“Quand’ero bambino mi piaceva guardare le nuvole”

Lo scorso 25 marzo, La confraternita del Chianti e l’Associazione Interdisciplinare delle Arti hanno portato all’ex Colonia Elioterapica di Germignaga “Il paese delle facce gonfie”, nell’ambito della stagione teatrale 2022/2023 del Teatro Periferico di Cassano Valcuvia.

Uno straordinario Stefano Panzeri, con un tono leggero come piuma al vento, guardando in faccia uno per uno gli spettatori, ha sferrato loro un pugno nello stomaco ad ogni parola, pronunciata come per caso, risvegliando i ricordi e accompagnando il tumulto delle emozioni nel salto temporale compiuto da chi visse quegli avvenimenti così lontani, ma indelebili nella mente e nel cuore.

E il racconto, un po’ sgrammaticato, non sempre in successione temporale dell’ingenuo “solito Poldo”, come lo apostrofava sempre la mamma per non dire “il solito cretino”, è la testimonianza degli avvenimenti che precedettero la tragedia ambientale che avrebbe dato origine, il 10 luglio 1976, al “disastro di Seveso”, classificato nel 2010 dal Time all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della Storia.

Poco più di un sussurro, quello di Poldo, come se parlasse alla sua stessa coscienza, alternato a richiami perentori, con lo sguardo rivolto a quella finestra dietro alla quale c’è l’amico “Zorro”, che viene invocato con disperazione, nella speranza di sentirsi dire che non è niente, che è tutto a posto: metafora di una preghiera rivolta ad un Dio che non c’è, che non si avvicina nemmeno a quelle persiane chiuse, forse per non dover dare delle risposte.

Il monologo di Paolo Bignami “Il paese delle facce gonfie”, vincitore del Mario Fratti Award 2017 (New York) che celebra il teatro italiano negli USA, appartiene a pieno diritto alla migliore tradizione di teatro civile. Tra le motivazioni della giuria: “Colpisce, nel dramma, la lievità del tono poetico che pervade l’opera”. Ma tra le righe si legge anche tanta amarezza e delusione verso quella fabbrica accogliente come una mamma premurosa e protettiva, inclusiva anche con coloro che vengono da lontano o con chi deve riscattarsi da un torbido passato, ma che si rivela matrigna e vendicativa, lasciando “salire in cielo” proprio coloro che aveva salvato da un misero destino di sottoproletariato, promossi dal rango di contadini a quello di operai, illudendo uomini e donne di poter avanzare di un gradino nella scala sociale di quel territorio orgogliosamente collocato nel “triangolo industriale” del Nord.

Ed è Poldo, un uomo bambino, un uomo semplice, dai sentimenti cristallini, che si fa portavoce dell’incredulità, della paura, della rassegnazione nei confronti dei “capi”, che non ascoltarono chi aveva già segnalato strane anomalie; amplificatore di una ribellione al silenzio dei mezzi d’informazione, che avrebbero dovuto immediatamente divulgare la tragedia e invece tacquero.“Quand’ero bambino mi piaceva guardare le nuvole. Mi sdraiavo sul prato fuori di casa e aspettavo. C’erano dei giorni di sereno che aspettavo delle ore e non succedeva niente… …La mia nuvola preferita era una nuvola che sembrava una bella donna con le tette grosse. Arrivava sempre verso le quattro, quattro e mezza, quattro e quarantacinque massimo… Poi c’era una nuvola che sembrava un uomo che suona la tromba. Di quelli che gli si gonfia la faccia. Non so se avete mai visto uno che gli si gonfia la faccia. Era una nuvola che arrivava verso le cinque, cinque e dieci. Cinque e quindici massimo…”

Lo stesso autore del testo, Paolo Bignami, così ricorda quel dramma: “Nel luglio di tanti anni fa io e altri bambini guardavano il cielo nel timore che la nube tossica partita da Seveso potesse passare di lì. Era il 1976 e i disastri ambientali che seguirono troppo spesso hanno ricordato quanto accaduto a Seveso”. E anche Poldo, sempre più incredulo, non sa spiegarsi il perché di quegli “effetti indesiderati”, come si legge sui bugiardini che accompagnano i medicinali. Dopo dieci, vent’anni dalla bonifica forse la faccia si potrebbe gonfiare ancora, perché “l’aria ricorda”… Ma anche la gente ricorda “… Che i mesi dopo la fabbrica si è rotta di nuovo, l’hanno riparata e sui giornali non hanno scritto niente, ma la puzza si sentiva lo stesso. Sui giornali scrivono solo quando c’è il guaio grosso e alla fabbrica il guaio grosso doveva ancora arrivare. Quando c’è il guaio grosso allora sì che i giornali scrivono e te lo dicono anche i telegiornali: bum!…”

