piedi in sentimenti tanto intimi, sussurrati e non urlati con rabbia, per scoprire quel “tesoro prezioso che ci hai lasciato: la tua fede, quella he ti faceva confidare nella Provvidenza, a tal punto da dire ogni giorno: sono pronto”.

La sintesi di questo incontro emozionante, vissuto con rispetto e condivisione, potrebbe essere: come tenere viva la memoria? «Essere presenti, come oggi! – Ha concluso il cap. Alessandro – Se qualcuno di voi andando via da qui sarà in po’ convinto di ciò che vi ho detto sarà una prima vittoria. Se un domani anche solo uno di voi deciderà di fare il magistrato, o il carabiniere, sceglierà seguendo le proprie attitudini, la via della legalità. Altrimenti tutto ciò che mio nonno ha fatto non sarà servito a niente. E poiché nemmeno io sono eterno c’è bisogno che qualcuno porti avanti il ricordo. Ogni anno si commemora l’anniversario della morte di Rocco Chinnici: in quella data non posso non esserci, ma immaginate la tristezza di ritrovarsi solo tra parenti… è desolante, ti distrugge! Che senso ha? L’unica risposta potete essere voi, altrimenti mio nonno ha perso. Ecco perché la vittoria o la sconfitta dipendono da voi!»

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Il mio 25 aprile

L’11 aprile mio papa compirebbe 100 anni e ogni anno in questo periodo ripropongo la sua immagine di giovane partigiano della Brigata Matteotti. Ognuno di noi è frutto dell’imprinting irreversibile che caratterizza non solo alcune specie animali, ma anche l’essere umano e anch’io sono il prodotto della cultura trasmessa dai miei genitori, dai nonni, dall’intera famiglia materna e paterna. Ognuno di noi è l’espressione del territorio in cui è nato e cresciuto, di una Storia narrata in modo del tutto soggettivo, con emozioni, sentimenti anche contrastanti e punti di vista che a volte non coincidono con quelli dei libri di testo.

A scuola l’apprendimento parte dal Big Bang e, in modo rigorosamente cronologico, si arriva quasi ai giorni nostri, con quel ‘900 che viene trattato in modo frettoloso nelle ultime settimane dell’anno scolastico, perché non c’è più tempo per approfondire e gli avvenimenti di cui si parla sono ancora troppo dolorosi per poter essere spiegati con il dovuto distacco, in modo asettico e imparziale, soprattutto quelli degli “anni di piombo”. Me ne rendo conto ora più che mai a 70 anni suonati, dopo aver finalmente capito perché la mia famiglia non ha mai voluto approfondire con me il “ventennio” fascista, la II Guerra Mondiale vissuta da sfollati, l’immagine di Mussolini impiccato a testa in giù in piazzale Loreto e la Resistenza.

Solo frammenti, tessere di un mosaico complesso costellato di flash sul nonno Giuseppe, socialista perseguitato dal regime, con il carcere preventivo ogniqualvolta il Duce veniva in visita a Milano; mamma e papà poco più che adolescenti perquisiti per strada dai repubblichini, con il rischio di far scoprire la tessera di partigiano in tasca; i saggi ginnici della Gioventù Italiana del Littorio all’arena con mamma capo-manipolo; i bombardamenti su Milano e la strage degli scolari di Gorla, ad opera di un bombardamento alleato…

Io stessa faccio fatica a raccontare gli anni di piombo, che ho vissuto in prima persona nella mia città così dolorosamente colpita, a partire dalla strage di Piazza Fontana (quel 12 dicembre 1969 avevo compiuto da un mese 14 anni e frequentavo la prima Magistrale). Abitavo non lontano dall’ITIS Molinari, frequentato dal giovane Sergio Ramelli, che sarà ucciso nel 1975, emblema del clima di odio e di contrapposizione ideologico/politica di quegli anni.

Io stessa scappavo letteralmente da casa per partecipare alle manifestazioni studentesche promosse da Avanguardia Operaia, trovandomi più di una volta in pericolo e “spintonata”, per protezione, all’interno dei portoni dal “Settimo Katanga”, il servizio d’ordine dell’Università Statale incaricato di fare da cuscinetto tra le forze di polizia e i partecipanti al corteo.

