Ciò che la gente sa (digressioni su cinema e attualità alla vigilia della Mostra del Cinema di Venezia)

Ciò che la gente sa è ciò che le viene detto da altri: è ciò che legge sulla stampa, ciò che vede in tv, ciò che rimbalza da una bacheca all’altra sui social alla velocità della pallina impazzita di un flipper.

Le idee che il popolo si fa della politica, della società e del prossimo sono il risultato di ciò che ascolta distrattamente mentre spinge il carrello al supermercato; delle confidenze che scambia al bar mentre sorseggia una birra con gli amici; di ciò che sente urlare dalla curva sud allo stadio; del gossip tra colleghi durante la pausa caffè.

Per fortuna quasi sempre le notizie riguardano la noiosa routine di un sonnolento tran tran quotidiano, alla quale l’opinione pubblica si abitua facilmente, come al suono della filodiffusione nella sala d’aspetto di un ambulatorio medico.

In certi periodi sensibili, invece, le informazioni incominciano ad incrociarsi freneticamente, come le rotte sul monitor del controllore del traffico aereo, a volte addirittura sfiorandosi pericolosamente, dando l’impressione di essere prossime a registrare una fatale collisione.

All’approssimarsi di una bufera mediatica, poi, le news iniziano a girare vorticosamente, come le pale eoliche sferzate dalla tramontana, generando tùrbini devastanti, in grado di spazzare via tutto ciò che trovano sul loro cammino, dai dubbi in attesa di verifica alla ricerca di spiegazioni su fatti altrimenti oscuri.

È in queste occasioni che si ha l’impressione di vivere in un mondo artificiale, come quello di “The Truman Show”, nel quale gli avvenimenti altro non sono che una perfetta sceneggiatura creata da un trascendente burattinaio.

Tutto sembra artificiale, costruito sulla perfetta conoscenza di ciò che la gente vuole sentirsi dire e non con l’attenzione rivolta alla ricerca della chiarezza e della trasparenza.

Allora qualsiasi genere di informazione, di comportamento, di elaborazione del pensiero possono essere inoculati ad arte nella mente e nei discorsi della gente, alla quale, per un tempo ragionevolmente lungo e adatto allo scopo, viene disattivato il controllo della logica, per lasciare spazio alle reazioni di pancia.

Ogni interpretazione dei fatti indossa l’abito più opportuno, a seconda delle bocche che se ne appropria, generando però una sorta di Babele in cui ognuno dice la sua in lingue diverse, senza che nessuno ne comprenda il significato, trasformando lo scopo comunicativo nel suo esatto contrario.

In questo contesto, la Verità si rifugia in un angolo buio, bisbigliando con voce tanto esile da non essere percepita da orecchio umano, intimorita dagli schiamazzi dei venditori di fumo e dei cercatori di scoop a buon mercato, che si contendono il cliente sprovveduto per inserirlo nella cerchia sempre più numerosa dei gonzi.

In questo modo la Verità rischierà di morire per mancanza di ossigeno o, peggio, assassinata da chi ha tutto l’interesse per continuare la pantomima, perché “the show must go on”.

È come vivere in un videogioco sfuggito di mano ad un giocatore inesperto, la cui capacità di ragionare è intrappolata in un groviglio inestricabile senza né capo né coda, destinato a generare un fatale corto circuito che manderà in tilt le menti, divenute incapaci di esercitare il pieno controllo sull’intelligenza.

In questo quadro apocalittico, che si addice più ad un film horror, che ad uno di fantascienza, penso a quel “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”, il tormentone del “pazzo profeta dell’etere” del film “Quinto potere”.

Lui pagherà con la vita la sua ribellione al cinismo immorale di una società che trasforma l’informazione esasperata in un Dio da idolatrare come il vitello d’oro.

Ma noi abbiamo un’alternativa alla sottomissione al sistema e agli indici di ascolto e di lettura che non sia quella di trasformarci in pazzoidi anarchici rivoluzionari destinati al suicidio?

Potremmo lasciarci contagiare da uno sbadiglio di noia che allontana dalla legittima voglia di conoscere, sostituendo un “perché?” con un “vaffa…” sibilato a denti stretti.

O forse potremmo individuare uno o più capri espiatori sperando nel perdono dei nostri peccati.

Ma la società non è una neuro stimolazione interattiva, che ci fa credere di vivere in un’arena in cui la folla osannante viene distratta dal combattimento fra gladiatori per far divertire un imperatore che ha il potere di mostrare il pollice verso per decidere la sorte dello sconfitto.

La trasparenza dell’informazione non può scendere a patti con gli indici di ascolto, né con improbabili equilibri tra alleanze e tradimenti, opportunismi e diplomazie, manipolazioni e distorsioni.

Esiste dunque una via d’uscita?

Penso di sì e la parola chiave è disconnessione.

Disconnettiamoci dalla simulazione onirica di una realtà disumana e recuperiamo lo spirito dell’agorà, la piazza principale nella polis dell’antica Grecia, fulcro delle relazioni interpersonali.

Qui, tutti i cittadini, uomini e donne e non solo i rappresentanti del potere, avrebbero il diritto di parola e la possibilità di ascoltare.

Qui, anche la Verità potrebbe ritrovare la sua voce cristallina e tornare ad essere percepita distintamente da ognuno.

Qui, le nostre intelligenze potrebbero ritrovare il piacere della dialettica, tornando a ragionare autonomamente e accettando anche ciò che non è in sintonia con le nostre aspettative.

Qui, ciò che la gente sa, sarebbe il frutto di una conquista personale, magari compiuta faticosamente, ma sicuramente in totale libertà di pensiero.

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“AlpTransit”: lo stato dell’arte 2019

I cittadini dei paesi rivieraschi sulla sponda lombarda del lago Maggiore hanno capito da tempo che la linea Cadenazzo-Luino-Laveno-Gallarate, con la messa a regime di AlpTransit, sarà quasi del tutto utilizzata dal traffico merci e uno degli inequivocabili segnali di questo progressivo mutamento di destinazione è stata la soppressione, a partire da giugno 2018, del collegamento diretto del TILO Bellinzona-Cadenazzo-Luino-Laveno Mombello con Malpensa.

Facile da intuire che, con l’aumento dei passaggi dei convogli merci, il progressivo impoverimento del traffico passeggeri sarà una naturale conseguenza di questo “mutamento nella destinazione d’uso” di una linea che, del resto, fu aperta il 4 dicembre 1882 proprio come itinerario merci per l’asse Gottardo Genova.

“Obtorto collo” tutta questa trasformazione è in fase di lenta e difficoltosa digestione, da parte della popolazione, ma vale la pena ricordare ciò di cui, esattamente due anni fa, il 20 luglio 2017, si parlò a livello intercomunale, ufficialmente, pubblicamente e a tutto campo, proprio a proposito di AlpTransit, nell’ambito della “Festa Unità del lago” del Partito Democratico, in una serata dedicata al dibattito “AlpTransit, l’esperienza Svizzera e le domande del territorio italiano”.

A quella serata intervennero Tiziano Ponti Sindaco di Gambarogno, Fabio Passera sindaco di Maccagno con Pino e Veddasca, Marco Fazio sindaco di Germignaga, Alessandra Miglio Assessore al Comune di Luino, Enrica Nogara consigliere comunale di Luino e il geologo Amedeo Dordi, seguiti da numerosi interventi dei cittadini presenti.

Perché ricordare un episodio di due anni fa?

Perché ci permette di fare il punto della situazione su ciò che è cambiato, o che non è cambiato affatto, da allora.

Ecco dunque la situazione nel 2017.

La carta del rischio idrogeologico e geologico presentata da Dordi confermava il persistere di una certa criticità, come segnalato dai vari Piani di Governo del Territorio (PGT) nei capitoli riguardanti le frane e gli scivolamenti.

Da Zenna a Laveno il rischio di dissesto coinvolge anche i corsi d’acqua minori, perché in caso di pioggia si potrebbe verificare un’“onda di terra e rocce” e se una parte di questo materiale dovesse scivolare sulla linea, questa resterebbe bloccata.

Per quanto riguarda Maccagno con Pino e Veddascagià nel 2017 si faceva notare l’esistenza di problemi più legati al rumore che alle frane del conoide (zona di deposito alluvionale creato da un corso d’acqua alla foce)

La situazione non è cambiata, visto che il 14 dicembre 2018 si è verificato uno “scoscendimento” tra Maccagno Luino nel tratto a binario unico, proprio durante il passaggio di un convoglio merci, danneggiando la motrice e due vagoni.

Il sindaco Passera confermò che il progetto AlpTransit era il risultato di una “decisione del Governo che i cittadini hanno subìto senza la possibilità di porre sul tavolo un’alternativa in grado di bloccarne il processo”.

Puntualizzò inoltre una serie di inevitabili criticità, quali la velocità, il rischio e la pericolosità: “Primo passaggio essenziale in grado di mettere un punto fermo nei rapporti tra enti locali popolazione e ferrovia. Quando si poseranno le barriere foniche, si rischia di creare una clamorosa frattura con ripercussioni non banali. Ci rassicura, comunque, che la tecnologia possa venirci in aiuto per abbassare l’impatto sonoro, con effetto positivo su sicurezza, rumori, vibrazioni”.

