Ciò che la gente sa (digressioni su cinema e attualità alla vigilia della Mostra del Cinema di Venezia)

Ciò che la gente sa è ciò che le viene detto da altri: è ciò che legge sulla stampa, ciò che vede in tv, ciò che rimbalza da una bacheca all’altra sui social alla velocità della pallina impazzita di un flipper.

Le idee che il popolo si fa della politica, della società e del prossimo sono il risultato di ciò che ascolta distrattamente mentre spinge il carrello al supermercato; delle confidenze che scambia al bar mentre sorseggia una birra con gli amici; di ciò che sente urlare dalla curva sud allo stadio; del gossip tra colleghi durante la pausa caffè.

Per fortuna quasi sempre le notizie riguardano la noiosa routine di un sonnolento tran tran quotidiano, alla quale l’opinione pubblica si abitua facilmente, come al suono della filodiffusione nella sala d’aspetto di un ambulatorio medico.

In certi periodi sensibili, invece, le informazioni incominciano ad incrociarsi freneticamente, come le rotte sul monitor del controllore del traffico aereo, a volte addirittura sfiorandosi pericolosamente, dando l’impressione di essere prossime a registrare una fatale collisione.

All’approssimarsi di una bufera mediatica, poi, le news iniziano a girare vorticosamente, come le pale eoliche sferzate dalla tramontana, generando tùrbini devastanti, in grado di spazzare via tutto ciò che trovano sul loro cammino, dai dubbi in attesa di verifica alla ricerca di spiegazioni su fatti altrimenti oscuri.

È in queste occasioni che si ha l’impressione di vivere in un mondo artificiale, come quello di “The Truman Show”, nel quale gli avvenimenti altro non sono che una perfetta sceneggiatura creata da un trascendente burattinaio.

Tutto sembra artificiale, costruito sulla perfetta conoscenza di ciò che la gente vuole sentirsi dire e non con l’attenzione rivolta alla ricerca della chiarezza e della trasparenza.

Allora qualsiasi genere di informazione, di comportamento, di elaborazione del pensiero possono essere inoculati ad arte nella mente e nei discorsi della gente, alla quale, per un tempo ragionevolmente lungo e adatto allo scopo, viene disattivato il controllo della logica, per lasciare spazio alle reazioni di pancia.

Ogni interpretazione dei fatti indossa l’abito più opportuno, a seconda delle bocche che se ne appropria, generando però una sorta di Babele in cui ognuno dice la sua in lingue diverse, senza che nessuno ne comprenda il significato, trasformando lo scopo comunicativo nel suo esatto contrario.

In questo contesto, la Verità si rifugia in un angolo buio, bisbigliando con voce tanto esile da non essere percepita da orecchio umano, intimorita dagli schiamazzi dei venditori di fumo e dei cercatori di scoop a buon mercato, che si contendono il cliente sprovveduto per inserirlo nella cerchia sempre più numerosa dei gonzi.

In questo modo la Verità rischierà di morire per mancanza di ossigeno o, peggio, assassinata da chi ha tutto l’interesse per continuare la pantomima, perché “the show must go on”.

È come vivere in un videogioco sfuggito di mano ad un giocatore inesperto, la cui capacità di ragionare è intrappolata in un groviglio inestricabile senza né capo né coda, destinato a generare un fatale corto circuito che manderà in tilt le menti, divenute incapaci di esercitare il pieno controllo sull’intelligenza.

In questo quadro apocalittico, che si addice più ad un film horror, che ad uno di fantascienza, penso a quel “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”, il tormentone del “pazzo profeta dell’etere” del film “Quinto potere”.

Lui pagherà con la vita la sua ribellione al cinismo immorale di una società che trasforma l’informazione esasperata in un Dio da idolatrare come il vitello d’oro.

Ma noi abbiamo un’alternativa alla sottomissione al sistema e agli indici di ascolto e di lettura che non sia quella di trasformarci in pazzoidi anarchici rivoluzionari destinati al suicidio?

Potremmo lasciarci contagiare da uno sbadiglio di noia che allontana dalla legittima voglia di conoscere, sostituendo un “perché?” con un “vaffa…” sibilato a denti stretti.

O forse potremmo individuare uno o più capri espiatori sperando nel perdono dei nostri peccati.

Ma la società non è una neuro stimolazione interattiva, che ci fa credere di vivere in un’arena in cui la folla osannante viene distratta dal combattimento fra gladiatori per far divertire un imperatore che ha il potere di mostrare il pollice verso per decidere la sorte dello sconfitto.

La trasparenza dell’informazione non può scendere a patti con gli indici di ascolto, né con improbabili equilibri tra alleanze e tradimenti, opportunismi e diplomazie, manipolazioni e distorsioni.

Esiste dunque una via d’uscita?

Penso di sì e la parola chiave è disconnessione.

Disconnettiamoci dalla simulazione onirica di una realtà disumana e recuperiamo lo spirito dell’agorà, la piazza principale nella polis dell’antica Grecia, fulcro delle relazioni interpersonali.

Qui, tutti i cittadini, uomini e donne e non solo i rappresentanti del potere, avrebbero il diritto di parola e la possibilità di ascoltare.

Qui, anche la Verità potrebbe ritrovare la sua voce cristallina e tornare ad essere percepita distintamente da ognuno.

Qui, le nostre intelligenze potrebbero ritrovare il piacere della dialettica, tornando a ragionare autonomamente e accettando anche ciò che non è in sintonia con le nostre aspettative.

Qui, ciò che la gente sa, sarebbe il frutto di una conquista personale, magari compiuta faticosamente, ma sicuramente in totale libertà di pensiero.

Informazioni su Marina Perozzi

Nata a Milano nel 1955, sono ex insegnante di scuola primaria, ormai in pensione. Innamorata del lago fin dall'infanzia, vivo a Maccagno con Pino e Veddasca, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dal 1979. Appassionata di fotografia, musica e tecnologia, occasionalmente scrivo sulla stampa locale articoli sugli eventi sulturali del territorio.
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