Dove va la Sanità in Lombardia?

Di questo si è parlato lo scorso 13 marzo al Punto d’Incontro di Maccagno con P.V. con i consiglieri regionali Samuele Astuti e Carlo Borghetti, rispettivamente Presidente Commissione Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro e Capogruppo PD in Commissione Sanità. La serata, organizzata dal Circolo di Maccagno con Pino e Veddasca del Partito Democratico, è stata moderata dall’ex sindaco e attuale consigliere provinciale Fabio Passera, il quale, nella sua breve introduzione, ha accennato ai molteplici argomenti “scottanti” di cui si potrebbe parlare, oltre che di Sanità, tra i quali i disagi che riguardano l’ALER (Aziende Lombarde Edilizia Popolare), i pendolari, o il dissesto idrogeologico (per esempio la possibile “bomba torrente Giona”), di competenza regionale. Si tratta di una Lombardia estremamente composita, che comprende anche “luoghi sperduti, in un territorio di 42 km quadrati”, esattamente come quello di Maccagno con P.V. Prima di dare la parola ai due relatori, Passera ha sottolineato l’impegno del PD nella formulazione di proposte rispetto alla segnalazione di situazioni critiche che possano trovare una soluzione accettabile e condivisa.

Che cosa si fa là al “Pirellone”? Carlo Borghetti crede nel rapporto “vis a vis”, poiché «Stiamo vivendo un momento in cui il servizio sanitario regionale e nazionale sta perdendo i pezzi. Ecco perché raccolgo volentieri la volontà di essere tra coloro che propongono qualcosa di diverso». Nel suo dettagliato excursus storico della situazione sanitaria lombarda, Borghetti ha confermato che «ci sono situazioni che da tanto tempo stiamo soffrendo» a partire dalla nascita del Sistema Sanitario Nazionale, il 23 dicembre 1978 con la legge n.833 con Tina Anselmi  ministro del governo Andreotti IV; la soppressione del sistema mutualistico determinò l’istituzione del SSN (Sistema Sanitario Nazionale), con la scelta di un servizio pubblico come diritto fondamentale della persona, pensando alla Sanità come interesse collettivo.

Fu poi la volta della riforma sanitaria di Formigoni, che, con la Legge 31/97 sancì l’aziendalizzazione della Sanità e la divisione delle funzioni tra ASL (Azienda Sanitaria Locale) e Azienda ospedaliera, aprendo una strada verso la Sanità privata, grazie all’introduzione della libertà di scelta tra ospedale pubblico e privato accreditato.

Con la riforma Maroni del 2015 nascono le ASST (Agenzie Socio-Sanitarie Territoriali), con lo scopo di far dialogare gli ospedali con gli ambulatori territoriali: d’ora in avanti gli ospedali si dovranno preoccupare anche di seguire il paziente nelle cure sotto casa.

Nel 2021, dopo l’incubo Covid, Letizia Moratti prende il posto di Gallera nel ruolo di Assessore al Welfare di Regione Lombardia e firma la sua riforma: una legge di respiro nazionale e internazionale, sostiene Moratti, che rispetta i principi ispiratori del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e la Lombardia è la prima Regione italiana a farlo.

Con il PNRR è previsto l’arrivo di fondi per creare 203 Case della Comunità (circa 300 milioni di euro); 60 Ospedali di Comunità (oltre 150 milioni) e 101 Centrali Operative Territoriali (17,8 milioni di euro). A questi si aggiungeranno altri 85 milioni di fondi regionali che saranno destinati al Centro per la prevenzione delle malattie infettive, per un investimento complessivo pari a circa 1,350 miliardi di euro.

«Peccato che, con il Covid, abbiamo pagato tutti, – sostiene Borghetti – perché avendo smantellato i vecchi dipartimenti, la riforma non ha sortito niente. Il distretto sanitario diventa il luogo in cui si portano i bambini per le vaccinazioni».

Con il principio di equivalenza peggiora la situazione del rapporto tra pubblico e privato, perché la sanità privata convenzionata lavora con soldi pubblici. In mancanza di regole precise si stabiliscono un 10% di prestazioni concordate rimborsate dalla Regione tramite DRG (Diagnosis-related group), un sistema per la classificazione dei pazienti dimessi dagli ospedali per acuti: le malattie vengono associate ad un numero progressivo da 0 a 505 e sono successivamente raggruppate in macrocategorie omogenee di diagnosi.

