Perché no? Quando ci si confronta con le generazioni più giovani, anche se si tratta comunque di uomini e donne adulti, si dovrebbe sempre prevedere una sosta, per riflettere seriamente su come cambia, tra noi e loro, la visione del mondo, dei suoi problemi e soprattutto della politica, in senso lato.
La mia generazione, quella nata negli anni ’50, è portatrice sana di un peccato ideologico che consiste nel rimanere attaccati al passato: un cordone ombelicale che non vogliamo tagliare, ma che potrebbe diventare pericoloso, stringendosi attorno al nostro collo e rischiando di soffocarci.
Eh sì, questo passato riguarda gli anni della contestazione, delle barricate, degli ideali che guidavano le nostre giornate e le nostre scelte di vita, rendendoci intransigenti verso tutto e tutti, per inseguire il mito della rivoluzione sociale.
È così che il ‘68 e gli anni di piombo, soprattutto per chi è nato e cresciuto nella Milano di Piazza Fontana, hanno forgiato inesorabilmente le menti, impedendo, oggi, di lasciare alle spalle le incoerenze, i tradimenti, le manipolazioni della verità, le mistificazioni.
È vero: la mia generazione è rimasta ancorata a quel passato e non riesce a perdonare i cambi di rotta, il progressivo appiattimento dei comportamenti, gli adeguamenti al quieto vivere, al compromesso, l’assuefazione ad un’esistenza pervasa di perbenismo e buone maniere.
Difficile, per noi, convivere con il presente senza voltarsi continuamente verso il passato.
Impossibile trovare il giusto slancio verso un futuro senza recriminazioni su ciò che è stato, o sulle persone che nel corso del tempo hanno cambiato atteggiamento, come è giusto che sia, del resto, visto che si sta parlando di esseri umani in continua evoluzione.
Ammiro e invidio anche un po’ i quarantenni di oggi, sicuramente più pragmatici e razionali di noi, che guardano al domani con la preoccupazione di garantire ai propri figli, ma anche ai propri vecchi, un mondo più vivibile, sia in termini ambientali che sociali.
Allora, in questo senso gli irresponsabili siamo proprio noi, che continuiamo ad irrigidirci sui contrasti ideologici: o tutto bianco o tutto nero, o tutta luce o tutto buio, o tutti vergini o tutti peccatori.
In realtà è vero, nessuno di noi è rimasto vergine, perché le contraddizioni della vita hanno contagiato tutti, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo e qualcuno è diventato progressivamente incompatibile con un mondo che non è più quello di prima.
Noi sempre più irrigiditi sulle nostre posizioni, permeati da quell’intransigenza che ci portiamo dietro da allora, ma della quale è impossibile spogliarci, perché non ci sentiremmo a nostro agio negli abiti di oggi.
Noi, che per anni abbiamo cercato di mimetizzarci, evitando gli estremismi, le prese di posizione, il manifestare apertamente e fermamente il nostro pensiero, anche e soprattutto se controcorrente, per il quieto vivere.
E loro, i giovani quarantenni, che hanno voglia di camminare da soli, per dimostrarci che il mondo nel frattempo si è modificato, che hanno il diritto di dirci che è lecito cambiare prospettiva, che vogliono incominciare a parlare di cosa realmente fare nel futuro, senza più recriminare su un passato che non è morto e sepolto: semplicemente non è mai esistito, perché non fa parte del loro vissuto.
Come li invidio! E come sono orgogliosa di tutti loro, della loro capacità dialettica di discutere dei massimi sistemi separando nettamente le emozioni dai percorsi della ragione.
Riescono a discutere di politica in una dimensione in cui lo spazio/tempo non esiste e quindi i loro ragionamenti sono puri, asettici, pervasi da una logica simile alla programmazione di un percorso robotico.
È quello che stiamo facendo anche nelle scuole: insegnare ai futuri uomini a sviluppare l’attitudine a risolvere problemi più o meno complessi programmando le azioni che servono per risolvere gli ostacoli che si frappongono fra l’obiettivo e la meta.
Ma noi sessantenni siamo ancora prigionieri dei sentimenti e delle emozioni: non possiamo tagliare quel cordone ombelicale, anche se rischiamo il soffocamento.
Il sangue ribolle ancora quando pensiamo alle ingiustizie di ieri, alle contese non risolte, a tutti quei bocconi amari ingoiati che non abbiamo ancora digerito, alle incoerenze e alle delusioni con le quali abbiamo inutilmente cercato di convivere.
Le nostre piccole storie, con i personalismi, con i rancori mai assopiti, con quelle rivendicazioni che, anziché affievolirsi, sono cresciute nella nostra mente come un tumore che a poco a poco si mangia tutte le difese immunitarie della nostra intelligenza, non possono essere cancellate, perché alla nostra età è impossibile eliminare con un colpo di spugna tutto ciò che è accaduto, anche in una piccola comunità di paese come quella in cui viviamo da tanto tempo.
Perfino della Resistenza qualcuno dice che se ne potrà parlare con oggettività solo quando non ci sarà più nessun testimone diretto di quel periodo, ma la Storia non si costruisce se non comprendendo il passato.
Forse, nello stesso modo, dovremmo lasciare da parte le vicende passate che hanno caratterizzato la vita politica nella nostra piccola comunità, altrimenti non sarà possibile progettare e pianificare un adeguato futuro per il territorio.
La memoria storica di noi vecchi, in questo senso può solo essere d’intralcio, se non dannosa, al processo di rimozione del passato per la costruzione di una nuova e solida casa comune.
Che fare, allora? Due sono le possibilità:
– tornare generosamente al silenzio e rientrare nell’ipocrisia del tran tran quotidiano
– continuare a tessere egoisticamente il filo della memoria rischiando di provocare qualche dissesto ideologico
Per quanto mi riguarda, credo di aver ormai superato il punto di non ritorno, perciò vi chiedo scusa, ragazzi, continuerò ad invidiarvi e ad ascoltarvi, ma non taglierò alcun cordone ombelicale e insisterò a raccontare il passato delle vicende di questi luoghi, a modo mio naturalmente, perché sono portavoce solo di me stessa, affinché non si commettano gli stessi errori di ieri e non si viva più nella paura di piccole vendette, ritorsioni e ricatti del potere.
Perché possa nascere una classe politica nuova, pulita, libera dai condizionamenti, capace di ragionare con la propria testa, in grado di guidare il territorio verso un futuro di trasparenza, coerenza e onestà ideologica.