L’11 aprile mio papa compirebbe 100 anni e ogni anno in questo periodo ripropongo la sua immagine di giovane partigiano della Brigata Matteotti. Ognuno di noi è frutto dell’imprinting irreversibile che caratterizza non solo alcune specie animali, ma anche l’essere umano e anch’io sono il prodotto della cultura trasmessa dai miei genitori, dai nonni, dall’intera famiglia materna e paterna. Ognuno di noi è l’espressione del territorio in cui è nato e cresciuto, di una Storia narrata in modo del tutto soggettivo, con emozioni, sentimenti anche contrastanti e punti di vista che a volte non coincidono con quelli dei libri di testo.
A scuola l’apprendimento parte dal Big Bang e, in modo rigorosamente cronologico, si arriva quasi ai giorni nostri, con quel ‘900 che viene trattato in modo frettoloso nelle ultime settimane dell’anno scolastico, perché non c’è più tempo per approfondire e gli avvenimenti di cui si parla sono ancora troppo dolorosi per poter essere spiegati con il dovuto distacco, in modo asettico e imparziale, soprattutto quelli degli “anni di piombo”. Me ne rendo conto ora più che mai a 70 anni suonati, dopo aver finalmente capito perché la mia famiglia non ha mai voluto approfondire con me il “ventennio” fascista, la II Guerra Mondiale vissuta da sfollati, l’immagine di Mussolini impiccato a testa in giù in piazzale Loreto e la Resistenza.
Solo frammenti, tessere di un mosaico complesso costellato di flash sul nonno Giuseppe, socialista perseguitato dal regime, con il carcere preventivo ogniqualvolta il Duce veniva in visita a Milano; mamma e papà poco più che adolescenti perquisiti per strada dai repubblichini, con il rischio di far scoprire la tessera di partigiano in tasca; i saggi ginnici della Gioventù Italiana del Littorio all’arena con mamma capo-manipolo; i bombardamenti su Milano e la strage degli scolari di Gorla, ad opera di un bombardamento alleato…
Io stessa faccio fatica a raccontare gli anni di piombo, che ho vissuto in prima persona nella mia città così dolorosamente colpita, a partire dalla strage di Piazza Fontana (quel 12 dicembre 1969 avevo compiuto da un mese 14 anni e frequentavo la prima Magistrale). Abitavo non lontano dall’ITIS Molinari, frequentato dal giovane Sergio Ramelli, che sarà ucciso nel 1975, emblema del clima di odio e di contrapposizione ideologico/politica di quegli anni.
Io stessa scappavo letteralmente da casa per partecipare alle manifestazioni studentesche promosse da Avanguardia Operaia, trovandomi più di una volta in pericolo e “spintonata”, per protezione, all’interno dei portoni dal “Settimo Katanga”, il servizio d’ordine dell’Università Statale incaricato di fare da cuscinetto tra le forze di polizia e i partecipanti al corteo.
Ecco, io ho respirato quell’aria lì, nutrita di quei ricordi, che fanno parte del mio DNA e che avrei a mia volta trasmesso ai miei figli, se ne avessi avuti. Ho insegnato 41 anni, 6 mesi e 10 giorni nella scuola “elementare”, dove gli scolari sono stoppo piccoli per parlare di queste cose, anche per paura di un indottrinamento precoce, accompagnandoli alle commemorazioni del 25 aprile consapevole di una preparazione a volte intrisa di retorica. Anni fa, durante un corso di aggiornamento, la relatrice lanciò una provocazione che avrebbe potuto evitare questa “ignoranza” della Storia recente del nostro Paese: iniziare partendo dai giorni nostri e procedere a ritroso, terminando con il Big Bang. Forse si eviterebbe questo “scollamento” che impedisce un reale dialogo intergenerazionale, promuovendo invece una competenza nella conoscenza degli avvenimenti che in qualche modo hanno coinvolto persone ancora vive e vegete, che le possono raccontare in prima persona.
L’unica ancora di salvezza potrebbe essere quella di ridurre le lezioni frontali a favore di un ascolto reciproco, magari anche a ruota libera, per cercare di dare delle risposte, o almeno tentare di interpretare le emozioni e i sentimenti del giorno d’oggi, dando voce a ciò che ancora brucia dolorosamente nel cuore di noi “vecchi” e ancora non arde in quello dei nostri ragazzi.