Un esempio emblematico di pessima gestione sanitaria: gli interventi su donne con tumore bilaterale al seno. Le linee guida stabiliscono che le donne con questa patologia debbano andare in sala operatoria una sola volta con un solo ciclo di chemio, ma in questo modo il rimborso dell’ospedale sarebbe inferiore rispetto ad un doppio ricovero in tempi successivi.

Ecco allora le proposte del PD: rivedere il rapporto con il privato concordando un controllo sul DRG, ma al momento sembra che in Lombardia non ci sia una sufficiente volontà politica; la statistica afferma che almeno una persona su tre presenta una cronicità che necessita di regolari visite di controllo, ma le liste d’attesa non consentono di rispettare questa sistematicità.

Nel 2018 oltre tre milioni di pazienti cronici (il 30% della popolazione lombarda) avevano ricevuto a casa una lettera dell’assessore al Welfare Giulio Gallera con la proposta di un nuovo modello di cura attivato grazie ad un “ente gestore” che li avrebbe accompagnati lungo tutto il loro percorso, sollevandoli da ogni stress e alleggerendo così le liste d’attesa. Ebbene: nell’88% dei casi si tratta di ospedali.

Come trovare il modo di avvicinare la presa in carico del paziente cronico sul territorio?

Il Decreto-legge Balduzzi (ministro della Sanità del Governo Monti) del 2012 stabiliva, tra le molte cose, che ci fosse un coordinamento tra medici di Medicina Generale, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali, per decongestionare gli ospedali e potenziare l’assistenza ambulatoriale. Purtroppo, questo Decreto-legge non è mai stato applicato da Regione Lombardia, che è scesa al 7° posto nei livelli essenziali di assistenza, nonostante Bertolasi e Fontana, abbiamo continuato a sostenere che i migliori ospedali si trovano qui.

Che cosa propone il PD? Un diverso rapporto tra pubblico e privato.

Per questo motivo lo scorso anno è stata avviata una raccolta firme per una legge regionale di iniziativa popolare battezzata “operazione Tina Anselmi” con lo scopo di contrastare il ricatto delle liste d’attesa, rifiutare l’equivalenza pubblico/privato, promuovere l’integrazione puntando sulla valorizzazione delle professioni e sul rilancio della prevenzione, nonché della medicina territoriale.

Ma non solo: si dovrebbe parlare anche di stili di vita e di educazione alimentare, alla luce delle nuove fragilità come anoressia e bulimia, che ultimamente denunciano un considerevole abbassamento dell’età di esordio. Assolutamente necessario anche il cambiamento di direzione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che ha subito un devastante taglio di risorse: non si tratta di stanziare semplicemente più soldi, ma di un cambio del modello organizzativo.

Il Fondo Sanitario Nazionale 2024 ha già destinato oltre 22 miliardi di euro proprio alla sanità lombarda, con un incremento di 1,1 miliardi rispetto al 2023, ma secondo il PD lo Stato dovrebbe essere obbligato a spendere ogni anno almeno il 7,5% del PIL (Prodotto Interno Lordo) in Sanità, per adeguarci alla media europea. L’80% delle risorse messe in campo dal governo Meloni serve al rinnovo del contratto di lavoro degli operatori, ma al netto la nostra sanità lombarda ha meno soldi dello scorso anno per funzionare. «Non c’è abbastanza consapevolezza di cosa stiamo perdendo, perciò ricordiamoci che senza sanità e scuola pubblica non ci sarà futuro». Ha concluso Borghetti.
«24 miliardi nel bilancio regionale rappresentano una cifra significativa – Ha incalzato Samuele AstutiSi tratta di cifre significative, compresa la presa in carico di persone con disabilità, ma il re/regina dei problemi resta la programmazione e la Lombardia fa più fatica perché l’intuizione sbagliata di Formigoni era pensare che la competizione tra pubblico e privato facesse abbassare i costi. Noi miriamo a fare in modo che la nostra regione torni ad essere titolare anche di ciò che ha comprato dalla sanità privatamente; deve tornare ad essere un ente vero erogando servizi, con competitività di stipendi, soprattutto in zone di confine come questa. Attualmente mancano circa 3500 medici e 9500 infermieri, anche se la curva dei medici sta leggermente migliorando: questo è infatti il primo anno accademico in cui nessun ragazzo è rimasto escluso all’Università».