Passera fece inoltre notare la difficoltà di dialogo tra ente locale e RFI (Rete Ferroviaria Italiana), ma ribadiva l’impegno forte dei sindaci del territorio come “difensori del territorio e delle persone che ci abitano”.

Del resto, tutti gli amministratori locali erano stati convocati in Prefettura, il 28 aprile 2017, per discutere sul tema della sicurezza e in particolare sulla questione legata alla rumorosità. Questa problematica infatti risulta inserita nel piano per la mitigazione del rumore presentato da RFI nel 2004.

Peccato però, come rivelò il sindaco Fazio, che “tutti gli interventi relativi alla linea di Luino contenuti nel piano, siano inseriti in uno stralcio che dal 2009 è fermo al Ministero dell’Ambiente, perché AlpTransit viene considerato semplicemente un adeguamento della rete ferroviaria e non un progetto ex novo. Un’opera straordinaria, dunque, gestita in modo ordinario senza che ci sia la possibilità di avere un’interlocuzione diretta”.

Ecco allora che, nell’ambito di quel mini convegno, fu annunciata, a nome degli amministratori del territorio, l’intenzione di “fare il cane da guardia”, per essere interlocutori attivi ed efficaci presso il Ministero e RFI, con l’intenzione di aprire un tavolo permanente presso la Provincia.

Per il 24 luglio successivo i circoli del PD avevano chiesto e ottenuto un incontro con il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti De Caro al quale sottoporre piccole grandi questioni e avere una risposta:

  • Soppressione di passaggi a livello, a causa dell’incremento del numero dei convogli e loro lunghezza, con ripercussioni sulla viabilità veicolare, pedonale e i comuni lasciati da soli a sostenere l’impegno finanziario necessario per la realizzazione di queste opere
  • Circolazione dei convogli senza mitigazione e contenimento del rumore, che renderebbe necessario un piano ad hoc, estrapolabile dallo stralcio e implementato prima della data del 2020, anche in considerazione della natura turistica e paesaggistica dei territori attraversati.
  • Predisposizione di interventi sui recettori, come quelli effettuati in Canton Ticino, rispetto alla realizzazione di lunghe teorie di barriere foniche
  • Presenza di ponti in ferro nei centri abitati: di fronte all’oggettiva difficoltà di intervenire sui manufatti, si propongono interventi dal costo limitato ma di grande impatto; per esempio limitazioni della velocità e imposizione di materiale rotabile di nuova generazione, con una positiva ripercussione dell’impatto delle vibrazioni sugli edifici nelle zone circostanti
  • Sicurezza: nonostante l’annuncio di RFI dell’installazione di sistemi di sicurezza all’avanguardia, i rappresentanti sindacali dei VF avevano rilevato carenze sulla stazione di Luino, in particolare rispetto all’efficacia della dotazione (mancanza di mezzi bimodali per accedere a tratti della linea isolati) e preoccupazione rispetto alla dislocazione delle squadre (la prima squadra attrezzata per rispondere ad emergenze si trova a Busto Arsizio)
  • Adeguata preparazione dei soccorritori e della popolazione, con l’organizzazione di esercitazioni, l’adeguamento dei piani di emergenza e l’organizzazione di un piano di emergenza sanitaria. A questo proposito era stata annunciata un’esercitazione a livello territoriale da farsi entro la fine dell’anno (2017)
  • Date certe di realizzazione per le opere di compensazione, con la realizzazione di un cronoprogramma condiviso
  • Potenziamento del servizio trasporto passeggeri, che tenga conto delle esigenze della gente, cioè dei lavoratori frontalieri, dei residenti e dei turisti

Ma nel frattempo, com’era la situazione nel Canton Ticino?

Il sindaco di Gambarogno Tiziano Ponti spiegò che il progetto AlpTransit era nata dalla volontà del popolo svizzero, tramite procedura democratica, con l’intento di trasferire le merci da gomma a ferrovia, per questione ecologica

I ticinesi in particolare avevano voluto l’asse di transito dal Gottardo, perché offriva possibilità di sviluppo dei collegamenti.

Per questo motivo la Confederazione aveva stanziato oltre 20 miliardi di Franchi per la sua realizzazione.

Dunque AlpTransit si traduce in:

  • Collegamento più rapido con Zurigo, polo commerciale e finanziario
  • Aumenti considerevole del turismo di giornata grazie alla possibilità di raggiungere il Canton Ticino in due ore da Zurigo
  • Possibilità di creare una metropolitana ticinese, con l’apertura del tunnel di base del Ceneri e treni ogni 15 minuti per collegare Locarno, Lugano e Bellinzona

Tuttavia restavano alcune importanti criticità:

  • transito di merci su rotaia in aumento
  • passaggio del limite potenziale dei treni merci da 60 a 92 treni al giorno (30% in più)
  • Convogli di 750 metri di lunghezza, anche se in Italia non avrebbero potuto ancora circolare, perché le nostre non consentono lunghezze di oltre 600 m
  • Raddoppio del tonnellaggio che passerà dalle nostre zone
  • La linea ferroviaria fu costruita a fine 800, con criteri non consoni a questo transito

Quali le alternative proposte dagli svizzeri?

La realizzazione di una galleria di 12/15 km che taglierebbe tutta la riviera del lago Maggiore, ma che l’Ufficio Federale non aveva approvato perché due terzi si troverebbe sul territorio italiano e ci vorrebbe una collaborazione finanziaria dell’Italia, pari a circa 10 mld di Euro.

Per contrastare la potentissima legge federale che dà alle ferrovie una forza grandissima, i ticinesi, riunitisi in team, individuarono 24 punti di opposizione, il più impostante dei quali riguardava la sicurezza, sia per quanto riguarda il problema idrogeologico che quello delle merci pericolose, per “tutelare l’incolumità dei cittadini in caso di frana che faccia deragliare il convoglio”.

Dunque era necessaria non solo una mappatura del territorio per individuare i punti di potenziale pericolo, ma anche porre un’attenzione sulla sicurezza del materiale rotabile e sullo stato dei convogli.

Già nel 2017 si era a conoscenza che sulla rete ferroviaria svizzera, a partire dal 2019, avrebbero potuto transitare solo treni in grado di ottemperare alle leggi svizzere sulla sicurezza, molto più restrittive di quelle europee, ma in grado di ridurre rumore, vibrazioni e pericolo.

Già nel 2017 erano attivi sistemi di sicurezza per la segnalazione del disassamento del carico, il surriscaldamento delle boccole e dei freni, l’eventuale fuoriuscita di carichi, nasi elettronici per fiutare perdite di materiali pericolosi, perciò

I treni provenienti da Nord avevano già superato tutti quei filtri, ma non c’era la medesima certezza per i treni provenienti da SUD.

Già nel 2017, poiché la legge federale svizzera indicava esattamente i limiti di tolleranza per il rumore, in diversi luoghi erano state realizzate paratie fono assorbenti e operati interventi direttamente sulle case per la sostituzione dei serramenti.

Tuttavia, in mancanza di una legge che limita le vibrazioni, il sindaco di Gambarogno indicava alcune possibili soluzioni a basso costo: per esempio nuovi carri e nuove tecnologie, nonché la possibilità di ridurre la velocità da 80 km orari a 60, con riduzione dell’energia sviluppata e contenimento di eventuali danni in caso di incidenti, rumori e vibrazioni.

Già allora, però, la riduzione di velocità appariva non realizzabile, perché avrebbe provocato dei rallentamenti nell’inserimento alla linea principale della dorsale del Gottardo.

Qual è lo stato dell’arte nel 2019?

Molti lavori sono stati eseguiti in territorio italiano e altri sono ancora in corso, come la trasformazione di alcune stazioni in “Stazioni Impresenziate”: attualmente sette sulla linea Gallarate Luino, ma alle quali, tra poco, si aggiungerà quella di Maccagno, interessata nel frattempo da alcuni importanti lavori di adeguamento per la realizzazione di un sottopasso e di due ascensori.

Insomma, tutta la faraonica impresa AlpTransit non è ancora terminata, basti solo pensare all’eliminazione dei passaggi a livello presenti sulla linea, più volte annunciata e non ancora iniziata, a causa delle oggettive difficoltà che presenta una simile operazione.

Ma soprattutto alcuni interrogativi non hanno trovato, a tutt’oggi, adeguata risposta:

1) Quali e quante delle proposte presentate dai sindaci il 24 luglio 2017 al sottosegretario De Caro sono state accolte o parzialmente accolte?

2) quali sono attualmente i rapporti tra RFI ed enti locali?

3) I comuni hanno realizzato o adeguato i propri piani per la sicurezza all’eventualità di dover gestire emergenze ferroviarie e/o sanitarie?

4) Sono stati predisposti mezzi in grado di intervenire in caso di emergenza come quelli in territorio svizzero (Vedi Biasca)?  Come si è evoluta la situazione rispetto alle promesse del 2017?

5) È stato pianificato/realizzato un piano di intervento rispetto agli eventuali dissesti e alle problematiche ideo-geologiche del nostro territorio?

6) Quali merci pericolose (tossiche/infiammabili) trasportano i convogli e in quale condizione si trovano i conteiners?

