CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO?

Sono passati 10 (dieci) anni da quando, nell’estate del 2015, arrivarono i primi migranti africani nella comunità di Maccagno con Pino e Veddasca e ci ritrovammo ad affrontare una situazione tanto imprevista quanto delicata (sì perché la telefonata del Prefetto cadde come un fulmine a ciel sereno sull’intera comunità, ma soprattutto sulla testa del sindaco Passera, il quale dovette gestire anche gli umori del paese). Il gruppo di ragazzi nigeriani, recapitato come un pacco postale, fu accolto prima nei locali dell’ex canonica, poi alle “Ceppaie”, ex asilo di Maccagno Superiore sede del gruppo Scout.

Le aride procedure burocratiche furono le stesse di oggi: individuazione di spazi idonei (ma non sempre lo sono) presso cui collocarli, presa in carico e gestione da parte di una cooperativa, con la presenza di educatori e il dovuto supporto psicologico/sanitario; organizzazione di corsi di lingua italiana; graduale inserimento nella comunità; inizio di un percorso lavorativo in paese.

Queste le linee guida alle quali attenersi, che non dipendono dalla “buona volontà” dei singoli, ai quali, però è delegato il difficile compito del “digerire questi corpi estranei”, magari neutralizzandoli con una risposta immunitaria come quella degli anticorpi che ci proteggono dai virus.

Niente di nuovo sotto al sole accade nel luinese, dunque, salvo la sgradevole sensazione di deja vu, con l’unica differenza che, rispetto ad allora, io sono sulla soglia dei 70 anni: troppo vecchia per modificare la mia visione del mondo e dei rapporti umani; troppo vecchia per essere flessibile; troppo vecchia per accettare il confronto con chi la pensa diversamente da me. Allore perché queste mie riflessioni inutilmente controcorrente, che nella migliore delle ipotesi potrebbero essere le farneticazioni di un’irriducibile narcisista dall’arrogante presunzione di voler essere al centro dell’attenzione?

Le ho vissute tutte, le emergenze: dagli anni ’90, con l’arrivo dei profughi albanesi, fino a quella dell’Ukraina, da insegnante e cittadina di questa periferia così diversa dalla metropoli milanese in cui sono nata; a pochi km dalla frontiera con un Paese così civile, ma spesso così avaro di accoglienza per tanti lavoratori italiani frontalieri; un confine che corre sul sottilissimo filo di un rasoio, sul quale si cammina come funamboli nel continuo rischio di cadere nel vuoto (come accadde alla mia famiglia).

E nel corso della mia carriera scolastica ho vissuto anche la tragedia dell’AIDS, che ha colpito duramente anche qui… una vicenda che ancora oggi non sono riuscita a metabolizzare, ma che forse, prima o poi, riuscirò a raccontare…

Nonostante tutto sono ancora convinta di vivere in una bolla e credo che ciò che quotidianamente la TV propone sia soltanto il film di una realtà distopica che non mi appartiene, perché sono costantemente alla ricerca di soluzioni positive e preferisco sempre “toccare con mano” le situazioni prima di emettere sentenze definitive.

Forse dovrei accettare il fatto che anche qui, in luoghi che furono protagonisti di ben altri esodi, in tempi ormai troppo lontani per essere ricordati dai vivi e mai abbastanza raccontati ai nostri figli/nipoti si sia arrivati alla frutta, in termini di accoglienza e di inclusione.

Forse sono banalmente stata fortunata, per non aver subito violenza da parte di qualche “diverso”, per carnagione, nazionalità, quoziente intellettivo o altro; se avessi avuto qualche brutta esperienza, non parlerei con il tono della maestrina saccente, dispensatrice di retorica e frasi fatte da libro Cuore.

Eppure, ho sentito un nodo in gola e non credo che sia stato un sintomo di gastrite: era la materializzazione della Paura. Sì, quella con la lettera maiuscola, che suggerisce alle nostre menti altrettanti slogan del genere: aiutiamoli a casa loro; portano via case e lavoro ai nostri connazionali… e non continuo, perché è sufficiente scorrere tra i commenti inseriti nelle varie pagine sui social per riconoscerne tutti i sintomi.

Il Male esiste! Barbablù esiste, ma si può annidare anche nel fidanzato respinto, nel vicino di casa intollerante, nel parente pedofilo, nel malintenzionato di ogni colore e nazionalità, non necessariamente richiedente asilo.

La Paura cercò di impossessarsi anche della mia, di mente, quella sera in cui andai alle Ceppaie ad assistere i ragazzi africani, perché i volontari della Cooperativa erano andati alla cena prenatalizia dell’Associazione. Nessuno della mia famiglia sapeva che ero là: avrebbero potuto uccidermi, farmi a pezzi e sotterrarmi nel bosco, dichiarando poi di non avermi vista, oppure che me ne ero andata prima del tempo…

M’è andata bene? Sì, nel senso che non ho permesso alla Paura di prendere il sopravvento sulla mia intelligenza e, soprattutto, sui miei sentimenti. Ci vuole coraggio per cambiare il proprio modo di pensare? Ci vuole Fede? Niente affatto: credo che, semplicemente, basti restare in ascolto, sempre: prima o poi l’uomo nero, l’orco che abita i nostri incubi se ne andrà spontaneamente, per non tornare più.

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Abbiamo tutti una percentuale di animo servile? Sì, no, forse…

 

Machiavelli_PrincipeTra meno di un mese sarà un nuovo anno:  dispari, con l’ultima cifra dal numero che io prediligo, il cinque, avendone ben tre nella mia data di nascita.

Ora più che mai devo chiedere perdono a me stessa per ogni ingiusta omissione, trascuratezza, cecità che per una vita mi hanno trasformata nella mia peggior nemica.

Quanto tempo si dedica (minuti, ore, giorni e a volte notti) a progetti condivisi dai quali, quando non si serve più, si viene in qualche modo estromessi, o, per dirla meglio: si viene estraniati, semplicemente non essendo più tenuti al corrente delle novità?

Ripenso a Machiavelli, che nel suo saggio di dottrina politica “Il Principe” non scrisse mai “Il fine giustifica i mezzi”, ma nel cap. XVIII così si espresse: «nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi … si guarda al fine … I mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati».

Dal 1513 ne è passata di acqua sotto ai ponti… compreso quello di Maccagno,  dove vivo da 45 anni (ed ecco che ritorna il numero 5) e allora, da brava masochista, mi diverto a “girare il coltello nella piaga” pensando che gli ingenui continueranno ad essere vittime dell’animo servile di coloro che pensano di saltare sul carro dei vincitori, quasi sempre soltanto per considerarsi meritevoli di un consenso che altrimenti non avrebbero, o meglio: per ottenere un compiacimento, nella speranza di uscire dal limbo della trasparenza politico/culturale nella quale noi tutti sgomitiamo pur di uscire dalla caverna per respirare un po’ d’aria, con l’illusione che questa sia fresca e ossigenata.

«Sono così tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare». Scrive ancora Machiavelli e mentre ancora una volta saccheggio alla saggezza dei nostri nonni, che sentenziavano “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, formulo ufficialmente i miei propositi per il nuovo anno, sull’onda del “meglio soli che mal accompagnati”: non dovrò temere di sfrondare, selezionare, saper dire “NO” con la stessa soavità con cui ci si lascia sciogliere in bocca un inebriante cioccolatino al cacao amaro.