Ecco, io ho respirato quell’aria lì, nutrita di quei ricordi, che fanno parte del mio DNA e che avrei a mia volta trasmesso ai miei figli, se ne avessi avuti. Ho insegnato 41 anni, 6 mesi e 10 giorni nella scuola “elementare”, dove gli scolari sono stoppo piccoli per parlare di queste cose, anche per paura di un indottrinamento precoce, accompagnandoli alle commemorazioni del 25 aprile consapevole di una preparazione a volte intrisa di retorica. Anni fa, durante un corso di aggiornamento, la relatrice lanciò una provocazione che avrebbe potuto evitare questa “ignoranza” della Storia recente del nostro Paese: iniziare partendo dai giorni nostri e procedere a ritroso, terminando con il Big Bang. Forse si eviterebbe questo “scollamento” che impedisce un reale dialogo intergenerazionale, promuovendo invece una competenza nella conoscenza degli avvenimenti che in qualche modo hanno coinvolto persone ancora vive e vegete, che le possono raccontare in prima persona.

L’unica ancora di salvezza potrebbe essere quella di ridurre le lezioni frontali a favore di un ascolto reciproco, magari anche a ruota libera, per cercare di dare delle risposte, o almeno tentare di interpretare le emozioni e i sentimenti del giorno d’oggi, dando voce a ciò che ancora brucia dolorosamente nel cuore di noi “vecchi” e ancora non arde in quello dei nostri ragazzi.

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Dove va la Sanità in Lombardia?

Di questo si è parlato lo scorso 13 marzo al Punto d’Incontro di Maccagno con P.V. con i consiglieri regionali Samuele Astuti e Carlo Borghetti, rispettivamente Presidente Commissione Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro e Capogruppo PD in Commissione Sanità. La serata, organizzata dal Circolo di Maccagno con Pino e Veddasca del Partito Democratico, è stata moderata dall’ex sindaco e attuale consigliere provinciale Fabio Passera, il quale, nella sua breve introduzione, ha accennato ai molteplici argomenti “scottanti” di cui si potrebbe parlare, oltre che di Sanità, tra i quali i disagi che riguardano l’ALER (Aziende Lombarde Edilizia Popolare), i pendolari, o il dissesto idrogeologico (per esempio la possibile “bomba torrente Giona”), di competenza regionale. Si tratta di una Lombardia estremamente composita, che comprende anche “luoghi sperduti, in un territorio di 42 km quadrati”, esattamente come quello di Maccagno con P.V. Prima di dare la parola ai due relatori, Passera ha sottolineato l’impegno del PD nella formulazione di proposte rispetto alla segnalazione di situazioni critiche che possano trovare una soluzione accettabile e condivisa.

Che cosa si fa là al “Pirellone”? Carlo Borghetti crede nel rapporto “vis a vis”, poiché «Stiamo vivendo un momento in cui il servizio sanitario regionale e nazionale sta perdendo i pezzi. Ecco perché raccolgo volentieri la volontà di essere tra coloro che propongono qualcosa di diverso». Nel suo dettagliato excursus storico della situazione sanitaria lombarda, Borghetti ha confermato che «ci sono situazioni che da tanto tempo stiamo soffrendo» a partire dalla nascita del Sistema Sanitario Nazionale, il 23 dicembre 1978 con la legge n.833 con Tina Anselmi  ministro del governo Andreotti IV; la soppressione del sistema mutualistico determinò l’istituzione del SSN (Sistema Sanitario Nazionale), con la scelta di un servizio pubblico come diritto fondamentale della persona, pensando alla Sanità come interesse collettivo.

Fu poi la volta della riforma sanitaria di Formigoni, che, con la Legge 31/97 sancì l’aziendalizzazione della Sanità e la divisione delle funzioni tra ASL (Azienda Sanitaria Locale) e Azienda ospedaliera, aprendo una strada verso la Sanità privata, grazie all’introduzione della libertà di scelta tra ospedale pubblico e privato accreditato.

Con la riforma Maroni del 2015 nascono le ASST (Agenzie Socio-Sanitarie Territoriali), con lo scopo di far dialogare gli ospedali con gli ambulatori territoriali: d’ora in avanti gli ospedali si dovranno preoccupare anche di seguire il paziente nelle cure sotto casa.

Nel 2021, dopo l’incubo Covid, Letizia Moratti prende il posto di Gallera nel ruolo di Assessore al Welfare di Regione Lombardia e firma la sua riforma: una legge di respiro nazionale e internazionale, sostiene Moratti, che rispetta i principi ispiratori del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e la Lombardia è la prima Regione italiana a farlo.