7)  È stato superato l’immobilismo di RFI rispetto all’installazione delle barriere fonoassorbenti lungo la linea Luino-Laveno, soprattutto alla luce del recente positivo esito del ricorso al TAR del cittadino di Castelveccana e sostenuto dall’amministrazione comunale?

8) Che fine ha fatto la proposta di preparare la popolazione ad eventuali emergenze, organizzando esercitazioni a livello territoriale?

Le problematiche dell’inquinamento acustico, della sicurezza e delle merci trasportate dai convogli non sono dunque il frutto di un un capriccio di alcuni abitanti in prossimità dei binari, come alcuni interventi e commenti sui social hanno invece fatto credere in questi ultimi giorni.

In realtà, nonostante i numerosi interventi sulla stampa da parte di amministratori, esperti e addetti ai lavori, in tutti questi anni è mancato il confronto diretto e costante con i cittadini, i quali hanno potuto seguire l’evoluzione di questa “trenonovela” soltanto leggendo le pagine delle varie testate giornalistiche, online o cartacee, inasprendo le posizioni verso un totale consenso o dissenso.

Forse è davvero giunto il momento di riconsiderare questo progetto in modo oggettivo, con i suoi pro e i i suoi contro, cercando di trovare una soluzione per le questioni ancora in campo, alla luce proprio di quella tutela dei cittadini e del territorio che gli amministratori hanno sempre individuato come prioritari in tutti i loro interventi.

Non si tratta di generare polemiche o i lanciare dei, seppur legittimi, “j’accuse” per chiedere che si faccia piena luce sull’affaire AlpTransit, ma è semplicemente una richiesta di chiarimenti, perché si possa concretamente attuare quella “cittadinanza attiva” più volte evocata quando si parla di società civile, ma spesso disattesa perché confusa con un più o meno generico atteggiamento di protesta o di contestazione.

Per chi li volesse riascoltare, ecco gli interventi registrati durante il convegno del 20 luglio 2017

Intervento del geologo Amedeo Dordi e del sindaco Tiziano Ponti

https://www.facebook.com/Eventilagomaggiore/videos/1911334229089796/

Intervento del sindaco Fabio Passera

https://www.facebook.com/Eventilagomaggiore/videos/1911347349088484/

Intervento del sindaco Marco Fazio

https://www.facebook.com/Eventilagomaggiore/videos/1911370219086197/

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A proposito di trote

Insomma ragazzi, la competizione elettorale è finita, ma ci sono ancora ancora attriti che provocano scintille, le quali, con queste temperature al di sopra della media, rischiano di provocare incendi ingovernabili.

Da quest’impasse si rischia di non uscirne, a meno che non si decida di usare una certa dose di buona volontà per imparare a leggere senza pregiudizi e soprattutto in totale autonomia di pensiero, le opinioni altrui.

Sì, lo so che ci sono altre notizie, sicuramente più appetibili di una sciocca polemica sulle trote, condotta coi toni delle dispute tra comari di paese, ma questa volta non posso proprio lasciar perdere.

E tra le comari mi ci metto io per prima, così evitiamo le accuse di aver dato della donnicciola a coloro che si dovessero sentire chiamati in causa da queste mie riflessioni.

Dopo questa premessa, faccio un passo indietro:

Maggio 2019 – il consigliere regionale Giacomo Cosentino visita l’incubatoio ittico “La Madonnina” di Maccagno con Pino e Veddasca, la cui sopravvivenza è messa a dura prova a causa di una progressiva mancanza di sostegno economico da parte degli enti preposti.

17 Maggio 2019 – il settimanale locale “L’eco del Varesotto” dà la notizia della visita, corredando l’articolo con una foto del consigliere Regionale tra un gruppo di persone, tra le quali, del tutto casualmente, alcuni esponenti di una delle due liste in lizza per la guida del paese alle imminenti elezioni amministrative

21 Giugno 2019 – il quotidiano online “Luino Notizie” e la testata cartacea “La Prealpina” pubblicano un articolo in cui si ribadisce la situazione critica dell’incubatoio.

https://www.luinonotizie.it/2019/06/21/maccagno-situazione-critica-per-lincubatoio-non-ce-piu-tempo-intervenite/234760/61551395_348416665870915_5846147726256898048_n

22 Giugno 2019 – La competizione elettorale è terminata, perciò scrivo una lettera a “Luino Notizie” e a “Prealpina” in cui, a margine della vicenda riguardante l’incubatoio, denuncio uno spiacevole episodio avvenuto qualche giorno dopo il 17 maggio, ancora in piena campagna elettorale, cioè l’affissione sul muro dei bagni pubblici di Maccagno con Pino e Veddasca della foto pubblicata su “L’Eco del Varesotto”, corredata della seguente didascalia: “La merda al suo posto”.

25 giugno 2019 – Le mie riflessioni vengono pubblicate da Luino Notizie, con la replica del sindaco Fabio Passera, il quale insinua che le mie parole sottintendano la maliziosa intenzione di attribuire alla sua amministrazione la paternità del gesto. Da che cosa possa averlo dedotto non è dato di sapere…

https://www.luinonotizie.it/2019/06/25/maccagno-con-pino-e-veddasca-la-merda-al-suo-posto-ci-vuole-piu-rispetto-per-i-pescatori/235436

27 giugno – Sul medesimo quotidiano online compare un articolo dell’A.S.D. Pescatori dell’Alto Verbano dal titolo “No alla politicizzazione dell’incubatoio di Maccagno”, in cui mi si accusa di non aver capito che la campagna elettorale è finita e di aver cercato di trascinare l’Associazione in una provocazione (politica? Boh!?)

Forse l’ondata di caldo improvvisa impedisce di mettere a fuoco le parole, perché si appanna la vista a causa del sudore, pertanto dovrei essere indulgente e lasciar correre, ma sinceramente mi sono stancata di vedere stravolti i miei pensieri, gettati invece in pasto alla libera interpretazione di chi magari legge solo i titoli e non va a leggersi o rileggersi i testi.

Mi sono stancata di essere accusata di strumentalizzazioni, perché il mio nome non compare in alcuna lista, elettorale o meno, né tra i membri di alcuna associazione politicizzata o meno. Non percepisco denaro se non dallo Stato, che è il mio datore di lavoro e non ho a che vedere con alcun ente locale, né devo difendere gli interessi di parenti o affini.

Ecco, qui di seguito, la replica che avrei desiderato fosse pubblicata in risposta a questi attacchi ingiustificati se ci fosse stata la possibilità di ottenere spazio sulle testate locali, che, comprensibilmente sono impegnate in questo periodo  a diffondere notizie più interessanti e di interesse turistico.

L’affido dunque al mio blog personale e al mio podcast, sui quali non ho bisogno di chiedere il permesso per manifestare le mie opinioni.

Chiedo scusa in anticipo a coloro i quali, non avendo seguito questa telenovela, avranno difficoltà a ricostruirne le fasi, ma che invito, se ne avessero voglia, a leggersi i vari articoli apparsi su Luino Notizie.

Ecco il testo della mia replica all’Articolo “No alla politicizzazione dell’incubatoio”

https://www.luinonotizie.it/2019/06/27/no-alla-politicizzazione-dellincubatoio-di-maccagno/235794?fbclid=IwAR1mFBk_LqKNIyyWICX4d3w8dn5-u7iqXgwIiqkOCHNBqm21tTEVzlx24T4

 

“Evidentemente saper leggere e comprendere ciò che si legge sono due cose ben diverse.

Ho riguardato con attenzione il mio scritto sull’affissione di una foto oltraggiosa nei bagni pubblici di Maccagno Superiore, dopo aver appreso, con mia grande sorpresa, la replica dell’A.S.D. Pescatori Alto Verbano.

Vorrei dunque precisare alcune cose:

  • Proprio perché la campagna elettorale è finita ho ritenuto doveroso segnalare l’increscioso episodio, che peraltro non coinvolge l’A.S.D. Pescatori Alto Verbano, ma l’utilizzo che è stato fatto di una foto scattata dal cronista dell’Eco del Varesotto a completamento di un articolo sulla visita degli esponenti regionali all’incubatoio
  • Non ho minimamente menzionato l’amministrazione maccagnese, né altri enti in merito all’aiuto o meno nei confronti dell’Associazione
  • Le tre ipotesi da me formulate nel mio articolo si riferivano alle probabili intenzioni del “buontempone” autore del gesto, quello sì, effettuato in campagna elettorale, che poteva essere segnalato subito, ma che si è preferito tacere proprio per evitare strumentalizzazioni
  • La segnalazione dell’episodio riguardante la foto appesa ai bagni pubblici intendeva unicamente portare a conoscenza della gente che ci sono “buontemponi” che si divertono a mettere zizzania tra i cittadini
  • Non sono la portavoce di alcun gruppo politico, ma semplicemente una comune cittadina stanca di assistere ad episodi incresciosi che avvengono nella comunità in cui vivo da 40 anni e intenzionata ad abbattere il muro di omertà che purtroppo esiste anche nelle piccole realtà come la nostra

 

Appare dunque evidente che da parte mia non c’è stata alcuna intenzione maliziosa, né tentativo di strumentalizzazione politica della situazione in cui si trova l’incubatoio.

