Sono passati 10 (dieci) anni da quando, nell’estate del 2015, arrivarono i primi migranti africani nella comunità di Maccagno con Pino e Veddasca e ci ritrovammo ad affrontare una situazione tanto imprevista quanto delicata (sì perché la telefonata del Prefetto cadde come un fulmine a ciel sereno sull’intera comunità, ma soprattutto sulla testa del sindaco Passera, il quale dovette gestire anche gli umori del paese). Il gruppo di ragazzi nigeriani, recapitato come un pacco postale, fu accolto prima nei locali dell’ex canonica, poi alle “Ceppaie”, ex asilo di Maccagno Superiore sede del gruppo Scout.
Le aride procedure burocratiche furono le stesse di oggi: individuazione di spazi idonei (ma non sempre lo sono) presso cui collocarli, presa in carico e gestione da parte di una cooperativa, con la presenza di educatori e il dovuto supporto psicologico/sanitario; organizzazione di corsi di lingua italiana; graduale inserimento nella comunità; inizio di un percorso lavorativo in paese.
Queste le linee guida alle quali attenersi, che non dipendono dalla “buona volontà” dei singoli, ai quali, però è delegato il difficile compito del “digerire questi corpi estranei”, magari neutralizzandoli con una risposta immunitaria come quella degli anticorpi che ci proteggono dai virus.
Niente di nuovo sotto al sole accade nel luinese, dunque, salvo la sgradevole sensazione di deja vu, con l’unica differenza che, rispetto ad allora, io sono sulla soglia dei 70 anni: troppo vecchia per modificare la mia visione del mondo e dei rapporti umani; troppo vecchia per essere flessibile; troppo vecchia per accettare il confronto con chi la pensa diversamente da me. Allore perché queste mie riflessioni inutilmente controcorrente, che nella migliore delle ipotesi potrebbero essere le farneticazioni di un’irriducibile narcisista dall’arrogante presunzione di voler essere al centro dell’attenzione?
Le ho vissute tutte, le emergenze: dagli anni ’90, con l’arrivo dei profughi albanesi, fino a quella dell’Ukraina, da insegnante e cittadina di questa periferia così diversa dalla metropoli milanese in cui sono nata; a pochi km dalla frontiera con un Paese così civile, ma spesso così avaro di accoglienza per tanti lavoratori italiani frontalieri; un confine che corre sul sottilissimo filo di un rasoio, sul quale si cammina come funamboli nel continuo rischio di cadere nel vuoto (come accadde alla mia famiglia).
E nel corso della mia carriera scolastica ho vissuto anche la tragedia dell’AIDS, che ha colpito duramente anche qui… una vicenda che ancora oggi non sono riuscita a metabolizzare, ma che forse, prima o poi, riuscirò a raccontare…
Nonostante tutto sono ancora convinta di vivere in una bolla e credo che ciò che quotidianamente la TV propone sia soltanto il film di una realtà distopica che non mi appartiene, perché sono costantemente alla ricerca di soluzioni positive e preferisco sempre “toccare con mano” le situazioni prima di emettere sentenze definitive.
Forse dovrei accettare il fatto che anche qui, in luoghi che furono protagonisti di ben altri esodi, in tempi ormai troppo lontani per essere ricordati dai vivi e mai abbastanza raccontati ai nostri figli/nipoti si sia arrivati alla frutta, in termini di accoglienza e di inclusione.
Forse sono banalmente stata fortunata, per non aver subito violenza da parte di qualche “diverso”, per carnagione, nazionalità, quoziente intellettivo o altro; se avessi avuto qualche brutta esperienza, non parlerei con il tono della maestrina saccente, dispensatrice di retorica e frasi fatte da libro Cuore.
Eppure, ho sentito un nodo in gola e non credo che sia stato un sintomo di gastrite: era la materializzazione della Paura. Sì, quella con la lettera maiuscola, che suggerisce alle nostre menti altrettanti slogan del genere: aiutiamoli a casa loro; portano via case e lavoro ai nostri connazionali… e non continuo, perché è sufficiente scorrere tra i commenti inseriti nelle varie pagine sui social per riconoscerne tutti i sintomi.
Il Male esiste! Barbablù esiste, ma si può annidare anche nel fidanzato respinto, nel vicino di casa intollerante, nel parente pedofilo, nel malintenzionato di ogni colore e nazionalità, non necessariamente richiedente asilo.
La Paura cercò di impossessarsi anche della mia, di mente, quella sera in cui andai alle Ceppaie ad assistere i ragazzi africani, perché i volontari della Cooperativa erano andati alla cena prenatalizia dell’Associazione. Nessuno della mia famiglia sapeva che ero là: avrebbero potuto uccidermi, farmi a pezzi e sotterrarmi nel bosco, dichiarando poi di non avermi vista, oppure che me ne ero andata prima del tempo…
M’è andata bene? Sì, nel senso che non ho permesso alla Paura di prendere il sopravvento sulla mia intelligenza e, soprattutto, sui miei sentimenti. Ci vuole coraggio per cambiare il proprio modo di pensare? Ci vuole Fede? Niente affatto: credo che, semplicemente, basti restare in ascolto, sempre: prima o poi l’uomo nero, l’orco che abita i nostri incubi se ne andrà spontaneamente, per non tornare più.
Tra meno di un mese sarà un nuovo anno: dispari, con l’ultima cifra dal numero che io prediligo, il cinque, avendone ben tre nella mia data di nascita.
Lo scorso 25 marzo, La confraternita del Chianti e l’Associazione Interdisciplinare delle Arti hanno portato all’ex Colonia Elioterapica di Germignaga “Il paese delle facce gonfie”, nell’ambito della stagione teatrale 2022/2023 del Teatro Periferico di Cassano Valcuvia.
Poco più di un sussurro, quello di Poldo, come se parlasse alla sua stessa coscienza, alternato a richiami perentori, con lo sguardo rivolto a quella finestra dietro alla quale c’è l’amico “Zorro”, che viene invocato con disperazione, nella speranza di sentirsi dire che non è niente, che è tutto a posto: metafora di una preghiera rivolta ad un Dio che non c’è, che non si avvicina nemmeno a quelle persiane chiuse, forse per non dover dare delle risposte.
Lo stesso autore del testo, Paolo Bignami, così ricorda quel dramma: “Nel luglio di tanti anni fa io e altri bambini guardavano il cielo nel timore che la nube tossica partita da Seveso potesse passare di lì. Era il 1976 e i disastri ambientali che seguirono troppo spesso hanno ricordato quanto accaduto a Seveso”. E anche Poldo, sempre più incredulo, non sa spiegarsi il perché di quegli “effetti indesiderati”, come si legge sui bugiardini che accompagnano i medicinali. Dopo dieci, vent’anni dalla bonifica forse la faccia si potrebbe gonfiare ancora, perché “l’aria ricorda”… Ma anche la gente ricorda “… Che i mesi dopo la fabbrica si è rotta di nuovo, l’hanno riparata e sui giornali non hanno scritto niente, ma la puzza si sentiva lo stesso. Sui giornali scrivono solo quando c’è il guaio grosso e alla fabbrica il guaio grosso doveva ancora arrivare. Quando c’è il guaio grosso allora sì che i giornali scrivono e te lo dicono anche i telegiornali: bum!…”
Come trasformare commozione e indignazione in coscienza civile? Perché la denuncia di uno scandalo, di un danno ambientale, di un’ingiustizia sociale, non ha alcun valore se non ci si mette in cammino verso la costruzione di “buone pratiche” che tutti dovrebbero seguire, dai semplici cittadini alle istituzioni e ai politici.
Ma la funzione del teatro civile è anche quello di portare/riportare all’attenzione qualcosa che si è dimenticato, ripristinando una memoria collettiva che riporti in luce una verità distorta o occultata. Vicende che avrebbero dovuto trovare una collocazione nei libri di scuola, essere divulgate dai mass media e invece sono annegate tra gli “omissis” e l’etichetta di “mistero”: vicende della storia recente che hanno perso il diritto ad una ricostruzione oggettiva e razionale. È dunque il recupero di una “controstoria” che faticosamente si fa strada tra assordanti silenzi e depistaggi di carattere economico, politico, o complottistico, per non dire mafioso. E in questo senso anche le inchieste giornalistiche spesso sono state complici più del potere che della verità, anche perché non è compito loro, né dei tribunali, scrivere la Storia.
Quanto leggiamo? Che cosa leggiamo? Quanto tempo dedichiamo alla lettura? E soprattutto: leggiamo ancora libri, riviste, giornali cartacei?
In questi ultimi mesi si sono alternati articoli e comunicati stampa, palleggio di responsabilità tra ASST e AREU, botta e riposta fra addetti ai lavori, perplessità di amministratori e utenti su un servizio sanitario sempre più asfittico che galleggia a stento in acque decisamente torbide.
Non capisco.
Non me l’aspettavo.
E torniamo a parlare dei giovani, di quei giovani sui quali molti di noi ripongono la speranza che possano realizzare ciò che avremmo voluto e non abbiamo potuto ottenere.