L’Italia è il paese con il maggior numero di medici per abitante, anche se abbiamo caricato il medico di medicina generale di attività amministrative che non gli competono e a Maccagno con P.V. in particolare si sta vivendo una situazione molto precaria. Le case/ospedali di comunità saranno in grado di attenuare questa criticità?

Secondo Astuti il nostro territorio sembrerebbe fortunato, grazie alla presenza del Bassani Menotti di Laveno e del 5° piano dell’ospedale Luini Confalonieri convertiti a Ospedale di Comunità, con una conduzione infermieristica a bassa intensità.

Le case di comunità sapranno essere luoghi veri dove trovare risposte sanitarie, analizzando i dati provenienti da Varese, dove si è partiti con sportelli ai quali prendere appuntamento per visite ambulatoriali ed esami nel rispetto dei tempi indicati dal medico di medicina generale. Un mese e mezzo fa è stato aperto uno sportello anche a Malnate. Quanto alla possibile riapertura dell’ospedale di Cuasso, Astuti si è espresso in modo assolutamente negativo, ma senza spiegarne a fondo le ragioni.

Certamente «20 anni fa Lombardia si è lavata le mani mettendo in capo al privato una serie di responsabilità, con la presenza di un terzo settore dinamico ma in sofferenza, scaricando sul paziente e la famiglia una serie di costi, perché non è stato riconosciuto un aiuto economico aggiuntivo sull’assistenza agli anziani: chi non ha fondi su cui appoggiarsi sta già scaricando sulle famiglie i costi, mentre chi ha le spalle più larghe si sta facendo carico degli extra costi; si tratta di un sistema delicato e fragile, che rischia di rompersi».

Si è percepito lo stesso clima di incertezza durante il dibattito. In tutti gli interventi la domanda più o meno sottintesa è stata: questa situazione drammatica impatta sui singoli e sulla vita di tutti i giorni. Il legislatore lombardo non se ne accorge? La Regione sta rinunciando al ruolo di governo della sanità? anche S. Raffaele, Humanitas, gruppo San Donato stanno perdendo credibilità e molti scappano anche dal privato. Potrebbe essere compito di un partito politico guidare i processi e i comportamenti? I relatori non hanno potuto far altro che confermare il declino della sanità pubblica, confermando che addirittura ci sono settori nei quali ormai esiste soltanto il privato, per esempio in quello odontoiatrico.

Anche il Servizio Informativo Socio-Sanitario (SISS), nato come strumento abilitante allo scambio informativo fra i clinici rendendo possibile un’azione di continuità assistenziale sui cittadini è in affanno, a causa di ritardi dovuti al sistema di società partecipate. Le case di Comunità attivate sono meno della metà e sono vuote, con la deriva di una Sanità che, scivolando sempre di più nel privato, peggiorerà la situazione, soprattutto per quanto riguarda le disabilità intellettive e la “sopravvivenza dei servizi”, con una logica dei voucher di segno negativo, perché gli assegni erogati non sono sufficienti.

Sarebbe necessario costruire una rete di servizi, ma necessitano le risorse; contemporaneamente, là dove è subentrato il privato sono stati tagliati i servizi pubblici. Lo confermano i dati: dei 18 miliardi che regione Lombardia spende annualmente, solo il 10% va ai servizi sociosanitari e questa percentuale non è mai cambiata dagli anni ’80.

Dovendo fare un bilancio della serata, sembra proprio che l’opinione generale ritenga che Regione Lombardia sia affetta da miopia totale sulle politiche di bilancio, dimenticando che anche investire nel sociale e nel sociosanitario equivale a fare prevenzione.

Informazioni su Marina Perozzi

Nata a Milano nel 1955, sono ex insegnante di scuola primaria, ormai in pensione. Innamorata del lago fin dall'infanzia, vivo a Maccagno con Pino e Veddasca, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dal 1979. Appassionata di fotografia, musica e tecnologia, occasionalmente scrivo sulla stampa locale articoli sugli eventi sulturali del territorio.
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