Anzi: mi pare proprio di aver esortato i cittadini (non le realtà politico/amministrative) a non strumentalizzare la situazione, ma ad adoperarsi per sostenere i volontari dell’Associazione.

Ho anche sottolineato che la presenza di esponenti della lista “Idea Comune” era del tutto casuale e che il prof. Bernasconi, autore dell’articolo pubblicato sull’Eco del Varesotto, non li aveva menzionati proprio perché ci si trovava in piena campagna elettorale.

Non credo proprio di aver “abboccato” ad alcuna esca, ma penso sia mio diritto praticare la cittadinanza attiva segnalando episodi di inciviltà che questa volta hanno coinvolto, del tutto casualmente, i volontari dell’incubatoio, ma la prossima volta potrebbero coinvolgere altre situazioni.

Con questa mia replica considero chiuso l’incidente, invitando però chi mi legge e/o mi leggerà, a farlo con attenzione, senza pregiudizi e soprattutto in totale autonomia, perché a questo punto sono io a sospettare una strumentalizzazione dell’episodio”.

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Cara Grazia ti scrivo…

Cara Grazia, apprezzo molto questo tuo volerti esprimere pubblicamente, perché so quanto sia difficile, per una persona schiva e riservata come te, esternare le tue emozioni e i tuoi sentimenti.

Personalmente ritengo che questo tuo “scendere in campo” ora sia un po’ tardivo, anche perché ci vediamo tutti i giorni a scuola e in tutto questo tempo avresti potuto affrontare direttamente con me gli argomenti che ti stanno a cuore.

Anche perché, se è vero che mi stimi, significa che mi consideri un’amica e agli amici bisogna sempre dire ciò che si pensa, per il loro bene e soprattutto quando si è convinti che questi stiano sbagliando.

Invece, come altre persone che entrambe frequentiamo quotidianamente, hai preferito non affrontare alcun discorso, nemmeno semplicemente per chiedere, come invece molti altri hanno fatto: “Ma che cosa è successo?”

Ma la cosa che mi stupisce di più è che tu sai le ragioni che mi hanno spinta a questa ribellione, perché sei stata in qualche modo indiretta testimone dei fatti e soprattutto, per quanto riguarda il discorso sulla disabilità, della quale non voglio e non posso parlare perché l’ho promesso ai miei superiori (non certamente perché censurata dall’autorità amministrativa del paese).

Ma entriamo subito in argomento.

I giovani: io ho 63 anni, quindi considero giovani tutti coloro che hanno dai 18 ai 40/45 anni circa, che, guarda caso, è l’età di molti dei miei ex alunni.

Ed è proprio a quei giovani lì, che mi rivolgo, non genericamente ad una fascia di età anagrafica.

Sono i bambini che ho visto crescere e di cui conosco le famiglie, quegli stessi bambini che hanno faticato per studiare, che avrebbero potuto scappare all’estero e lasciare questo territorio maledetto di frontiera, isolato dal mondo e dalle opportunità per i loro figli.

Avrebbero potuto disinteressarsi di tutto e pensare soltanto ai loro bisogni individuali.

Avrebbero potuto essere contenti di delegare ad una sola persona tutto ciò che riguarda la vita del paese e le esigenze del territorio.

E invece no!

Ecco perché credo che il volersi “cimentare in un tentativo politico” non equivalga affatto a un gioco di ruolo, come quelli dei videogames.

Per molti anni sono stata alla finestra, soprattutto a causa delle vicissitudini della mia famiglia (mia madre prima e mio marito dopo) che mi hanno impedito di occuparmi di queste cose.

Tuttavia nel frattempo registravo delle stonature, delle disarmonie, percepivo qualcosa che strideva con la facciata da “Paese del Mulino Bianco” che si voleva dare di Maccagno.

La mia natura metropolitana mi fece comunque optare per la bontà della fusione tra comuni, opinione che non ho mai nascosto e di cui non mi pento, ma che non ha impedito a coloro che appoggiano la lista “Idea Comune” di accettarmi, con il medesimo rispetto che io dimostro nei loro confronti.

Sono state poi una serie di circostanze e di comportamenti che non voglio raccontarti in questa sede perché diventerei oltremodo noiosa,  a convincermi che non è concepibile una realtà dentificata da un solo uomo al comando.

La mia esperienza ormai quarantennale nel mondo della scuola mi ha abituata a considerare il lavoro di squadra, il cooperative learning”, come si usa dire adesso, come l’unica carta vincente, sia da praticare tra docenti, che da utilizzare per l’apprendimento degli scolari.

E la medesima cosa non è impossibile da praticare in politica, soprattutto a livello locale, anche se, come tu stessa convieni, una lista viene definita “civica” solo strategicamente, ma in realtà potrebbe essere appoggiata da una o più forze politiche.

Ma faccio un passo indietro, per rinfrescarti la memoria, partendo dal 2004, quando, dopo anni di delfinato dell’attuale sindaco, come vice di Renzo Giani, avviene un naturale cambio della guardia:

– 2004 – Passera sindaco della lista conservatrice “Impegno Civico” con Giani vice sindaco; “Maccagno Insieme” espressione delle sinistre, all’opposizione, insieme alla lista “Con voi per Maccagno”

– 2009 – Passera di nuovo sindaco, sempre con la medesima lista, che però… diventa un “lista civica” appoggiata dalle sinistre, con Renzo Giani all’opposizione con “Maccagno Domani”

– 2014 – dopo la fusione avvenuta nel dicembre 2013 Rielezione di Passera con “Impegno Civico”, sempre appoggiato dalle sinistre e Davide Compagnoni all’opposizione con “Insieme”

– 2019 – Passera aspira a raggiungere il quarto mandato sempre con la lista “Impegno Civico”, sostenuta dal PD.

Qual è, allora il problema? L’appoggio esterno dei movimenti/partiti politici a sostegno di liste civiche?

Oppure il fatto che Attilio Fontana sia della lega?

Intanto, che ci piaccia o no, questa è la realtà: Fontana è il Governatore di Regione Lombardia e nella sua veste istituzionale nessuno poteva impedirgli di sostenere una o più liste del territorio.

Mi risulta inoltre che in questi giorni anche il senatore del PD Alessandro Alfieri sia venuto in visita a Maccagno con Pino e Veddasca, sicuramente per incoraggiare la lista “Impegno Civico” e credo che ne avesse tutto il diritto. Così come in passato l’Assessore regionale Raffaele Cattaneo appoggiò iniziative della giunta Passera (e non mi risulta che sia simpatizzante del PD).

Ciò che invece personalmente mi ha sempre lasciato un retrogusto amaro in bocca è questa “conversione” dell’ex vicesindaco Passera, che per anni aveva condiviso le sorti del paese con Renzo Giani senza mai apertamente contestarlo (altrimenti avrebbe potuto dimettersi) e poi improvvisamente diventa esponente di spicco del PD.

Ti ricordo che l’allora gruppo di “Maccagno Insieme”, quello che per alcuni anni aveva pubblicato il giornale dell’opposizione e combattuto battaglie memorabili contro l’amministrazione comunale e alle quali anche tu avevi partecipato nonostante la tua giovane età, a causa di questa “strategia politica”, si sciolse.

E queste circostanze me le ha recentemente ricordate proprio tuo marito Giuseppe.

Allora, se accettiamo questo cambio di rotta di un uomo che per anni fu il braccio destro delle idee conservatrici di Renzo Giani, e questa riflessione mi è stata fatta dal “giovane” Cristiano, che ringrazio ancora, a distanza di quattro mesi, per le sue incisive e puntuali riflessioni, dobbiamo anche riconoscere che in una lista civica possano confluire persone che a livello nazionale hanno precise idee politiche, ma che a livello locale, possono collaborare onestamente e serenamente per il bene comune.

Per quanto riguarda il programma della lista “Idea Comune”, forse tu ti sei limitata ad ascoltare i brevi video promozionali, che necessariamente servivano unicamente come “bigino” di un programma di ben più ampio respiro, che spero tu abbia avuto il tempo di leggere in questi mesi.

Anzi: pensa che qualcuno ha fatto notare l’eccessivo dettaglio dell’opuscolo, che avrebbe potuto annoiare il lettore distratto o poco avvezzo al linguaggio programmatico.

Dal mio punto di vista, comunque, la società italiana sta finalmente svecchiandosi, perché a fronte di docenti che entrano in ruolo a 50/55 anni, c’è la possibilità di mandare al governo della cosa pubblica “giovani” 30/40enni. Un bel progresso, non trovi?

Tutto ciò che vorrai ancora farmi notare sarà bene accetto, ma sinceramente mi aspetto che tu domani, a scuola, abbia il coraggio di “metterci la faccia”, come dice sempre il nostro primo cittadino, e di parlarne insieme: tranquilla, che non mordo!

* In risposta alla “giovane” Grazia, che mi ha taggata sulla mia pagina Facebook

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Impegno concreto e aria fritta: i paradossi della lingua italiana

Buongiorno ragazzi! Oggi vi propongo una piccola verifica di Italiano, che consiste nell’analisi grammaticale di alcune parole.

