“NON SEI PIÙ MIƏ AMICƏ!”

Questa è la frase che più frequentemente ho sentito pronunciare dagli scolari nei miei quasi 42 anni di servizio, con la medesima formula e lo stesso tono di voce (me lo sento ancora nelle orecchie) con cui io stessa me la sono sentita rivolgere, a volte, nel corso della mia ormai lunga vita, ostinandomi, comunque, a coltivare vecchie e nuove amicizie cercando di ascoltare, capire, mettermi nei panni di coloro con i quali mi andavo di volta in volta a confrontare; a volte ottenendo buoni risultati, altre volte, purtroppo, dovendo necessariamente sciogliere quel rapporto, senza mai cambiare la mia fede nell’esistenza di questo complicato, delicato e a volte contradditorio sentimento.

Pochi giorni fa, però, è stato mandato in frantumi tutto l’universo filosofico/pedagogico/umano/sociale della mia vita, con un’affermazione che è rimbalzata come una pallina impazzita in una stanza troppo piccola e sovraffollata, circoscrivendo senza scampo il raggio d’azione della parola AMICIZIA: NO, i volontari di un’associazione NON possono proprio definirsi, tra loro, amici.

Allora ho sbagliato tutto! Che cosa ho fatto fino ad ora? Con chi mi sono rapportata nelle varie associazioni nelle quali opero da anni in vari contesti? Che ruolo ricopro all’interno di esse? Non posso definirmi una “dipendente” perché non percepisco alcun compenso. Non ho altri interessi all’infuori della condivisione degli scopi che si perseguono sul territorio (dall’aiuto nelle situazioni di fragilità all’inclusione degli stranieri; dalla salvaguardia dell’ambiente all’emergenza climatica e all’energia sostenibile…).

Eppure, ho sempre pensato che ci sia una ragione ben più profonda in grado di trasformare ognuno di noi in “gruppo”: l’empatia. È lei che ci permette di lavorare insieme. Certamente con alcuni è più facile, perché già ci si conosceva; altri invece impariamo a conoscerli col tempo, nel corso di turni condivisi, riunioni o eventi pubblici organizzati insieme, momenti in cui ci si apre raccontando della propria vita e dei propri problemi.

Così ho sempre pensato. Invece no! Pochi giorni ho assistito ad un ribaltamento epocale, con parole come pugnali lanciati con rabbia: “Non stiamo parlando di un gruppo di amici!” Un pugno nello stomaco che mi ha fatto mancare il respiro, impedendomi ogni reazione immediata. Per fortuna, penso ora, con il senno di poi, perché avrei senza dubbio dato una risposta impulsiva, poco razionale e sicuramente poco educata.

In questi giorni mi è tornata alla mente la mia antica insegnante di Filosofia, tanto severa quanto appassionata nel trasmettere il suo sapere a noi svampitelle alunne delle Magistrali. La parola chiave a cui ho pensato è “Epoché”, ovvero “sospensione del giudizio”. E così ho fatto, mettendo in “standby” il mio pensiero per dedicarmi con precisione chirurgica alla ricerca del termine AMICIZIA, che ora proverò a sintetizzare:

Nel mondo occidentale il termine indica una relazione sociale i cui soggetti

  • avvertono una personale predisposizione l’uno verso l’altro
  • si scambiano affetto
  • stabiliscono tacitamente e autonomamente i valori, le norme e le linee di condotta del loro rapporto

Dunque, sembrerebbe che l’amicizia sia un legame fondamentale basato sul rispetto, sulla fiducia, sulla lealtà, la stima e la disponibilità reciproca. È un sentimento, un aspetto della vita interiore che rientra nella sfera degli affetti e delle emozioni, non è razionale e non è controllabile, ma è spontaneo e sfugge la ragione. Gli amici si scelgono ogni giorno reciprocamente, senza imposizioni, per mera volontà. Esiste l’amicizia basata sul piacere, quella basata sull’interesse e quella basata sulla bontà.

Ma torniamo “a bomba”: il volontariato può veicolare le amicizie? L’impegno in attività di volontariato permette l‘incontro tra persone con interessi simili che condividono obiettivi comuni, creando legami solidi e duraturi offrendo un’ottima opportunità per fare nuove amicizie e rafforzare quelle esistenti, grazie a relazioni basate sulla solidarietà, lavori di squadra e obiettivi condivisi, opportunità di trascorrere tempo insieme con aumento della fiducia in se stessi e negli altri.

Credo che la sua più semplice, immediata e facilmente condivisibile definizione di AMICIZIA sia Philia (φιλία)”, il vocabolo che il greco antico utilizzava per riferirsi a un rapporto disinteressato di estrema complicità, di affiatamento e di comuni intenti.

Accudire, per esempio, gli animali presso uno spazio stalli può avere a che fare con l’AMICIZIA? Credo di sì, perché si uniscono il piacere di prendersi cura di loro insieme a vecchie conoscenze e persone nuove; l’interesse affinché questa attività sia il fiore all’occhiello del luogo in cui si abita; la convinzione di compiere un’opera buona a favore della comunità, contribuendo anche a contenere il fenomeno del randagismo.

La Philia è dunque basata sul bene reciproco, in cui si apprezza l’altro per le sue doti effettive: il fare del bene senza alcun vantaggio. Più semplicemente: la più alta forma di amore.

Amicizia sinonimo di amore? Beh, non esageriamo… però mi rifiuto categoricamente di pensare che chi svolge un’attività a favore di qualunque causa, non sia naturalmente predisposto all’amicizia. In ogni gruppo è possibile che possa nascere qualche incomprensione, che però si può superare parlando a tu per tu, senza coinvolgere tutti in una coralità non necessaria, che inevitabilmente spaventa alcuni, demoralizza e demotiva altri, costretti, loro malgrado, ad assistere ad una messa alla “gogna” con pubblica umiliazione dei presunti colpevoli, di cui si poteva fare volentieri a meno. Senza contare l’implicita minaccia che serpeggia nell’aria: “Attenti, perché i prossimi potreste essere voi!”

Perché continuare a riconoscersi in un gruppo i cui dirigenti si comportano in questo modo?

Personalmente non sono né spaventata, né demoralizzata, né demotivata rispetto al mio impegno nel volontariato, ma solo delusa. Allora è giunto il momento (a 70 anni lo devo a me stessa, perché non ho più molto tempo da “perdere”) di fare delle scelte, ridimensionando la mia disponibilità a frequentare ambienti divenuti “tossici”, prediligendo invece le persone che mi fanno stare bene, con le quali posso sorridere, avere scambi di opinione sereni e costruttivi, con dirigenti che stimo e rispetto per la loro autorevolezza, che non bacchettano pubblicamente quando si commettono errori; un gruppo dotato di una sufficiente dose di senso dell’ironia, la dote che aiuta a sdrammatizzare qualsiasi situazione con un sorriso.

Questa brutta esperienza mi è servita per capire che forse è vero: l’Amicizia non esiste, ma è solo un nome comune di cosa femminile, astratto, derivato e nulla più. Ecco perché in certe associazioni di volontariato le persone vengono considerate solo entità singole, “dipendenti a costo zero” che si alternano in uno spazio comune. Però, che tristezza… e che cattivo esempio per i giovani…

Informazioni su Marina Perozzi

Nata a Milano nel 1955, sono ex insegnante di scuola primaria, ormai in pensione. Innamorata del lago fin dall'infanzia, vivo a Maccagno con Pino e Veddasca, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dal 1979. Appassionata di fotografia, musica e tecnologia, occasionalmente scrivo sulla stampa locale articoli sugli eventi sulturali del territorio.
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