Come trasformare commozione e indignazione in coscienza civile? Perché la denuncia di uno scandalo, di un danno ambientale, di un’ingiustizia sociale, non ha alcun valore se non ci si mette in cammino verso la costruzione di “buone pratiche” che tutti dovrebbero seguire, dai semplici cittadini alle istituzioni e ai politici.

Risale alla notte dei tempi, precisamente nel VI/V secolo a.C. ad Atene, sotto Pisistrato, l’origine del teatro civile. A recuperarne l’etichetta fu però Marco Paolini, negli anni Novanta del secolo scorso, con il suo “Racconto del Vajont”: “il teatro civile è anfibio, nasce e respira fuori dall’edificio teatrale”. Si tratta dunque di una sorta di work in progress alimentato dal confronto diretto con il pubblico. Non si vuole rappresentare alcuna ideologia politica, né essere veicolo di propaganda. È semplicemente un porsi allo stesso livello degli spettatori, alla ricerca della verità, senza la presunzione di essere degli esperti o degli specialisti. Nel teatro civile l’attore è un cittadino comune che vuole condividere con il pubblico ciò che conosce di un problema o di un episodio storico, trasformato in racconto-spettacolo. Dario Fo fu un maestro di teatro militante, soprattutto con Mistero Buffo, in cui il testo dello spettacolo arriva alla fine di un processo creativo già “rodato” dal confronto con il pubblico. La tecnica del monologo è sicuramente meno costosa e più versatile rispetto ad una messa in scena tradizionale: è facilmente replicabile ovunque, anche in luoghi poco spaziosi, eppure questi spettacoli essenziali, “poveri”, riscuotono molto interesse, perché rispondono al bisogno profondo di diffusione della narrazione, alla ricerca de verità e di identità.

Ma la funzione del teatro civile è anche quello di portare/riportare all’attenzione qualcosa che si è dimenticato, ripristinando una memoria collettiva che riporti in luce una verità distorta o occultata. Vicende che avrebbero dovuto trovare una collocazione nei libri di scuola, essere divulgate dai mass media e invece sono annegate tra gli “omissis” e l’etichetta di “mistero”: vicende della storia recente che hanno perso il diritto ad una ricostruzione oggettiva e razionale. È dunque il recupero di una “controstoria” che faticosamente si fa strada tra assordanti silenzi e depistaggi di carattere economico, politico, o complottistico, per non dire mafioso. E in questo senso anche le inchieste giornalistiche spesso sono state complici più del potere che della verità, anche perché non è compito loro, né dei tribunali, scrivere la Storia.

Ecco, il teatro civile ha almeno il pregio di rivivere un evento di fronte alla collettività, con la speranza di provocare almeno una riflessione. “Il rito laico della rappresentazione diventa un momento di ricostruzione dell’identità e dell’emozione collettiva e lo spazio teatrale si trasforma così in luogo della memoria”. (Oliviero Ponte Di Pino su “Arteatro”, webzine di cultura teatrale (27/02/2009). E la memoria di quella tragedia è custodita nel parco naturale “Bosco delle querce”, realizzato nel 1983 e aperto al pubblico nel 1996 nell’ex Zona A su un terreno proveniente da altre zone della Lombardia e che andò a sostituire quello inquinato dalla diossina: un “non luogo” che ricopre le vasche di contenimento impermeabilizzate che contengono gli oggetti personali degli abitanti, i resti degli edifici, di oltre 80 000 animali morti o soppressi e le attrezzature usate per la bonifica.

Informazioni su Marina Perozzi

Nata a Milano nel 1955, sono ex insegnante di scuola primaria, ormai in pensione. Innamorata del lago fin dall'infanzia, vivo a Maccagno con Pino e Veddasca, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dal 1979. Appassionata di fotografia, musica e tecnologia, occasionalmente scrivo sulla stampa locale articoli sugli eventi sulturali del territorio.
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