Impegno: nome comune di cosa, maschile, singolare, astratto

Concreto: aggettivo qualificativo di grado positivo

Aria: nome comune di cosa femminile singolare, concreto

Fritta: aggettivo qualificativo di grado positivo

Impegno concreto/aria fritta: quale fra queste due espressioni è concreta e quale astratta?

Paradossalmente, quando si parla di impegno concreto, in realtà si usano parole che indicano qualcosa che non emette suoni, non si può vedere, né sentire, toccare o annusare: è un concetto astratto, appunto.

Quando invece si parla di aria fritta, ci si riferisce a qualcosa di tangibile: l’aria si percepisce quando il vento la muove, trasporta odori e profumi, suoni e rumori; è trasparente, ma con piccoli esperimenti scientifici da scuola primaria, si può anche dimostrare che è visibile e si può perfino toccare.

Ma nella lingua italiana le parole assumono anche significati diversi in relazione al contesto in cui vengono usate.

E il contesto di oggi è quello di carattere politico/amministrativo, soprattutto quando si parla di campagne elettorali.

Ecco, dunque, che quando si elencano, per esempio, una serie di azioni, situazioni, comportamenti, emozioni e perfino quando ci si appresta a stilare una serie di elenchi destinati a diventare insistenti e ripetitivi come litanie, l’espressione “Impegno concreto” diventa improvvisamente un macigno pronto a schiacciare tutti coloro che dubitano della sua esistenza.

L’aria fritta, invece, indica qualcosa che ha a che fare con le sbruffonate, con un inconcludente parlare a vanvera, con una serie di promesse da marinaio che non si avvereranno mai.

Illogico, vero?

Eh sì, e lo è ancora di più quando si vogliono contrapporre gli risultati di un buon governo a progetti che ancora non sono stati messi in pratica perché chi li ha ideati non ha ancora l’accesso al “palazzo”.

Ci troviamo così di fronte ad una carrellata di opere che può essere paragonata a una valanga che si abbatte sugli inermi cittadini impedendo loro quasi di respirare, di pensare e di ragionare.

Si tratta di un eccesso di zelo da parte di chi è vittima di un’incontenibile ansia da prestazioni, che rischia di trasformarsi in una sorta di delirio di potere, facendogli dimenticare che la bontà di un buon governo è direttamente proporzionale alla capacità di saper lavorare in gruppo, in modo cooperativo.

Nella vita politica, e proprio nell’ambito degli enti locali, questo concetto di squadra spesso è ancora considerato dispersivo, perché non permette al leader il controllo totale della situazione e allora è preferibile non chiedere la collaborazione delle opposizioni e addirittura non si rendono partecipi delle proprie decisioni nemmeno gli stessi collaboratori stretti.

Allora il primo cittadino di un paese diventa una sorta di commissario, o meglio di sceriffo, il cui potere si autoalimenta e con il passare del tempo cresce a livello esponenziale, fino al punto da fagocitare qualsiasi tentativo di dialogo o di dialettica.

Con una simile impostazione di governo, è difficile ipotizzare che cosa potrebbe accadere nel caso in cui, anche solo temporaneamente, un sindaco-sceriffo di questo genere dovesse essere impossibilitato al governo del paese.

Ecco perché, in questa pausa di riflessione tra il recente voto amministrativo e il ballottaggio che ci aspetta a giorni dovremo scegliere tra l’immobilismo del vecchio assetto di stampo “monarchico” e la proposta di un lavoro di squadra giovane e dinamico.

Fortunatamente abbiamo anche la consapevolezza di vivere in un territorio che, per una serie di positive circostanze, non si può certo definire zona depressa e non ci si è mai trovati costretti ad elemosinare contributi dal governo centrale.

Il problema non è che cosa lasciarsi alle spalle, se dovessimo cambiare rotta, perché tutto ciò che è stato realizzato nel corso degli anni è frutto dei compiti che ogni primo cittadino è chiamato a svolgere durante il suo mandato, amministrando oculatamente e intelligentemente le ricchezze che possiede e non il risultato delle azioni eccezionali e sovrumane di un supereroe.

Il vero salto nel nulla, dunque, è l’aver paura di ragionare su queste due concezioni di governo della cosa pubblica.

Da un lato le proposte di gruppo affiatato, con competenze diversificate, in grado di dividersi i complessi compiti di funzionamento della macchina amministrativa, sotto la guida di un coordinatore.

Dall’altro la prospettiva di avere ancora un uomo solo al comando, “concretamente impegnato” a non prendere in considerazione il contributo delle idee e delle proposte altrui, sia che provengano dall’interno della sua stessa casa comune o dall’opposizione.

Un uomo così non è una divinità infallibile e dotata di superpoteri, ma una persona che vive in modo anacronistico, imprigionata in un immobilismo tale da avviarla pericolosamente verso il sentiero dell’autodistruzione, con il rischio di vanificare anche quell’impegno concreto di cui va tanto orgoglioso.

E l’inganno psicologico che si cela in ogni ballottaggio, purtroppo, è l’idea che si tratti di un testa a testa fra due capilista, facendo dimenticare invece che, dietro di loro c’è ancora il resto dei candidati, relegati in un limbo che rischia di cancellarli dalla competizione rendendo vane le preferenze a loro accordate durante la prima tornata elettorale.

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Onestà intellettuale o coerenza politica?

Noi di quella generazione lì, che siamo nati lì e abbiamo vissuto in quegli anni lì, in cui la lotta dura senza paura ha forgiato inesorabilmente le menti e i destini di molti, abbiamo intrapreso il cammino della nostra esistenza pensando che non avremmo mai potuto immaginare le trasformazioni planetarie o quelle del nostro personale microcosmo con una gamma di sfumature più o meno infinite di colore.

Sempre faticosamente ed eroicamente ancorati alla polena della nostra nave, abbiamo cercato di solcare il nostro oceano esistenziale preoccupati soltanto di tenere lo sguardo perennemente fisso all’orizzonte, per cercare di salvaguardare la nostra coerenza politica.

E guai a volgere lo sguardo indietro, o anche solo lateralmente, per allargare il campo visivo della nostra rotta!

Fascista! Razzista! Traditore! Venduto! Voltagabbana! Sovranista! Ecco i venti contrari all’onestà intellettuale che oggi ostacolano il nostro viaggio.

Eppure cerchiamo comunque di navigare, rendendoci conto, però, di aver bisogno di altri strumenti, per evitare pericolose secche, tempeste improvvise e cicloni annunciati; ci affanniamo a cercare di mantenere la rotta, rifiutandoci di rimanere semplicemente a galla, seguendo quel percorso indossando il paraocchi, come quello che viene imposto ai cavalli per evitare che si imbizzarriscano.

Ah! Se fossimo rimasti dove eravamo allora! Forse, nel mare grande, è possibile navigare più facilmente, perché il panorama è decisamente tutto bianco o tutto nero ed è meno impegnativo mantenere la rotta tutta a sinistra o tutta a destra.

Ma qui… dove è tutta una catena di microscopiche relazioni, a volte personalissime, nel dolore come nella gioia, affettuose, intessute di ricordi d’infanzia, o coltivate camminando insieme per un tratto di strada, o semplicemente accompagnando i figli e i figli dei figli lungo il sentiero che porta verso il futuro…

Qui, dove i colori si ammorbidiscono in un’alternanza di ombre e sfumature, bisognerebbe tendere sempre l’orecchio, per ascoltare non solo le voci urlate al megafono della propaganda, ma percepire i sospiri, i bisbigli, come direbbe un amico poeta, che a volte ci fanno volgere lo sguardo altrove, facendoci perdere il comodo rettilineo che porta dritto alla meta, senza generare dubbi né incertezze.

Qui, dove abbiamo scelto di vivere e di morire, rinnegando, questo sì, le nostre radici, abbiamo improvvisamente deciso di toglierci il paraocchi, consegnando la nostra coscienza alla pazzia della ribellione, come il cavallo che scalcia imbizzarrito, anche se rischia di uccidere chi vorrebbe mettere un freno al suo incontenibile impennarsi, ma che non può fare a meno di seguire questo suo irrefrenabile impulso.

E che cosa accade quando persone di ideologie differenti, scoprendo di avere in comune l’amore per uno stesso luogo, decidono di togliersi il paraocchi e di lavorare insieme su ciò che le accomuna, tralasciando ciò che ideologicamente le divide?

Liberi dal conformismo e dagli stereotipi si guardano negli occhi e vedono il medesimo paesaggio, le medesime sfumature, nulla di più e nulla di meno. Si è sempre pagata cara, la libertà di pensiero, in passato come nel presente, perché è più facile mandare al rogo gli eretici che ammettere l’esistenza di nuove teorie e nuovi progetti di vita futura.

E la paura del contagio è più forte di qualsiasi pensiero razionale; il sospetto che nella “diversità” si nasconda l’untore pronto a propagare il virus, rende a sua volta folli di terrore coloro i quali si sentono minacciati da questi rivoluzionari.

E allora: nessuna concessione alla nave dei folli e al suo equipaggio, opponendo qualsiasi mezzo, lecito o illecito, pur di fermarla, affondarla, cancellarla dalla faccia della Terra.