Con il PNRR è previsto l’arrivo di fondi per creare 203 Case della Comunità (circa 300 milioni di euro); 60 Ospedali di Comunità (oltre 150 milioni) e 101 Centrali Operative Territoriali (17,8 milioni di euro). A questi si aggiungeranno altri 85 milioni di fondi regionali che saranno destinati al Centro per la prevenzione delle malattie infettive, per un investimento complessivo pari a circa 1,350 miliardi di euro.

«Peccato che, con il Covid, abbiamo pagato tutti, – sostiene Borghetti – perché avendo smantellato i vecchi dipartimenti, la riforma non ha sortito niente. Il distretto sanitario diventa il luogo in cui si portano i bambini per le vaccinazioni».

Con il principio di equivalenza peggiora la situazione del rapporto tra pubblico e privato, perché la sanità privata convenzionata lavora con soldi pubblici. In mancanza di regole precise si stabiliscono un 10% di prestazioni concordate rimborsate dalla Regione tramite DRG (Diagnosis-related group), un sistema per la classificazione dei pazienti dimessi dagli ospedali per acuti: le malattie vengono associate ad un numero progressivo da 0 a 505 e sono successivamente raggruppate in macrocategorie omogenee di diagnosi.

Un esempio emblematico di pessima gestione sanitaria: gli interventi su donne con tumore bilaterale al seno. Le linee guida stabiliscono che le donne con questa patologia debbano andare in sala operatoria una sola volta con un solo ciclo di chemio, ma in questo modo il rimborso dell’ospedale sarebbe inferiore rispetto ad un doppio ricovero in tempi successivi.

Ecco allora le proposte del PD: rivedere il rapporto con il privato concordando un controllo sul DRG, ma al momento sembra che in Lombardia non ci sia una sufficiente volontà politica; la statistica afferma che almeno una persona su tre presenta una cronicità che necessita di regolari visite di controllo, ma le liste d’attesa non consentono di rispettare questa sistematicità.

Nel 2018 oltre tre milioni di pazienti cronici (il 30% della popolazione lombarda) avevano ricevuto a casa una lettera dell’assessore al Welfare Giulio Gallera con la proposta di un nuovo modello di cura attivato grazie ad un “ente gestore” che li avrebbe accompagnati lungo tutto il loro percorso, sollevandoli da ogni stress e alleggerendo così le liste d’attesa. Ebbene: nell’88% dei casi si tratta di ospedali.

Come trovare il modo di avvicinare la presa in carico del paziente cronico sul territorio?

Il Decreto-legge Balduzzi (ministro della Sanità del Governo Monti) del 2012 stabiliva, tra le molte cose, che ci fosse un coordinamento tra medici di Medicina Generale, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali, per decongestionare gli ospedali e potenziare l’assistenza ambulatoriale. Purtroppo, questo Decreto-legge non è mai stato applicato da Regione Lombardia, che è scesa al 7° posto nei livelli essenziali di assistenza, nonostante Bertolasi e Fontana, abbiamo continuato a sostenere che i migliori ospedali si trovano qui.

Che cosa propone il PD? Un diverso rapporto tra pubblico e privato.

Per questo motivo lo scorso anno è stata avviata una raccolta firme per una legge regionale di iniziativa popolare battezzata “operazione Tina Anselmi” con lo scopo di contrastare il ricatto delle liste d’attesa, rifiutare l’equivalenza pubblico/privato, promuovere l’integrazione puntando sulla valorizzazione delle professioni e sul rilancio della prevenzione, nonché della medicina territoriale.

Ma non solo: si dovrebbe parlare anche di stili di vita e di educazione alimentare, alla luce delle nuove fragilità come anoressia e bulimia, che ultimamente denunciano un considerevole abbassamento dell’età di esordio. Assolutamente necessario anche il cambiamento di direzione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che ha subito un devastante taglio di risorse: non si tratta di stanziare semplicemente più soldi, ma di un cambio del modello organizzativo.