Sono convinta che ne guadagnerò in salute e scompariranno gli attacchi, soprattutto notturni, di gastrite. A meno che questi non siano dovuti alla cattiva coscienza e ai sensi di colpa che mi rodono, per non essere stata capace di amarmi di più… Intanto mi aspetto di risvegliarmi più grassa (per via dei cioccolatini), ma con l’animo più leggero… e non è poco.

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“Quand’ero bambino mi piaceva guardare le nuvole”

Lo scorso 25 marzo, La confraternita del Chianti e l’Associazione Interdisciplinare delle Arti hanno portato all’ex Colonia Elioterapica di Germignaga “Il paese delle facce gonfie”, nell’ambito della stagione teatrale 2022/2023 del Teatro Periferico di Cassano Valcuvia.

Uno straordinario Stefano Panzeri, con un tono leggero come piuma al vento, guardando in faccia uno per uno gli spettatori, ha sferrato loro un pugno nello stomaco ad ogni parola, pronunciata come per caso, risvegliando i ricordi e accompagnando il tumulto delle emozioni nel salto temporale compiuto da chi visse quegli avvenimenti così lontani, ma indelebili nella mente e nel cuore.

E il racconto, un po’ sgrammaticato, non sempre in successione temporale dell’ingenuo “solito Poldo”, come lo apostrofava sempre la mamma per non dire “il solito cretino”, è la testimonianza degli avvenimenti che precedettero la tragedia ambientale che avrebbe dato origine, il 10 luglio 1976, al “disastro di Seveso”, classificato nel 2010 dal Time all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della Storia.

Poco più di un sussurro, quello di Poldo, come se parlasse alla sua stessa coscienza, alternato a richiami perentori, con lo sguardo rivolto a quella finestra dietro alla quale c’è l’amico “Zorro”, che viene invocato con disperazione, nella speranza di sentirsi dire che non è niente, che è tutto a posto: metafora di una preghiera rivolta ad un Dio che non c’è, che non si avvicina nemmeno a quelle persiane chiuse, forse per non dover dare delle risposte.

Il monologo di Paolo Bignami “Il paese delle facce gonfie”, vincitore del Mario Fratti Award 2017 (New York) che celebra il teatro italiano negli USA, appartiene a pieno diritto alla migliore tradizione di teatro civile. Tra le motivazioni della giuria: “Colpisce, nel dramma, la lievità del tono poetico che pervade l’opera”. Ma tra le righe si legge anche tanta amarezza e delusione verso quella fabbrica accogliente come una mamma premurosa e protettiva, inclusiva anche con coloro che vengono da lontano o con chi deve riscattarsi da un torbido passato, ma che si rivela matrigna e vendicativa, lasciando “salire in cielo” proprio coloro che aveva salvato da un misero destino di sottoproletariato, promossi dal rango di contadini a quello di operai, illudendo uomini e donne di poter avanzare di un gradino nella scala sociale di quel territorio orgogliosamente collocato nel “triangolo industriale” del Nord.

Ed è Poldo, un uomo bambino, un uomo semplice, dai sentimenti cristallini, che si fa portavoce dell’incredulità, della paura, della rassegnazione nei confronti dei “capi”, che non ascoltarono chi aveva già segnalato strane anomalie; amplificatore di una ribellione al silenzio dei mezzi d’informazione, che avrebbero dovuto immediatamente divulgare la tragedia e invece tacquero.“Quand’ero bambino mi piaceva guardare le nuvole. Mi sdraiavo sul prato fuori di casa e aspettavo. C’erano dei giorni di sereno che aspettavo delle ore e non succedeva niente… …La mia nuvola preferita era una nuvola che sembrava una bella donna con le tette grosse. Arrivava sempre verso le quattro, quattro e mezza, quattro e quarantacinque massimo… Poi c’era una nuvola che sembrava un uomo che suona la tromba. Di quelli che gli si gonfia la faccia. Non so se avete mai visto uno che gli si gonfia la faccia. Era una nuvola che arrivava verso le cinque, cinque e dieci. Cinque e quindici massimo…”

Lo stesso autore del testo, Paolo Bignami, così ricorda quel dramma: “Nel luglio di tanti anni fa io e altri bambini guardavano il cielo nel timore che la nube tossica partita da Seveso potesse passare di lì. Era il 1976 e i disastri ambientali che seguirono troppo spesso hanno ricordato quanto accaduto a Seveso”. E anche Poldo, sempre più incredulo, non sa spiegarsi il perché di quegli “effetti indesiderati”, come si legge sui bugiardini che accompagnano i medicinali. Dopo dieci, vent’anni dalla bonifica forse la faccia si potrebbe gonfiare ancora, perché “l’aria ricorda”… Ma anche la gente ricorda “… Che i mesi dopo la fabbrica si è rotta di nuovo, l’hanno riparata e sui giornali non hanno scritto niente, ma la puzza si sentiva lo stesso. Sui giornali scrivono solo quando c’è il guaio grosso e alla fabbrica il guaio grosso doveva ancora arrivare. Quando c’è il guaio grosso allora sì che i giornali scrivono e te lo dicono anche i telegiornali: bum!…”

Come trasformare commozione e indignazione in coscienza civile? Perché la denuncia di uno scandalo, di un danno ambientale, di un’ingiustizia sociale, non ha alcun valore se non ci si mette in cammino verso la costruzione di “buone pratiche” che tutti dovrebbero seguire, dai semplici cittadini alle istituzioni e ai politici.

Risale alla notte dei tempi, precisamente nel VI/V secolo a.C. ad Atene, sotto Pisistrato, l’origine del teatro civile. A recuperarne l’etichetta fu però Marco Paolini, negli anni Novanta del secolo scorso, con il suo “Racconto del Vajont”: “il teatro civile è anfibio, nasce e respira fuori dall’edificio teatrale”. Si tratta dunque di una sorta di work in progress alimentato dal confronto diretto con il pubblico. Non si vuole rappresentare alcuna ideologia politica, né essere veicolo di propaganda. È semplicemente un porsi allo stesso livello degli spettatori, alla ricerca della verità, senza la presunzione di essere degli esperti o degli specialisti. Nel teatro civile l’attore è un cittadino comune che vuole condividere con il pubblico ciò che conosce di un problema o di un episodio storico, trasformato in racconto-spettacolo. Dario Fo fu un maestro di teatro militante, soprattutto con Mistero Buffo, in cui il testo dello spettacolo arriva alla fine di un processo creativo già “rodato” dal confronto con il pubblico. La tecnica del monologo è sicuramente meno costosa e più versatile rispetto ad una messa in scena tradizionale: è facilmente replicabile ovunque, anche in luoghi poco spaziosi, eppure questi spettacoli essenziali, “poveri”, riscuotono molto interesse, perché rispondono al bisogno profondo di diffusione della narrazione, alla ricerca de verità e di identità.

Ma la funzione del teatro civile è anche quello di portare/riportare all’attenzione qualcosa che si è dimenticato, ripristinando una memoria collettiva che riporti in luce una verità distorta o occultata. Vicende che avrebbero dovuto trovare una collocazione nei libri di scuola, essere divulgate dai mass media e invece sono annegate tra gli “omissis” e l’etichetta di “mistero”: vicende della storia recente che hanno perso il diritto ad una ricostruzione oggettiva e razionale. È dunque il recupero di una “controstoria” che faticosamente si fa strada tra assordanti silenzi e depistaggi di carattere economico, politico, o complottistico, per non dire mafioso. E in questo senso anche le inchieste giornalistiche spesso sono state complici più del potere che della verità, anche perché non è compito loro, né dei tribunali, scrivere la Storia.

Ecco, il teatro civile ha almeno il pregio di rivivere un evento di fronte alla collettività, con la speranza di provocare almeno una riflessione. “Il rito laico della rappresentazione diventa un momento di ricostruzione dell’identità e dell’emozione collettiva e lo spazio teatrale si trasforma così in luogo della memoria”. (Oliviero Ponte Di Pino su “Arteatro”, webzine di cultura teatrale (27/02/2009). E la memoria di quella tragedia è custodita nel parco naturale “Bosco delle querce”, realizzato nel 1983 e aperto al pubblico nel 1996 nell’ex Zona A su un terreno proveniente da altre zone della Lombardia e che andò a sostituire quello inquinato dalla diossina: un “non luogo” che ricopre le vasche di contenimento impermeabilizzate che contengono gli oggetti personali degli abitanti, i resti degli edifici, di oltre 80 000 animali morti o soppressi e le attrezzature usate per la bonifica.

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Serve ancora saper leggere?

Quanto leggiamo? Che cosa leggiamo? Quanto tempo dedichiamo alla lettura? E soprattutto: leggiamo ancora libri, riviste, giornali cartacei?

Domande retoriche, perché conosciamo già la risposta: viviamo nell’era in cui l’esigenza di essere sempre ”sul pezzo”, ha messo in crisi la stampa cartacea, che non riesce e non può, per sua natura, tenere il passo con la tecnologia.

E i quotidiani, i settimanali, perfino i mensili, che avrebbero la possibilità di approfondire e riflettere/far riflettere, sono sempre meno appetibili, perché devono fare i conti con lo spazio assegnato agli sponsor, senza i quali non potrebbero economicamente sopravvivere; ogni pagina è oggetto di competizione fra parole, pubblicità e foto, la quotazione della cellulosa ha raggiunto cifre record, ma soprattutto ci si deve misurare con il progressivo “analfabetismo di ritorno” dei lettori, che, di fronte a testi troppo lunghi/densi/articolati rinunciano alla lettura.

La comunicazione diventa sempre più essenziale, fatta di poche informazioni che, a volte, non varrebbe nemmeno la pena di pubblicare, perché comunque superate dagli aggiornamenti in tempo reale offerti dalle testate online, dai social, dai blog, dalle Apps, dagli influencer.

Il luinese prof. Roberto Radice, allievo e collaboratore del filosofo Giovanni Reale, in una bella intervista andata in onda su Rete 55 il 25 luglio scorso ha lanciato un grido d’allarme sull’evoluzione della comunicazione, che tende a diventare sempre più breve, ridotta addirittura a slogan e nulla più, privata di tutta l’elaborazione del ragionamento.

E pensare che proprio l’online permetterebbe di poter scrivere quasi “ad libitum”, senza l’ansia del numero di caratteri da rispettare, in funzione della presenza o meno di foto allegate, della dimensione del font, della spaziatura tra paragrafi e tutto ciò che costringe a forzate compressioni del pensiero.

Già, ma ormai siamo abituati ad una vita a misura di telecomando, siamo esperti di zapping tra una notizia e l’altra, dove, prima ancora di iniziare, veniamo informati del tempo medio di lettura, così da decidere preventivamente quanto tempo vogliamo “perdere” prima di passare oltre.

Abbiamo perso il piacere di assaporare la conoscenza, di emozionarci con una lettura lenta, meditata, che, come dice il prof. Radice, “si accompagna alla scrittura, dove lo scrittore deve fingere e sperare di sapere che il suo scritto andrà nelle mani di qualcuno che lo capisce”

Ma forse non è più necessario scrivere, perché non siamo più in grado di leggere e il nostro cervello si sta a poco a poco trasformando in un groviglio di ingranaggi arrugginiti.

Nel 1976 il linguista Tullio De Mauro aveva condotto una ricerca per verificare quante parole conosceva un ginnasiale. Il risultato fu: 1600 circa. Nel 1996 il numero scese a 600/700 parole. Oggi sicuramente non arriviamo alle 300 parole. È pur vero che ad ogni parola caduta in disuso corrispondono altrettanti neologismi, ma di quante parole abbiamo bisogno per essere in grado di formulare un pensiero? Il filosofo Heidegger sosteneva che “riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponda una parola”. Ma forse la parola non serve più, così come non serve più saper leggere, dato che i video sono più immediati, così come non serve imparare le tabelline, visto che esiste la calcolatrice…

Eh già, viviamo nell’era delle immagini. La stessa TV è superata, come sono ormai fuori moda social media come Facebook, o piattaforme come YouTube, a favore di Tik Tok, Instagram e i suoi “reels”, che durano 15, 30, 60 secondi e che tra poco (ne sono sicura) diventeranno “subliminali”, con informazioni che il cervello assimila in modo inconscio, perché di durata così breve che il nostro occhio non fa in tempo a fissarli sulla retina.

Oggi la comunicazione gioca su tre concetti chiave: sintesi, velocità di lettura, tempistica dell’informazione. E il contenuto? Non importa. A che serve assimilare dei concetti, ragionare, approfondire, se non a confonderci le idee, ammesso di possederne e rischiando magari di scoprirci non in linea con il pensiero dominante?

https://www.rete55.it/trasmissioni-rete55/speciale-rete55/il-filosofo-radice-contro-lera-degli-slogan/?fbclid=IwAR1EKmm0Pynm69ZmVak_xsrUZ55Kb3RLJ9xkIFlltmLpMqh7E0rsyoIggMY

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La Sanità nel luinese: a che gioco giochiamo?

In questi ultimi mesi si sono alternati articoli e comunicati stampa, palleggio di responsabilità tra ASST e AREU, botta e riposta fra addetti ai lavori, perplessità di amministratori e utenti su un servizio sanitario sempre più asfittico che galleggia a stento in acque decisamente torbide.

Tante, le belle promesse e gli avveniristici progetti del PNRR, come l’imminente realizzazione delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità anche a Luino, ampiamente illustrati il 19 marzo scorso durante il convegno su “Salute e territorio”. Ci avevamo quasi creduto, a questa Sanità di prossimità che avrebbe avvicinato le prestazioni erogate ai nostri cittadini a quelle del capoluogo.

Invece, tre mesi dopo, la prima doccia fredda, con l’annuncio della sospensione della presenza del medico rianimatore sull’automedica in orario notturno, senza nemmeno avere la cortesia di comunicare la sofferta decisione ai sindaci del Piano di Zona,“disattendendo lo spirito di una riforma che prevedeva il coinvolgimento degli enti locali”, come denunciato dal Sindaco Bianchi nel Consiglio Comunale del 23 giugno.

A chi spetta garantire i “Trasporti Sanitari Secondari Urgenti Tempo Dipendenti”? Il ping pong tra ASST Sette laghi e AREU poco importa a chi ha il diritto di usufruire di un servizio strettamente collegato alla capacità di trasporto rapido all’Ospedale di Circolo, con l’indispensabile presenza a bordo del medico anestesista-rianimatore h24 e la giustificazione della carenza di personale, attesa dell’esito di un concorso previsto per il prossimo autunno, garanzia di utilizzo del medico in servizio presso l’ospedale in caso di necessità sembrano essere solo belle pezze giustificative per non dover ammettere che la situazione sanitaria del nostro territorio fa acqua. Perché, sia chiaro, non si tratta soltanto di presenza dell’anestesista sull’automedica: tutte le altre figure professionali in gioco, infermieri per primi, sono sottoposti a turni massacranti, spesso coprendo il servizio ospedaliero e subito dopo quello sui mezzi di soccorso, senza la possibilità di effettuare il dovuto riposo.

Nel frattempo, addizioni, sottrazioni, percentuali ed equazioni di vario genere hanno messo alla prova le nostre competenze matematiche, come il calcolo della media tra la frequenza di interventi notturni dell’auto medica nel luinese (2,75) contro quelli di Gallarate (7/8/9) e il consueto “riallineamento provvisorio dell’offerta dei servizi” estivo, che ha privato l’ospedale di Luino di 20 posti letto, suddivisi tra Cure Subacute (10) e Riabilitazione (10), ridotti a 4 e trasferiti accanto alla degenza del reparto Medicina Interna. Ben 16 posti letto in meno in parte bilanciati dal potenziamento dell’analogo reparto dell’ospedale di Angera, che dal 4 luglio è arrivato ad un massimo di 25 posti letto.

Ai primi di luglio si è aggiunta la necessità di convertire nuovamente dei reparti per garantire (a Varese come a Luino) l’accoglienza di degenti Covid positivi. Il primo piano del padiglione centrale del Luini Confalonieri ha messo a disposizione 17 posti letto, mentre il quarto piano è diventato un piano polispecialistico; l’area chirurgica contratta a 10 posti equamente ripartiti fra ortopedia e chirurgia generale, 14 dedicati alla medicina generale e un posto letto alla riabilitazione.

A tutto ciò si è aggiunto l’ “effetto sorpresa”: il 7 luglio gli organi di stampa hanno dato la notizia del ripristino della presenza del medico anestesista sull’auto medica a partire dal 1 agosto. Lieto fine di una brutta storia? Nemmeno per sogno, perché in realtà continua il progressivo depotenziamento del nostro ospedale.

Non si vuole sottovalutare questa ennesima emergenza sanitaria, ma ci si chiede: che ne è dell’investimento previsto, pari a 24 milioni di €, per l’ospedale di Cuasso al Monte, rinato proprio come centro di cura per malati Covid e attualmente chiuso? Questa struttura potrebbe essere un punto di riferimento nell’accoglienza di pazienti di bassa intensità.

Di che cosa ha bisogno l’ospedale di Luino per essere messo in condizione di poter svolgere la sua funzione di presidio soddisfacente per il suo bacino di utenza? La Direzione Generale Welfare aveva stabilito che dal 1° aprile l’efficienza delle strutture pubbliche e private convenzionate accreditate fosse valutata trimestralmente usando il parametro di riferimento relativo agli analoghi trimestri del 2019, incrementando al 110% la produzione delle attività di ricovero e ambulatoriale, in particolare quelle che riguardano la chirurgia programmata, con una premialità sul rispetto delle liste d’attesa.

Nel Consiglio comunale dell’11 luglio l’argomento Sanità è stato al centro di un vivace dibattito tra le forze politiche, a proposito dell’auto medica, ma anche della riconversione dei posti letto a causa della nuova emergenza Covid. Il comune cittadino ignorante e plebeo come me, che rimbalza come una pallina da flipper tra perplessità, tentativi di interpretare, capire e giustificare le scelte degli enti competenti, rispetto delle procedure, metodi di lavoro, flessibilità e gestione del personale medico/ infermieristico continua a chiedersi perché, alle altisonanti parole di elogio e ammirazione dei vertici di Sanità e Regione, che periodicamente visitano il nostro territorio, con promesse di riqualificazione e incremento dei servizi, corrisponde invece una realtà da terzo mondo.

Mentre mi piacerebbe capire a che gioco stiamo giocando, continuo a masticare amaro…

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Chi sono i putiniani?

Non capisco.
Più invecchio e più non capisco.
O forse dovrei rassegnarmi al fatto che la senescenza inizi proprio dal deterioramento delle facoltà mentali… e con l’avanzamento dell’età si perde il controllo delle emozioni, si esprimono opinioni senza “peli sulla lingua”, ovvero senza quella doverosa diplomazia, che ci mette al riparo da malumori, contestazioni, polemiche e chi più ne ha più ne metta.
E si perde anche il senso di riservatezza che ci dovrebbe indurre a tenere per noi certe opinioni, che in fondo non interessano ad alcuno, salvo a chi poi ne approfitta per infliggerci colpi bassi, nel tentativo di distruggere quel po’ di autostima che ci rimane.
Dopo questa premessa, è ovvio che il mio livello di invecchiamento sia arrivato al punto di non ritorno e quindi, abbandonando la prudenza che dovrebbe suggerirmi di non cadere nel tranello di spifferare a tutti il mio pensiero, rendo pubblica questa considerazione, che avevo sulla punta della lingua da un pezzo, ma che ora proprio non riesco più a trattenere, anche se anticipo già il pensiero dei tanti che mi risponderanno “chi se ne frega, delle tue opinioni”.
Si tratta de “Il Corriere della Sera”, sì, proprio del quotidiano nazionale per eccellenza, che domenica 5 giugno 2022, titolava: “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia”.
E dai, che ci risiamo! Non sono bastate le campagne d’odio e di intolleranza di due anni di pandemia, con gli schieramenti pro/contro lock down, pro/contro vaccini, pro/contro mascherine, pro/contro Green Pass… con caccia all’untore per le vie di paesi e città, liste di bravi e cattivi medici, opinionisti, giornalisti, amministratori pubblici e via discorrendo. Ma proprio non siamo capaci di ragionare, di farci un’opinione che non sia sempre necessariamente di destra/sinistra, di maggioranza/minoranza, di buoni/cattivi? Il “Grande Fratello”, quello di orwelliana memoria (non il reality show), continua a volteggiare sulle nostre teste come un avvoltoio pronto a cibarsi di ciò che resta della nostra materia grigia.
E i media rappresentano il volano per la diffusione di sentimenti “partigiani” (chi parteggia per qualcuno o per qualcosa, caratterizzato da spirito di parte, fazioso – Treccani) fra i lettori, favorendo spaccature nell’opinione pubblica, utili per alimentare l’audience dei vari talk show.
Tornando all’articolo del Corriere, nell’incipit si conferma il fatto che la rete sia “complessa e variegata. Coinvolge i social network, le tv, i giornali e ha come obiettivo principale il condizionamento dell’opinione pubblica…” Si parla di strumentalizzazione, nel lungo, circostanziato e interessante articolo di Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini, ma nella maggior parte dei casi, purtroppo, chi legge si ferma ai titoli, qualche volta arriva ai sottotitoli e i più pignoli arrivano perfino a dare un’occhiata alle immagini e magari a leggere le didascalie.
Tra questi lettori superficiali mi ci metto anch’io, naturalmente, perché non sono diversa dagli altri. Ebbene: ad una prima occhiata della pagina in questione, che cosa percepisce il mio cervello pigro? L’ennesimo elenco dei mostri da sbattere in prima pagina e da additare al pubblico ludibrio, vittime del comandamento “O sei con me, o contro di me” perché (si dice) vanno controcorrente. Ecco come si fa a orientare il pensiero della gente, che non ha tempo per approfondire, bombardata com’è da mille informazioni di tutti i generi e con problemi personali e quotidiani da risolvere, sicuramente più urgenti.
E quante volte è capitato che un titolo non corrisponda del tutto al contenuto di un articolo? Per noi, che siamo il “popolino”, va bene così: fermarsi ai titoli, soprattutto se a caratteri cubitali, costa meno fatica, permettendoci comunque di schierarci “senza se e senza ma” dalla parte della maggioranza (che di solito ha sempre ragione, o no?), isolando tutti i “brutti e cattivi” che stanno dalla parte del nemico (ma sarà poi vero che sono partigiani dell’altra parte?), invocando per loro l’emarginazione dalla società civile, pacifista, democratica, solidale.
Non ne verremo a capo, continuando così, non potrà esistere alcun dialogo fra le parti (di qualsiasi contesto di tratti) se non cominceremo a mediare fra emozioni e ragione, se non cercheremo di ascoltare, di capire, prima di giudicare. Ciò non significa non fornire aiuti al popolo che soffre (di qualsiasi popolo si tratti), ma per favore, non cadiamo nella trappola in cui ci vuole far cadere la propaganda (da qualsiasi parte arrivi), che ci vuole divisi e schierati. E soprattutto cerchiamo di leggere, leggere, leggere, (magari incominciando da”1984” di George Orwell) di approfondire, di cercare fonti di informazione alternative, senza farci condizionare da influencer e opinionisti di qualsiasi corrente. Questi passano, la nostra capacità di elaborare opinioni personali, invece, più sarà esercitata, più ci renderà forti e incorruttibili.

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Rent an E-bike

È di giovedì 2 luglio 2020 la notizia ufficiale, letta su Varese News, della partenza del servizio di noleggio bici in Veddasca. “Al Lago Delio mountain bike con pedalata assistita e guide per i turisti che non conoscono i luoghi. Nasce ASD Veddasca Bike Experience per promozione turistica e conservazione dei sentieri”.

L’interessante pacchetto prevede un servizio di noleggio in quota (cioè al lago Delio), proposto dalla neonata associazione, che nel frattempo ha anche attivato la collaborazione con “Veddasca e-bike”, proprietaria delle bici. Percorsi e tour degli alpeggi che si adattano a diversi livelli di escursioni e a differenti competenze dei ciclisti, con eventuale accompagnamento di guide, rivolti sia agli italiani che agli stranieri.

Inoltre “stiamo registrando proprio in questi giorni la ASD Veddasca Bike Experience che si occuperà di collaborare col Comune per segnaletica, promozione turistica e manifestazioni sulle due ruote”.  Così ha dichiarato Mauro Raineri, promotore dell’iniziativa.  Sarà possibile noleggiare sia bici semplici che “assistite”, come illustrato sul sito www.ebikeveddasca.it, per la durata di due ore, mezza giornata, un giorno, 2 giorni, una settimana.

Qual è la principale caratteristica di un’e-bike?

Quella di essere dotata di un motore elettrico collegato a una batteria, scegliendo il livello di assistenza più adeguato.

A questo punto, però, sorge un problema: quello della ricarica. Il motore elettrico collegato alla batteria possiede un’autonomia variabile che dipende da alcuni fattori, anche se i sistemi più performanti assicurano un’autonomia di 100 e più km.:

– dal peso del biker

– dalla ipologia del percorso e di eventuali dislivelli

– dalla pedalata

Generalmente le stazioni di ricarica vengono installate

– nei punti di attrazione turistica (musei, apt. ecc.),

– presso caffé, bar, ristoranti, bicigrill,

– presso hotel, Bed & Breakfast, e altre strutture ricettive

– presso strutture ricreative (piscine, parchi, ecc.)

Tra le varie tipologie di infrastrutture di ricarica le più pratiche sembrano essere le cosiddette colonnine, acquistabili con varie opportunità di finanziamento, nazionali o regionali.

Maccagno con Pino e Veddasca vanta una lunga esperienza di mobilità sostenibile, da quando, nel dicembre 2012, grazie alla partecipazione ad un bando regionale fu inaugurato il primo servizio di “car sharing”, collocato nei giardini nei pressi del Comune.

Ma torniamo ai giorni nostri: durante il Consiglio Comunale del 13 giugno scorso, tra i vari punti all’ordine del giorno c’era la risposta alla mozione presentata dal gruppo consiliare di opposizione “Idea Comune” relativa all’installazione di colonnine elettriche per la ricarica di biciclette assistite.

Stupefacente la risposta del consigliere Matteo Catenazzi, il quale, sottolineando la connotazione “Green” ed “Environment trendy” (ambiente alla moda) di Maccagno con Pino e Veddasca, citava proprio l’esempio di Car-Sharing “E-Vai, la fito depurazione e la casetta dell’acqua. In effetti, nel dicembre 2012 furono inaugurati due parcheggi di sosta riservati alla ricarica di due vetture endotermiche a basso impatto ambientale, ai quali si e aggiunto, nel febbraio 2018, “E-Vai 2.0 Just in time“, un veicolo elettrico di ultima generazione, grazie ad un progetto di collaborazione tra E-Vai(società di car sharing del Gruppo FNM), e il Comune. Costo di mantenimento: 700 € più IVA al mese.

In aggiunta, da aprile 2019 sono attive due ulteriori postazioni di ricarica elettrica, rispettivamente in via Argentina e in Piazzale Aliverti, a cura di Enel X, senza alcun costo per l’amministrazione comunale.

A fronte di comportamenti tanto virtuosi dell’Amministrazione, non si spiega, dunque, perché la proposta di installare delle colonnine per la ricarica di bici elettriche sia stata subito bollata come “stridente rispetto all’idea di sviluppo sostenibile dell’imprenditoria montana locale”.

Le argomentazioni del consigliere Catenazzi si sono concentrate sulla richiesta di “Una proposta più articolata, accompagnata da uno studio di fattibilità e di impatto ambientale derivante dall’installazione di altre strutture di ricarica e del necessario allaccio alla rete energetica, senza dimenticare il peso della conseguente necessaria rete di manutenzione e controllo”.

Proposta “dal respiro corto, se non inserita in un contesto più generale e articolato”, dunque, quella del gruppo di Idea Comune?

Parebbe di sì, perché l’amministrazione Comunale già da tempo aveva avviato “colloqui fattivi e stringenti” con la nascente Associazione Sportiva Dilettantistica “che si vuole fare promotrice diretta della pratica di questo sport, condividendo anche l’opportunità di creare punti di ricarica e manutenzione presso le attività aperte al pubblico”.

Ecco che, pensando ad un costo zero per le casse comunali, si pronostica di “cogliere più frutti con minor dispendio di risorse potendo avere diretto riscontro anche da parte degli imprenditori di montagna”.

Un percorso tutto in salita, dunque, secondo gli amministratori maccagnesi, al termine del quale “nasceranno sicuramente dei punti di ricarica e-bike, ma a quel punto ci saranno percorsi segnalati, un supporto informativo adeguato, punti di ristoro pronti ad accogliere i turisti della bicicletta”.

Da cittadino medio, dotato di intelligenza media, mi chiedo: perché non votare a favore della mozione di Idea Comune, visto che erano già in corso delle trattative con i privati?

Paura forse di dover accollare a carico del Comune gli oneri di progettazione, installazione e manutenzione delle colonnine?

Non era forse il caso di valutare la possibilità di accedere a fondi regionali/nazionali da parte dell’amministrazione pubblica, piuttosto che lasciare alla gestione di un’associazione la responsabilità del servizio?

E se un domani l’associazione dovesse trovarsi nell’impossibilità di continuare a garantire il servizio?

Sarebbe stato sufficiente che, anziché votare contro, in evidente contraddizione con tutte le iniziative virtuose a favore della mobilità sostenibile elencate dal gruppo di maggioranza, ci si fosse espressi unanimemente a favore della proposta di Idea Comune, riservandosi di costituire, magari, un gruppo misto in grado di valutare i pro e i contro di un eventuale intervento pubblico per la riqualificazione turistica di un territorio che, ora più che mai, ha bisogno di aiuto per risollevarsi.

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Odio il “canto del cigno”

Non me l’aspettavo.

Non mi aspettavo di essere nominata, tra le tante parole scritte sull’ultimo numero cartaceo de “L’Eco del Varesotto”.

Volutamente avevo scelto il “silenzio stampa”, proprio perché fosse chiaro il mio voler, invece, gridare “mi dissocio!”, frase che purtroppo sembra essere diventato, da un po’ di tempo, il leit motiv che scandisce la mia vita.

In verità, come ha scritto il buon amico Lino Bernasconi, la mia natura è sempre stata “spigolosa, con qualche punta polemica” (e forse anche più di una punta nda), ma se in passato avevo sempre cercato di far prevalere la buona educazione e la diplomazia, da quando ho superato una certa età anagrafica non mi preoccupo più di essere simpatica a tutti: semplicemente cerco di evitare gli attacchi di una gastrite cronica che necessita di essere contenuta entro limiti accettabili.

Dunque, dicevo, mi dissocio da questa scelta del caro amico direttore Davide Boldrini, che, citando l’aforisma di C. Chaplin scrive, in prima pagina dell’ultimo numero del “suo” giornale cartaceo “Nulla finisce… cambia soltanto”.

Del resto, ben prima del grande Charlot, il chimico e filosofo Antoine Laurent Lavoisier, nel ‘700 affermava che “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Sembra quindi che i cambiamenti siano inevitabili: cambia il corpo, che invecchia; cambiano i rapporti affettivi, quando ci si lascia, o quando qualcuno a cui vogliamo bene abbandona il mondo terreno; cambiano i rapporti di lavoro… e mai come in questo momento, a causa di questa assurda pandemia, l’abbiamo verificato, magari proprio sulla nostra pelle.

Anche i desideri e gli obiettivi non possono rimanere incatenati ad un immobilismo che ci impedirebbe di crescere e di evolverci; ecco allora nuove prospettive e nuovi percorsi che si aprono di fronte alle nostre vite, personali o professionali che siano.

Sì, la carta stampata da anni è in sofferenza, sia a causa della prepotente invasione tecnologica, che ci permette una connessione planetaria H24, che a causa dei costi, delle tempistiche e di tutte le difficoltà di carattere pratico/economico di cui ha parlato il direttore Boldrini nel suo articolo di commiato ai lettori.

Ma io mi dissocio, da questo concetto di “evoluzione dei tempi”, da questo “cambiamento delle abitudini dei lettori”, che mi fanno tanto pensare a quello straordinario ed inquietante romanzo di Ray Bradbury, “Farenheit 451”, in cui si racconta di un ipotetico futuro posteriore al 1960, in cui si descrive una società in cui leggere o possedere libri è considerato un reato e quindi viene istituito uno speciale corpo dei vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume.

E penso anche al rischio di “biblioclastia”, la pratica spesso promossa da autorità politiche o religiose, con cui, anche in un passato piuttosto recente, sono stati distrutti libri o altro materiale scritto.

“Sei fuori tema!” Obietteranno in molti: qui si tratta semplicemente del trasferimento in digitale di una pubblicazione periodica. La cultura e l’informazione non subiranno censure, anzi: la tecnologia permetterà a molte più persone di essere informate, di migliorare la propria cultura, di tenersi aggiornate, di poter interagire, e addirittura in tempo reale, con il mondo intero. Che cosa c’è di scandaloso?

“L’Eco del Varesotto” non è stato né il primo, né l’unico giornale ad aver rinunciato alla sua forma cartacea, sia sul territorio nazionale che locale.

E in questi anni, quante librerie hanno chiuso i battenti? Ne cito solo una, ad esempio per tutte: la storica libreria Veroni di Varese, faro luminosissimo per noi docenti, grazie al suo reparto dedicato alla didattica, che chiuse i battenti nel 2006.

E dopo la libreria Veroni, altre seguirono lo stesso destino, soppiantate non solo dal digitale, ma anche dagli acquisti di libri sulle piattaforme online.

Del resto, nel nostro territorio abbiamo anche assistito alla morte de “Il Rondò – Almanacco di Luino e dintorni”, sopraffatto dall’impossibilità di sostenerne i costi di pubblicazione e, prima di lui, la migrazione online di un altro storico settimanale, “Il Corriere del Verbano”.

Allora mi chiedo: a quando la soppressione delle biblioteche?

E perché, dunque, questo canto del cigno per il “V8”?

Viva gli ebooks, le testate online, i social… Io stessa pubblicherò le mie parole su un blog, con il relativo collegamento verso un social, in aperta contraddizione con quest’arringa in favore della stampa cartacea.

Stiamo assistendo al definitivo rivoluzionario cambiamento che permetterà a tutti, indistintamente e democraticamente, di accedere alla cultura e alle informazioni, sotto l’egida del “world wide web”, ovvero l’inquietante “Rete”.

E quale magnifica occasione, grazie all’inaspettata accelerazione favorita dall’emergenza Covid-19!

In realtà non è così: non c’è nulla di democratico in quest’evoluzione.

L’hanno sperimentato in questi mesi i docenti, le famiglie e gli studenti, fagocitati dalla DaD, che non ha nulla a che vedere con l’amore “paterno”, ma che più banalmente si traduce in Didattica a Distanza.

Difficoltà di connessione, mancanza di dispositivi adeguati e una serie di criticità che non sono qui oggetto di riflessione, hanno fatto comprendere che, anziché rendere ancora più inclusiva la scuola, hanno ulteriormente discriminato i disabili, gli stranieri, coloro che si trovano in svantaggio socio/economico/culturale.

Ma che cosa c’entra con “L’Eco del Varesotto” che interrompe le pubblicazioni in cartaceo?

Ecco, Direttore Boldrini, vorrei tornare a ciò che hai scritto: “Qualche lettore non potrà continuare a seguirci sul Web, ma tanti sono i diversamente giovani che smanettano su Internet con tablet e smartphone, magari assistiti da figli e nipoti, e che magari hanno anche un profilo Facebook. Perderemo qualche lettore, ma ne guadagneremo altri…”.

No, Direttore Boldrini, non si può ragionare solo in termini di perdite e profitti: quante volte si sono mantenuti in vita progetti, attività, iniziative in perdita, dal punto di vista economico, pur di conservarne il valore culturale, sociale, pedagogico, inclusivo, appunto?

Non è questo, forse, il momento per difendere la cultura, angosciati come siamo dall’incubo pandemico e dalla crisi economica planetaria che sta rischiando di mietere più vittime del Corona Virus.

Però io continuo a pensare a quegli anziani (e non solo) che non smanettano su Internet. Ce ne sono più di quanti tu immagini, sai?

E penso anche a quei luoghi di aggregazione in cui la lettura, i commenti e magari le piccole discussioni sugli articoli pubblicati dal quotidiano o dal settimanale appoggiato sul tavolo, servono a far comunicare tra loro le persone.

Sì, perché io ho fiducia che prima o poi, dopo i bar, riapriranno anche i centri anziani, i circoli e le cooperative; saranno riammessi i parenti nelle case di riposo e magari questi porteranno ai nonni qualcosa di familiare da leggere insieme.

“L’Eco del Varesotto” ha fatto felici tante persone semplici, che nel corso degli anni hanno visto pubblicata anche una foto che li riguarda, facendoli per un momento diventare famosi e al centro dell’attenzione.

Magari questa foto è stata ritagliata, incorniciata, o semplicemente tenuta tra le pagine di un quaderno, di un’agenda, oppure orgogliosamente mostrata ad amici e familiari.

Sono immagini di compleanni, di eventi lieti o tristi, d’attualità o d’epoca, di luoghi, di persone note e di semplici uomini, donne, bambini: istantanee che hanno documentato la storia di un territorio che meritava un piccolo atto di coraggio che purtroppo non c’è stato.

Così non abbiamo potuto far altro che assistere impotenti a questo ennesimo “canto del cigno”, da cui, francamente e fermamente mi dissocio.

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Risveglio dopo il lockdown

Una cosa è certa: questa pandemia da Corona Virus ha completamente ridisegnato il pianeta, sia dal punto di vista finanziario che sociale, ma anche sul fronte dello spostamento dei popoli, sia a causa delle restrizioni sulle mete dei loro viaggi, che per ragioni più squisitamente economiche.

Non a caso il settore turistico, soprattutto per un paese come l’Italia, che di questo principalmente vive, è quello più in crisi e su cui si sta infiammando il dibattito, non solo politico.

Questa rimodulazione della società, però, potrebbe essere l’occasione per rivedere anche le nostre abitudini quotidiane rispetto ai territori in cui viviamo.

Mi riferisco allo stile di vita che, nel corso degli anni, ci aveva progressivamente portato  ad abbandonare i “luoghi” in favore di “non luoghi” sempre più impersonali, fagocitanti e alienanti.

Mi riferisco all’espansione dei centri commerciali, all’introduzione della parola “Iper” in tutti i nostri comportamenti, a cominciare da quelli alimentari.

“Non luoghi” aperti h24, 7 giorni su 7, che, come sirene ammaliatrici, hanno progressivamente creato bisogni e necessità crescenti, offrendo in cambio la possibilità di soddisfare ogni nostro desiderio, fino a farci perdere il senso del necessario rispetto a quello del superfluo.

Se vogliamo aggiungere anche il mercato delle vendite online, che offre la possibilità di ricevere tutto comodamente al proprio domicilio, abbiamo ottenuto la quadratura del cerchio.

È innegabile che questa pandemia abbia fortemente penalizzato i rapporti umani e la reciprocità, anche se in questo momento è quanto mai indispensabile non dimenticare che il “distanziamento sociale” può ancora salvarci la vita, quella fisica, intendo.

Ben venga, dunque, il progresso, con la sua evoluzione tecnologica, che ci ha permesso comunque di sopravvivere meglio di come si sono trovati a sopravvivere coloro che affrontarono l’influenza “spagnola” nel 1918, o le pestilenze dei secoli precedenti.

Come ho già avuto modo di dire, non intendo demonizzare il progresso, l’evoluzione tecnologica, l’opportunità di offrire posti di lavoro, la possibilità di fare acquisti anche per chi non ha tempo di farlo durante il giorno o durante la settimana: non auspico un “ritorno al passato”, anacronistico e improponibile.

Tuttavia mi resta questo chiodo fisso: quanto tempo avranno, ancora, per sopravvivere, i negozi e gli esercizi commerciali di quartiere (o di paese), quando si riapriranno definitivamente i confini tra comuni, regioni, stati?

In questi due mesi gli slogan imperanti sono stati “Tutto andrà bene”, “Uniti ce la faremo”, ma con l’introduzione della “Fase 2” si notano già le prime fughe verso luoghi e attività più convenienti.

Durante i due mesi di quarantena non erano mancati malumori nei confronti dei negozi che non disponevano delle proprie marche preferite, o della mancanza di offerte speciali, tuttavia l’obbligo di ubbidire alle regole aveva dissuaso i più da pericolose fughe verso l’esterno.

Sono bastati pochi giorni, a partire dalla data spartiacque del 4 maggio, e improvvisamente siamo stati contagiati da una sorta di amnesia collettiva, che si sta propagando con la stessa velocità del Covid19, facendo ripiombare le periferie nello stato di precarietà e di abbandono della pre-pandemia.

Chissà se continueremo ad approvvigionarci dal contadino o dall’allevatore a km zero, che ci hanno portato a domicilio i prodotti genuini; chissà se ci ricorderemo del ristorante, della pizzeria, della pasticceria che hanno fatto altrettanto e poi si sono organizzati con il servizio take away, per sollevarci dall’ansia e dalla depressione della forzata quarantena.

Chissà se ci ricorderemo che nei giorni della farina e del lievito introvabili, il negozio sotto casa ce l’ha procurata. Tutti presi dal furore del “fai da te”, cucinando il pane, i dolci, le focacce, abbiamo saccheggiato le ricette dei vari siti Internet stile “Giallo zafferano” per dimostrare che questo maledetto virus non aveva piegato la nostra resistenza alla mala sorte.

Ma è bastata una settimana per voltare le spalle agli scaffali della bottega, lasciandoli desolatamente colmi di pacchetti di farina invenduti, esattamente come prima del lock down, quando quel prodotto non interessava a nessuno.

Il mutamento improvviso del tenore di vita di tante famiglie è sicuramente cambiato, a volte addirittura dal giorno alla notte, in poche settimane, ma è stata sconvolta anche l’esistenza di tanti piccoli commercianti, artigiani, lavoratori in proprio, di dipendenti di esercizi commerciali e piccole ditte, che i proprietari saranno costretti a mettere in cassa integrazione, perché non più in grado di pagare loro salari e stipendi.

Chissà quanti di noi si ricorderanno che due mesi fa cantavamo dai balconi “Uniti ce la faremo”, sventolando la bandiera italiana…

Ora siamo tutti un po’ più poveri, è vero e qualcuno sta sperimentando sulla propria pelle o su quella dei propri figli il significato di differenza di classe, che non è mai stata sconfitta, ma soltanto camuffata, nascosta sotto “mentite spoglie”: mi riferisco alla DaD (la famigerata Didattica a Distanza) e a tutti quegli scolari che, a causa della mancanza di dispositivi tecnologici, ma soprattutto di connessioni sicure, veloci, stabili e a prezzi convenienti, hanno avuto e avranno difficoltà a restare connessi con il mondo della scuola.

Così, mentre docenti e dirigenti si affannano nella spasmodica ricerca di uno strumento di valutazione che possa promuovere tutti con equità e al riparo di eventuali ricorsi, facciamo finta di non sapere che l’anno 2020 diventerà esattamente come il ’68 e gli anni seguenti, segnati dal marchio infamante del “6 politico”, che declassò la preparazione di tanti giovani di allora agli occhi dei probabili datori di lavoro.

Allora si trattò di rivoluzione, di scontro ideologico, in qualche modo di “scelte”, qui stiamo parlando di una tragedia planetaria imprevista (o forse no, ma questa è un’altra storia) che, almeno nella morte, ci ha disgraziatamente livellati, decimando parte della generazione anziana, ma altrettanto indelebilmente marchierà i nostri ragazzi, che non potranno più contare sull’aiuto dei loro genitori, né pianificare il proprio futuro lavorativo.

Allora proviamo a rileggere quella frase “Uniti ce la faremo” in un’ottica di vera collaborazione di popolo e non di semplici condivisioni di slogan pubblicitari sui social: proviamo a sostenere concretamente l’economia dei nostri quartieri, delle nostre cittadine, anche se fare la spesa costerà un po’ di più rispetto alle grosse catene di distribuzione.

Proviamo ad accogliere e favorire un turismo che non sia d’assalto, che contribuisca a far crescere il luogo in cui i villeggianti possiedono le seconde case.

Proviamo ad allargare il concetto di comunità, spostando il nostro raggio d’azione dal nostro nucleo famigliare al paesello e contemporaneamente alimentiamone le microeconomie.

Ci vorrà tempo, spenderemo certamente qualcosa in più, accettando una “povertà” collettiva, che tuttavia ci permetterà di salvare, o meglio, di riacquistare la capacità di cooperare per il bene comune: solo così “Andrà tutto bene” avrà un reale significato di ottimismo e di speranza.

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Jurassiche nostalgie

E torniamo a parlare dei giovani, di quei giovani sui quali molti di noi ripongono la speranza che possano realizzare ciò che avremmo voluto e non abbiamo potuto ottenere.

Nel campo del sapere, in campo sociale, politico… già, anche in campo politico, perché no?

Recentemente il solito provocatore della domenica, uno dei tanti che si divertono a punzecchiare, come una noiosa zanzara, solo per il gusto di rovinare un tranquillo pomeriggio di riposo, esprimeva un giudizio poco lusinghiero verso i ragazzi inesperti e sprovveduti catapultati nel mondo della politica senza aver compiuto una sacrosanta gavetta.

“Noi jurassici” eravamo abituati diversamente: anni di apprendistato, di severa e rigorosa “scuola” per imparare l’arte del buon governo, con una graduale salita verso il potere, riservato naturalmente solo ai più meritevoli, fino alla promozione fra le alte sfere, dove “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”.

Quali doti può avere, oggi, un ragazzotto sprovveduto, che, nonostante i pessimi insegnanti, ha avuto la singolare e straordinaria opportunità di trovarsi improvvisamente in vetta senza aver percorso tutte le tappe della tanto rimpianta e osannata gavetta?

Sì, è opportuno riflettere seriamente, ma non sugli insegnamenti dei cattivi maestri, perché di quelli è sempre stato pieno il mondo, anche quello giurassico, ma sul cambiamento dei tempi, che fanno rimpiangere a qualcuno quel passato remoto al quale appartiene la mia generazione.

E stiamo parlando comunque di uomini di 30 anni, ex bambini timidi e introversi, forse, nati e cresciuti in provincia, anzi, addirittura ai confini del mondo, e non solo perché geograficamente a pochi km dal confine di Stato. Stiamo parlando di ragazzini che le maestre definivano “dove li metti stanno”, per descrivere la loro personalità tranquilla e non particolarmente appariscente…

Beh, crescendo, questi ragazzini hanno invece dimostrato di essere tenaci e caparbi, nella loro ricerca del sapere.

Hanno studiato duramente, fino ad ottenere una laurea presso un’università prestigiosa, come potrebbe essere la Cattolica del Sacro Cuore di Milano, alla quale sono seguiti Master e attività lavorative all’estero.

Poi l’improvviso “salto di qualità”, che li catapulta nel firmamento del Parlamento Italiano: una carriera fulminea quanto imprevista, che ribalta tutta la logica del pensiero “jurassico”.

Che ci fanno, dunque, in Parlamento questi “fighettini”, senza esperienza sul territorio?

Pretendono forse di governare l’Italia? Che orrore, vero?

Io però continuo orgogliosamente a pensare che questi giovani inesperti siano in qualche modo ancora vergini, portatori sani di pensieri puliti e innocenti, che li ha risparmiati dai giochi di potere e dalle opportunistiche alleanze a cui ormai sono abituati i cittadini preistorici come me.

Non hanno ancora sperimentato il fantascientifico coinvolgimento in governi ombra, né hanno ricoperto il ruolo di burattinai, chiamati a muovere le fila di una politica corrotta e corruttibile, come quella che per anni ha ammorbato l’aria del nostro Bel Paese.

Attualmente possono essere eletti alla Camera dei Deputati i cittadini italiani che abbiano compiuto il 25° anno di età (Costituzione – Art. 56 terzo comma) e al Senato coloro che abbiano compiuto il 40° anno di età (Costituzione art. 58 Secondo comma).

Non è richiesta alcuna particolare esperienza, salvo la volontà di operare per il bene del Paese.

Sì, forse quella che manca loro è una sufficiente pratica sul campo, ma perché anziché sostenere e guidare i nostri ragazzi verso l’acquisizione delle necessarie competenze, noi giurassici li affossiamo senza pietà, semplicemente perché non hanno ancora (e meno male) “le mani in pasta” come diceva la mia mamma?

Forse per l’invidia di non aver avuto una vita “facile” come la loro? O si tratta di rammarico per non aver potuto studiare in prestigiosi atenei, o volare all’estero e conoscere il mondo?

O forse perché non sono figli nostri? Eh già… se fossero figli nostri posteremmo sui social i selfies che li ritraggono al nostro fianco di genitori orgogliosi e soddisfatti delle loro conquiste.

Invece i figli degli altri restano soltanto dei fighettini presuntuosi e supponenti, che dovrebbero inchinarsi con umiltà di fronte al bagaglio delle nostre esperienze, frutto della nostra tanto osannata gavetta.

Ripenso alla carriera dei docenti, che, ai miei tempi preistorici, partiva proprio da un periodo di apprendistato, al termine del quale si diventava “di ruolo”, ottenendo “la patente” di maestro.

Questa promozione avveniva più o meno intorno ai 25 anni e solo rari e particolarmente fortunati individui riuscivano a superare un regolare concorso (indetto a cadenza biennale), senza nemmeno un giorno di supplenza nel loro curriculum vitae.

Poi, dal 1975 in avanti, i tempi si sono allungati e da allora i concorsi per il reclutamento del personale si possono contare sulle dita di una mano.

Quindi anche la gavetta si è allungata e, ai giorni nostri, si diventa insegnanti “a tempo indeterminato” a sessant’anni.

È questo che vogliamo augurare ai nostri giovani?

Vogliamo davvero aspettare che diventino jurassici come noi, prima di poter aprire la bocca?

Nella preistoria della mia infanzia, prima di imparare a suonare uno strumento musicale si doveva studiare teoria e solfeggio, almeno per un anno.

Ore e ore di apprendistato prima di poter mettere le mani su uno strumento.

Oggi nelle scuole di musica si suona fin dai primi giorni, mentre contemporaneamente si imparano le nozioni teoriche.

Già, ma qui non è in gioco il futuro l’Italia!

Le stecche musicali non rischiano di produrre terremoti politici o economici.

Ma in realtà cos’è che ci spaventa?

Il fatto che le nuove generazioni stiano incominciando ad “alzare la testa” rispetto ai loro padri?

Ci fanno più paura gli inevitabili errori che la new generation potrebbe compiere o continuare ad allinearci ad un modus vivendi che ormai conosciamo bene, che ci indigna e ci fa gridare allo scandalo ogni giorno, ma che non ci riserva sorprese, se non quella di poter dire che “si stava meglio quando si stava peggio”?

Per favore, abbandoniamo quello sguardo torvo nei confronti dei giovani e incoraggiamoli, sosteniamoli, guidiamoli ad integrare le loro conoscenze con le nostre; contemporaneamente impariamo da loro a cercare il sapere, senza vergognarci di ammettere che forse anche loro hanno qualcosa da insegnarci.

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