Ma noi cocciutamente restiamo con lo sguardo rivolto alla prua, convinti che prima o poi arriverà un segnale, qualcosa di più luminoso di una semplice speranza di schiarita all’orizzonte: attenderemo di scorgere una moltitudine di vele bianche che accetteranno di navigare al nostro fianco, non importa se spinti dall’Inverna o dalla Tramontana, purché insieme a noi, senza ricatti, senza compromessi, senza la necessità di un voto di scambio.

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Il porto delle nebbie

Oggi vorrei parlarvi non di cinema, come il titolo farebbe pensare, ricordando il film di Marcel Carnè del 1938.

In realtà la storia che vorrei raccontarvi è “un cinema”, nel senso che sembra un film, però non ha nulla di divertente e spiritoso, bensì rivela una sceneggiatura inquietante, che non lascia sperare in un lieto fine, almeno da quanto si legge nel “Verbale di deliberazione della Giunta Comunale n. 77” datato 15 aprile 2019, ma stranamente pubblicato il 20 maggio, a sei giorni dalle elezioni amministrative.

Bene: in questo documento si conferisce l’incarico ad un avvocato di Varese per l’assistenza legale nella vertenza tra Villa Marina srl contro il Comune di Maccagno con Pino e Veddasca per un impegno di spesa di 5 000 €.

Eh sì, perché Villa Marina srl chiede al Comune la bella cifra di 416 799,00 €, oltre ad eventuali danni che la suddetta società dovesse subire per mancato rispetto nei confronti di contratti verso soggetti terzi

Ohibò! Ma che cosa è accaduto e, soprattutto, chi è questa Villa Marina srl?

Veniamo ai protagonisti e ai fatti di questa vicenda, che inizia nel lontano 2008, quando il nostro non era ancora il comune più esteso di tutta la provincia dopo il capoluogo Varese.

E parliamo di Zenna: sì, proprio della frazione in cui si trova il confine di Stato, lungo la SS 394 del Verbano Orientale, l’ultimo lembo di terra italica nel nostro territorio, che 10 anni fa faceva parte del comune di Pino sulla sponda del Lago Maggiore.

Orbene: nel 2008 la società Villa Marina srl di Varese ottiene la concessione di un diritto di superficie della durata di 60 anni su un fabbricato ad uso ristorante, bar, appartamento, più un fabbricato accessorio e alcune pertinenze.

Il 13 agosto dello stesso anno viene presentato un Piano Integrato di Intervento per riqualificare quell’area, per realizzare un porto turistico di 330 posti barca e altri interventi edilizi che interessano anche aree comunali.

Il procedimento di approvazione però viene sospeso in attesa delle autorizzazioni necessarie, perché i vari enti pubblici preposti esprimono molte perplessità circa la realizzazione di questo porto turistico.

Nel 2009 Villa Marina presenta istanza al “Consorzio gestione associata dei laghi Maggiore, Comabbio, Monate e Varese – Ufficio Demanio Lacuale” per il rilascio di una concessione demaniale al fine di consentire la realizzazione del porto turistico.

L’anno successivo (e siamo nel 2010) la Conferenza dei Servizi sospende il procedimento per l’ottenimento della concessione demaniale e ancora una volta Villa Marina riceve un parere parzialmente negativo, in quanto il porto turistico viene ritenuto di dimensioni eccessive rispetto al potenziale bacino di utenza, con conseguente forte impatto ambientale sul territorio.

La società varesina sospende temporaneamente le attività in attesa di valutare un nuovo progetto, più realizzabile, ma che possa garantirle un ritorno economico e finanziario, in quanto si tratta di un investitore privato.

Che c’è di strano?

Fin qui nulla, come sempre il ragionamento non fa una grinza.

Intanto, però, il tempo passa e arriviamo al 14 giugno 2013, data che ancora non fa da spartiacque tra pre e post fusione di Maccagno con Pino e Veddasca, in quanto il referendum per la fusione si terrà solo il successivo 1 dicembre 2013 e di fatto si concretizzerà nel febbraio 2014.

Quindi, sei mesi prima del referendum, in previsione di un nuovo Piano di Governo Territoriale che necessariamente dovrebbe essere adottato dal nuovo ente pubblico in caso di esito positivo, viene sottoscritto un accordo tra il Comune (di Pino o di Maccagno? Non è chiaro, ma il testo della delibera parla di Maccagno con Pino e Veddasca, che ancora non esisteva) e Villa Marina per la consegna anticipata degli immobili oggetto della vecchia concessione del 2008, soprattutto perché l’intera area, ormai in stato di abbandono, necessita di riqualificazione.

Nulla sappiamo da quella data fino ai giorni nostri, anche se nel frattempo sono stati ripristinati la spiaggia, gli spazi verdi, realizzato un parco giochi per i bambini ed effettuata manutenzione straordinaria dell’immobile.

Anzi: questi interventi permettono a Villa Marina srl di concedere in affitto alla società Name srl di Luino la quasi totalità dell’immobile, con decorrenza 1 gennaio 2019 e scadenza 31 dicembre 2030, con un canone di affitto a favore di Villa Marina srl pari a 32 000,00  + IVA e oneri di legge.

Nel documento pubblicato all’albo pretorio e scaricabile dal sito internet del Comune compare anche una dettagliata “lista della spesa”, che documenta tutte le somme che, dal 2013 a gennaio 2019 Villa Marina ha versato al Comune di Maccagno con Pino e Veddasca, oltre a quanto versato all’allora Comune di Pino negli anni 2008/2009.

A questo punto è chiara la motivazione della richiesta di risarcimento: per gli ingenti investimenti realizzati nel corso degli anni e per i danni subiti a causa della mancata autorizzazione della proposta originaria (la costruzione del porto).

In pratica si intima il Comune al rimborso totale dei canoni versati, delle spese sostenute da Villa Marina per lo studio e la progettazione, delle migliorie apportate all’immobile di proprietà comunale, della gestione ordinaria della società, delle spese generali, dei tributi e delle imposte.

Allora sorgono spontanee alcune domande, che il cittadino medio come me si pone:

  • Perché, dopo tanti anni, è ancora sospeso il procedimento di approvazione di quel Piano di Intervento?
  • Perché gli immobili sono stati comunque concessi prima di definire ufficialmente l’ottenimento della concessione demaniale?
  • Come era possibile prevedere l’esito positivo della fusione tra comuni con conseguente modifica del Piano di Governo del Territorio?
  • Era forse intervenuto qualche accordo che ha permesso a Villa Marina di apportare in questi anni le migliorie all’area interessata in cambio della promessa di un esito favorevole dell’istanza di concessione demaniale che invece, di fatto, si trova ancora fra “color che son sospesi”?

Ma, la domanda che le riassume tutte è la seguente: perché la Giunta del Comune di Maccagno con Pino e Veddasca pubblica il 20 maggio, a sei giorni dalle elezioni amministrative, una delibera di questa portata datata 15 aprile?

Intanto, quello che dovrebbe e vorrebbe essere un paese a forte vocazione turistica, a tutt’oggi non possiede alcun porto: né in località Gabella, né in località Zenna e la risposta alle legittime domande del cittadino medio restano avvolte nella nebbia.

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Lettera a Pinocchio

Lo so, me l’avete già detto: sono antipatica, voglio sempre fare la maestrina mettendo i puntini sulle “i”, vado sempre a rinvangare episodi del passato che non interessano più a nessuno, o quasi, però dovete ammettere che non è tutta colpa mia, se ogni tanto sono costretta ad intervenire, perché di fronte a certe notizie mi viene l’orticaria e proprio non mi va giù che la gente sia ingannata, pensando che abbia la memoria corta.

In settimana sono entrata nel nostro campo sportivo, in occasione dei Giochi dello Sport organizzati dalla mia scuola primaria in collaborazione con l’Atletica Maccagno.

Lo stato di generale degrado di tutta la struttura era evidente, non solo per quanto riguarda il campo da calcio, ma anche della pista di atletica e soprattutto degli spogliatoi.

Nella stessa giornata e a pochi giorni dalle prossime elezioni amministrative, guarda caso… che coincidenza! Viene pubblicato un articolo in cui si annunciano formidabili novità: l’arrivo di 500 mila € da parte dell’Istituto di Credito Sportivo per il rifacimento del manto in materiale sintetico, che quindi non richiederà più alcuna manutenzione.

Un bel risultato che l’amministrazione in carica porta a casa come l’ennesimo fiore da mettere all’occhiello.

Mutuo a tasso zero da restituire in 15 anni, ovvero poco più di 33 mila € annui con il “risparmio” (si fa per dire) di 67 mila € di interessi e… udite, udite, perché qui si tratta di una vera e propria opera di magia: dato che, annualmente, per la manutenzione del campo, si spende molto di più, in pratica il Comune ci guadagnerebbe addirittura.

Naturalmente, prima della nuova stagione sportiva si promette anche la sistemazione della pista di atletica, la costruzione di nuovi spogliatoi e del locale attrezzi.

Il ragionamento non fa una grinza.

Ma è qui che improvvisamente mi è apparso Pinocchio, con il suo naso che si allungava a dismisura ogniqualvolta raccontava una bugia.

Solo che le bugie del celebre burattino collodiano erano ingenuamente così palesi da far quasi tenerezza e sfido chiunque a non aver parteggiato per lui seguendo le sue incredibili avventure.

Qui invece, di incredibile c’è il cambio di direzione di un’amministrazione che fino a pochi mesi fa non solo si è completamente disinteressata dell’intera struttura, ma addirittura ne avrebbe decretato la morte per spianamento da ruspa, se non fosse stato miracolosamente modificato il PGT adottato il 13 maggio 2011.

Lo so, sono noiosa, ma ancora una volta è necessario fare un passo indietro, per far capire, a chi non c’era, a chi era troppo giovane e a chi ha dimenticato alcuni passaggi fondamentali di questa vicenda, come si è davvero arrivati al rischio di dire addio al nostro amato campo sportivo.

Nel Piano di Governo del Territorio allora presentato in Regione si indicava la scelta di “non confermare determinate aree standard che, per dimensioni, forma e collocazione non risultano importanti né per la funzione, né per le strategie del sistema urbano”.

Tradotto in italiano, tra le strutture da non confermare c’erano le attrezzature scolastiche (cioè le scuole) e il campo da calcio (cioè il campo e la pista di atletica), che dovevano essere abbattute.

Si proponevano inoltre la costruzione di nuove scuole e la delocalizzazione del campo sportivo.

Quest’ultimo veniva addirittura definito “vuoto urbano, pur se antropizzato, nato in un’area abbandonata e ai margini del paese: uno spreco di territorio dedicato ad un’infrastruttura dal bassissimo tasso di utilizzo giornaliero”.

Nonostante l’ammissione che il luogo godeva di un certo interesse sociale, si era arrivati a definire la zona un’area strategica dedicata a pochissimi utenti, “in una proporzione che non può che balzare agli occhi del cittadino che percepisce l’area con un senso di disorientamento”.

Tralascio i particolari e ulteriori approfondimenti su quel folle documento per non tediarvi ulteriormente, limitandomi a ricordarvi che, per quanto riguarda il campo da calcio, questo veniva riproposto, ma senza la presenza della pista di atletica, giudicata inutile, dato l’esiguo numero di utenti, nell’area dove attualmente si trovano le scuole.

Stendo anche un velo pietoso sull’esorbitante costo di quel PGT, che per fortuna oggi è stato sostanzialmente modificato.

Purtroppo, però, nessuna modifica all’indistruttibile sicumera con cui il nostro primo cittadino cambia le carte in tavola.

Ieri arrogantemente arroccato sulle sue decisioni, insieme ai suoi alleati del PD, ignorando le perplessità di Regione Lombardia e della Provincia; l’opposizione di alcuni dei suoi stessi consiglieri; infischiandosene perfino dell’opinione di oltre 600 abitanti che sottoscrissero la petizione “Giù le mani dal campo sportivo”.

Oggi invece orgogliosamente portavoce della lieta notizia che permetterà ai maccagnesi di uscire dallo stato di “disorientamento” di fronte a quell’ “area abbandonata”, il tutto, naturalmente, grazie a questa lungimirante amministrazione, dopo l’unanime approvazione, lo scorso 6 febbraio, del nuovo Piano di Governo del Territorio, che viene rimodulato mandando in pensione, tra le altre cose, il diabolico progetto di eliminazione del campo sportivo.

Dal 2011 molta acqua è passata sotto al ponte sul torrente Giona: dalla fusione di Maccagno con i comuni di Pino e Veddasca, all’ulteriore consolidamento di un’amministrazione sempre più convinta che i cittadini siano tutti come i topolini della città di Hamelin, che, incantati dalle suadenti note suonate da un magico pifferaio, iniziarono a seguirlo, inconsapevoli, però, della sorte che li aspettava.

E ora arriva questo progetto di riqualificazione dell’area, grazie al muto di 500 mila € dell’Istituto di Credito Sportivo.

Il nostro primo cittadino vuol forse farci credere di essere sempre stato dalla parte di coloro che otto anni fa si mobilitarono per difendere quel “vuoto urbano”?

Vuol forse rivelarci di aver lavorato strenuamente per trovare i fondi necessari alla riqualificazione di un’area che gli sta a cuore, favorendo così anche l’Atletica Maccagno, che da alcuni anni promuove attività sportive tra i ragazzi e gli adulti dell’intero territorio del luinese?

Bravo sindaco, per aver ottenuto questo benedetto mutuo quindicennale, ma, come al solito, hai indossato panni non tuoi, appropriandoti di meriti che dovrebbero essere riconosciuti ad altri, per le loro battaglie.

Non hai nemmeno riconosciuto di aver sbagliato nel promuovere, otto anni fa, un ribaltamento urbanistico improponibile che ti ha permesso però di evitare migliorie alla struttura sportiva più rappresentativa del nostro territorio, incominciando magari dagli spogliatoi.

Sì, almeno quelli! Visto lo stato del loro progressivo degrado, oggi assomigliano stranamente ai bagni dell’ex Colonia montana Luraschi di Saltrio, una struttura chiusa alla fine degli anni ’70 e ora meta di numerosi appassionati di archeologia industriale e luoghi abbandonati.

Beh, a pensarci bene, insieme all’albergo incompiuto del Parco Giona, il nostro campo sportivo avrebbe potuto diventare un’attrazione turistica proprio per gli amanti dei luoghi fantasma.

Già, ma in questi anni c’era in vigore quell’altro PGT, che ne prevedeva la demolizione… quindi inutile intervenire e poi, avevi “altre priorità”, come ti sei giustificato con coloro che ti chiedevano spiegazioni.

A questo punto sai che cosa ti dico? Che il tuo improvviso entusiasmo di questi giorni non appartiene nemmeno alla categoria delle bugie, ma a quella delle mistificazioni.

Mi dispiace averti paragonato a Pinocchio, perché non c’è nulla di ingenuo e disarmante nel tuo comportamento.

No, tu non sei Pinocchio: tu sei il re del trasformismo.

E scusami se ti ho dato del tu, ma avrei avuto qualche difficoltà con i congiuntivi.

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Tempo di Pace? Non ancora…

Pace sociale: vince il capitale!

Lotta di classe: vincono le masse!

No, non siamo più ai tempi di Marx, che aveva affidato alla lotta tra le classi il ruolo di motore della Storia.

E la stessa espressione “lotta di classe” è stata progressivamente abbandonata anche dalla sinistra e chi ne parla ancora è considerato un dinosauro sopravvissuto all’estinzione della sua stesa specie.

Infatti la distinzione tra proletariato e borghesia non esiste più, almeno secondo la vecchia accezione dei tempi di Marx o degli anni della contestazione giovanile dal ’68 in avanti.

Tuttavia nell’alto Verbano la campagna in vista delle prossime elezioni amministrative del 26 maggio sembra aver riacceso gli animi, riportando in qualche modo in auge, a livello subliminale, un certo sottofondo di malessere di fronte ad un presunto divario tra classi sociali.

E tanto per cambiare stiamo parlando di “giovani leve”.

L’ho scritto virgolettato perché alcuni di loro sono quarantenni e non si riconoscono in questa categoria, visto che sono padri e madri di famiglia, tuttavia consideriamoli ugualmente giovani, per quanto riguarda le loro esperienze di politica attiva.

E parliamo, naturalmente, delle liste che si fronteggiano per il governo del territorio di Maccagno con Pino e Veddasca.

Purtroppo non è ancora possibile parlare di progetti di Pace, quelli che dovrebbero essere inseriti in qualsiasi programma elettorale per sottolineare che non si tratta di scontro ideologico che divide la gente, ma di premesse per un lavoro comune in favore del paese, seppure partendo da diverse prospettive.

Non è ancora tempo di pietre da posare sul passato, perché persistono atteggiamenti di chiusura nei confronti degli “avversari”, ai quali non si riconosce nemmeno il diritto di candidarsi legittimamente alla carica di primo cittadino insistendo nel ricordare la presenza di una macchia indelebile che ne avrebbe compromesso l’affidabilità.

Così, a cinque anni dalla fusione di Maccagno con i comuni di Pino e Veddasca, non solo si continua ad accusare l’attuale opposizione di non essere stata “accogliente” verso i vicini di casa, ma addirittura si persiste nel mettere in cattiva luce con i suoi stessi elettori il capolista di “Idea Comune” attribuendogli la responsabilità della vittoria dei Sì, a causa della sua assenza durante il referendum del 1 dicembre 2013.

Se questo non è fomentare la divisione tra i cittadini, qualcuno mi deve spiegare di che cosa si tratta.

Ecco perché, con queste premesse, non può essere sotterrata l’ascia di guerra, continuando invece a viaggiare sul filo di un rasoio molto pericoloso, tanto che, come giustamente mi ha fatto notare un amico al quale non manca certamente la Fede (quella vera, che trascende dalle miserie umane), si potrebbe arrivare addirittura a disertare le urne, dato che in un paese piccolo come il nostro, nel quale ci si conosce tutti e si è quasi tutti parenti, fare una scelta tra una lista e l’altra, con queste premesse, avrebbe quasi il sapore di una faida.

Ma torniamo al motivo per cui mi sembra di essere ripiombata ai tempi delle lotte tra borghesia e proletariato.

Questa nuova generazione di uomini e donne che si sta affacciando alla realtà della politica locale possiede titoli di studio e competenze che non vede l’ora di poter mettere a disposizione dei propri concittadini.

Anziché di fuga di cervelli, si parla di persone che hanno scelto di rimanere a vivere qui, nel territorio più periferico della provincia; hanno scelto di far nascere e crescere qui i loro figli.

Sono figli di operai, artigiani, piccoli commercianti, lavoratori frontalieri (e per favore non inneschiamo la solita polemica sulle paghe dei frontalieri), che hanno faticato per farli studiare, per dare loro la possibilità di elevarsi di grado rispetto ai propri genitori.

Non sono figli della borghesia.

Perché, dunque, negare loro il legittimo orgoglio con il quale si presentano ai probabili elettori?

Perché non voler vedere con quanta umiltà ed entusiasmo al tempo stesso raccontano ciò che hanno imparato, trasmettendo le loro conoscenze agli altri?

Perché considerarli come venditori di fumo o degli sfaticati che si crogiolano sulle teorie, ma non sarebbero in grado di concretizzarle?

Giudicare dall’alto della propria esperienza nella convinzione che solo quella possa governare il mondo, non aiuta certamente né a migliorarlo né a migliorare se stessi.

Perché pensare che coloro i quai hanno studiato siano bambocci saccenti cresciuti nella bambagia, quindi incapaci di diventare buoni capitani di una nave che sta per salpare verso il futuro?

E quando mai se la faranno, quell’esperienza di cui noi “anziani” andiamo tanto fieri, se non diamo loro la possibilità di farsela?

Perché invidiare, (sì, a questo punto penso che si tratti proprio di invidia), chi è arrivato a traguardi che noi non abbiamo potuto raggiungere?

Perché deridere il loro modo di comunicare, anche attraverso Internet e le nuove tecnologie, controbattendo che la propria presenza fisica su un palcoscenico sia sinonimo di credibilità?

Forse si è più sinceri davanti alla spia luminosa di una telecamera che sul palco di un teatro, dove sappiamo tutti come il bravo attore si trasformi in mattatore e riesca a convincere il pubblico seduto in platea fino a farlo piangere di commozione o sbellicare dalle risa, a seconda che si tratti di un dramma o di una farsa.

Perciò, ancora una volta mi dissocio: da questa mancanza di rispetto verso chi la pensa diversamente, ma soprattutto verso le nuove generazioni, che saranno coloro ai quali affideremo la nostra vecchiaia e ai quali sarebbe onesto fare un passaggio di consegne, prima di diventare mummie incartapecorite e di non essere più in grado di trasmettere loro quella stessa esperienza che abbiamo accumulato nel corso degli anni.

Lo capisco, farsi da parte è dura, ma ritirarsi dalle luci della ribalta non significa necessariamente rassegnarsi all’oblio. Esistono altri modi per essere utili alla comunità.

E questo un buon capitano dovrebbe saperlo.

Un buon capitano.

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Pausa di riflessione

Perché no? Quando ci si confronta con le generazioni più giovani, anche se si tratta comunque di uomini e donne adulti, si dovrebbe sempre prevedere una sosta, per riflettere seriamente su come cambia, tra noi e loro, la visione del mondo, dei suoi problemi e soprattutto della politica, in senso lato.

La mia generazione, quella nata negli anni ’50, è portatrice sana di un peccato ideologico che consiste nel rimanere attaccati al passato: un cordone ombelicale che non vogliamo tagliare, ma che potrebbe diventare pericoloso, stringendosi attorno al nostro collo e rischiando di soffocarci.

Eh sì, questo passato riguarda gli anni della contestazione, delle barricate, degli ideali che guidavano le nostre giornate e le nostre scelte di vita, rendendoci intransigenti verso tutto e tutti, per inseguire il mito della rivoluzione sociale.

È così che il ‘68 e gli anni di piombo, soprattutto per chi è nato e cresciuto nella Milano di Piazza Fontana, hanno forgiato inesorabilmente le menti, impedendo, oggi, di lasciare alle spalle le incoerenze, i tradimenti, le manipolazioni della verità, le mistificazioni.

È vero: la mia generazione è rimasta ancorata a quel passato e non riesce a perdonare i cambi di rotta, il progressivo appiattimento dei comportamenti, gli adeguamenti al quieto vivere, al compromesso, l’assuefazione ad un’esistenza pervasa di perbenismo e buone maniere.

Difficile, per noi, convivere con il presente senza voltarsi continuamente verso il passato.

Impossibile trovare il giusto slancio verso un futuro senza recriminazioni su ciò che è stato, o sulle persone che nel corso del tempo hanno cambiato atteggiamento, come è giusto che sia, del resto, visto che si sta parlando di esseri umani in continua evoluzione.

Ammiro e invidio anche un po’ i quarantenni di oggi, sicuramente più pragmatici e razionali di noi, che guardano al domani con la preoccupazione di garantire ai propri figli, ma anche ai propri vecchi, un mondo più vivibile, sia in termini ambientali che sociali.

Allora, in questo senso gli irresponsabili siamo proprio noi, che continuiamo ad irrigidirci sui contrasti ideologici: o tutto bianco o tutto nero, o tutta luce o tutto buio, o tutti vergini o tutti peccatori.

In realtà è vero, nessuno di noi è rimasto vergine, perché le contraddizioni della vita hanno contagiato tutti, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo e qualcuno è diventato progressivamente incompatibile con un mondo che non è più quello di prima.

Noi sempre più irrigiditi sulle nostre posizioni, permeati da quell’intransigenza che ci portiamo dietro da allora, ma della quale è impossibile spogliarci, perché non ci sentiremmo a nostro agio negli abiti di oggi.

Noi, che per anni abbiamo cercato di mimetizzarci, evitando gli estremismi, le prese di posizione, il manifestare apertamente e fermamente il nostro pensiero, anche e soprattutto se controcorrente, per il quieto vivere.

E loro, i giovani quarantenni, che hanno voglia di camminare da soli, per dimostrarci che il mondo nel frattempo si è modificato, che hanno il diritto di dirci che è lecito cambiare prospettiva, che vogliono incominciare a parlare di cosa realmente fare nel futuro, senza più recriminare su un passato che non è morto e sepolto: semplicemente non è mai esistito, perché non fa parte del loro vissuto.

Come li invidio! E come sono orgogliosa di tutti loro, della loro capacità dialettica di discutere dei massimi sistemi separando nettamente le emozioni dai percorsi della ragione.

Riescono a discutere di politica in una dimensione in cui lo spazio/tempo non esiste e quindi i loro ragionamenti sono puri, asettici, pervasi da una logica simile alla programmazione di un percorso robotico.

È quello che stiamo facendo anche nelle scuole: insegnare ai futuri uomini a sviluppare l’attitudine a risolvere problemi più o meno complessi programmando le azioni che servono per risolvere gli ostacoli che si frappongono fra l’obiettivo e la meta.

Ma noi sessantenni siamo ancora prigionieri dei sentimenti e delle emozioni: non possiamo tagliare quel cordone ombelicale, anche se rischiamo il soffocamento.

Il sangue ribolle ancora quando pensiamo alle ingiustizie di ieri, alle contese non risolte, a tutti quei bocconi amari ingoiati che non abbiamo ancora digerito, alle incoerenze e alle delusioni con le quali abbiamo inutilmente cercato di convivere.

Le nostre piccole storie, con i personalismi, con i rancori mai assopiti, con quelle rivendicazioni che, anziché affievolirsi, sono cresciute nella nostra mente come un tumore che a poco a poco si mangia tutte le difese immunitarie della nostra intelligenza, non possono essere cancellate, perché alla nostra età è impossibile eliminare con un colpo di spugna tutto ciò che è accaduto, anche in una piccola comunità di paese come quella in cui viviamo da tanto tempo.

Perfino della Resistenza qualcuno dice che se ne potrà parlare con oggettività solo quando non ci sarà più nessun testimone diretto di quel periodo, ma la Storia non si costruisce se non comprendendo il passato.

Forse, nello stesso modo, dovremmo lasciare da parte le vicende passate che hanno caratterizzato la vita politica nella nostra piccola comunità, altrimenti non sarà possibile progettare e pianificare un adeguato futuro per il territorio.

La memoria storica di noi vecchi, in questo senso può solo essere d’intralcio, se non dannosa, al processo di rimozione del passato per la costruzione di una nuova e solida casa comune.

Che fare, allora? Due sono le possibilità:

– tornare generosamente al silenzio e rientrare nell’ipocrisia del tran tran quotidiano

– continuare a tessere egoisticamente il filo della memoria rischiando di provocare qualche dissesto ideologico

Per quanto mi riguarda, credo di aver ormai superato il punto di non ritorno, perciò vi chiedo scusa, ragazzi, continuerò ad invidiarvi e ad ascoltarvi, ma non taglierò alcun cordone ombelicale e insisterò a raccontare il passato delle vicende di questi luoghi, a modo mio naturalmente, perché sono portavoce solo di me stessa, affinché non si commettano gli stessi errori di ieri e non si viva più nella paura di piccole vendette, ritorsioni e ricatti del potere.

Perché possa nascere una classe politica nuova, pulita, libera dai condizionamenti, capace di ragionare con la propria testa, in grado di guidare il territorio verso un futuro di trasparenza, coerenza e onestà ideologica.

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