Il Fondo Sanitario Nazionale 2024 ha già destinato oltre 22 miliardi di euro proprio alla sanità lombarda, con un incremento di 1,1 miliardi rispetto al 2023, ma secondo il PD lo Stato dovrebbe essere obbligato a spendere ogni anno almeno il 7,5% del PIL (Prodotto Interno Lordo) in Sanità, per adeguarci alla media europea. L’80% delle risorse messe in campo dal governo Meloni serve al rinnovo del contratto di lavoro degli operatori, ma al netto la nostra sanità lombarda ha meno soldi dello scorso anno per funzionare. «Non c’è abbastanza consapevolezza di cosa stiamo perdendo, perciò ricordiamoci che senza sanità e scuola pubblica non ci sarà futuro». Ha concluso Borghetti.
«24 miliardi nel bilancio regionale rappresentano una cifra significativa – Ha incalzato Samuele AstutiSi tratta di cifre significative, compresa la presa in carico di persone con disabilità, ma il re/regina dei problemi resta la programmazione e la Lombardia fa più fatica perché l’intuizione sbagliata di Formigoni era pensare che la competizione tra pubblico e privato facesse abbassare i costi. Noi miriamo a fare in modo che la nostra regione torni ad essere titolare anche di ciò che ha comprato dalla sanità privatamente; deve tornare ad essere un ente vero erogando servizi, con competitività di stipendi, soprattutto in zone di confine come questa. Attualmente mancano circa 3500 medici e 9500 infermieri, anche se la curva dei medici sta leggermente migliorando: questo è infatti il primo anno accademico in cui nessun ragazzo è rimasto escluso all’Università».

L’Italia è il paese con il maggior numero di medici per abitante, anche se abbiamo caricato il medico di medicina generale di attività amministrative che non gli competono e a Maccagno con P.V. in particolare si sta vivendo una situazione molto precaria. Le case/ospedali di comunità saranno in grado di attenuare questa criticità?

Secondo Astuti il nostro territorio sembrerebbe fortunato, grazie alla presenza del Bassani Menotti di Laveno e del 5° piano dell’ospedale Luini Confalonieri convertiti a Ospedale di Comunità, con una conduzione infermieristica a bassa intensità.

Le case di comunità sapranno essere luoghi veri dove trovare risposte sanitarie, analizzando i dati provenienti da Varese, dove si è partiti con sportelli ai quali prendere appuntamento per visite ambulatoriali ed esami nel rispetto dei tempi indicati dal medico di medicina generale. Un mese e mezzo fa è stato aperto uno sportello anche a Malnate. Quanto alla possibile riapertura dell’ospedale di Cuasso, Astuti si è espresso in modo assolutamente negativo, ma senza spiegarne a fondo le ragioni.

Certamente «20 anni fa Lombardia si è lavata le mani mettendo in capo al privato una serie di responsabilità, con la presenza di un terzo settore dinamico ma in sofferenza, scaricando sul paziente e la famiglia una serie di costi, perché non è stato riconosciuto un aiuto economico aggiuntivo sull’assistenza agli anziani: chi non ha fondi su cui appoggiarsi sta già scaricando sulle famiglie i costi, mentre chi ha le spalle più larghe si sta facendo carico degli extra costi; si tratta di un sistema delicato e fragile, che rischia di rompersi».

Si è percepito lo stesso clima di incertezza durante il dibattito. In tutti gli interventi la domanda più o meno sottintesa è stata: questa situazione drammatica impatta sui singoli e sulla vita di tutti i giorni. Il legislatore lombardo non se ne accorge? La Regione sta rinunciando al ruolo di governo della sanità? anche S. Raffaele, Humanitas, gruppo San Donato stanno perdendo credibilità e molti scappano anche dal privato. Potrebbe essere compito di un partito politico guidare i processi e i comportamenti? I relatori non hanno potuto far altro che confermare il declino della sanità pubblica, confermando che addirittura ci sono settori nei quali ormai esiste soltanto il privato, per esempio in quello odontoiatrico.

Anche il Servizio Informativo Socio-Sanitario (SISS), nato come strumento abilitante allo scambio informativo fra i clinici rendendo possibile un’azione di continuità assistenziale sui cittadini è in affanno, a causa di ritardi dovuti al sistema di società partecipate. Le case di Comunità attivate sono meno della metà e sono vuote, con la deriva di una Sanità che, scivolando sempre di più nel privato, peggiorerà la situazione, soprattutto per quanto riguarda le disabilità intellettive e la “sopravvivenza dei servizi”, con una logica dei voucher di segno negativo, perché gli assegni erogati non sono sufficienti.

Sarebbe necessario costruire una rete di servizi, ma necessitano le risorse; contemporaneamente, là dove è subentrato il privato sono stati tagliati i servizi pubblici. Lo confermano i dati: dei 18 miliardi che regione Lombardia spende annualmente, solo il 10% va ai servizi sociosanitari e questa percentuale non è mai cambiata dagli anni ’80.

Dovendo fare un bilancio della serata, sembra proprio che l’opinione generale ritenga che Regione Lombardia sia affetta da miopia totale sulle politiche di bilancio, dimenticando che anche investire nel sociale e nel sociosanitario equivale a fare prevenzione.

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento