Ovvio!

Chiedo scusa ad una cara amica, che spero mi perdonerà se le ho copiato quell’espressione che usava tempo fa per le sue sagge riflessioni sulle piccole cose della vita quotidiana.

“È ovvio!”

Due parole molto semplici, di immediata comprensione, che da qualche giorno mi pizzicano la punta della lingua, mentre leggo sui social le prime battute della campagna elettorale per la futura gestione amministrativa di Maccagno con Pino e Veddasca.

Esiste una sostanziale differenza tra chi governa e chi invece aspira a farlo: chi è al potere può dimostrare facilmente ciò che ha compiuto durante il suo mandato, mentre gli altri, coloro che non hanno mai provato a sedersi nella plancia di comando, possono solo illustrare progetti di fattibilità che riguardano qualcosa che per il momento è solo teorico.

Progetto teorico, però, non significa “campato in aria”, ma semplicemente rappresenta uno studio di fattibilità supportato da esempi, documenti, studi del caso, ipotesi di collaborazioni, possibilità di risorse economiche a cui attingere ecc.

Perché un progetto diventi una realtà da annoverare in una lista di “fatti compiuti”, è necessario poi che si concretizzi.

Ovvio! Direte voi.

Ma esiste già una lunghissima lista di investimenti realizzati nell’ambito delle opere pubbliche, del sociale, della cultura e in qualsiasi altro settore in cui si è operato in questi anni.

Ma quale amministratore, se le finanze del suo Comune lo permettono, si rifiuterebbe di agire per il bene dei propri concittadini, pur assegnando una scaletta di priorità ai suoi interventi?

Molti di quelli realizzati in questi cinque anni fanno parte, però, di una normale gestione della cosa pubblica che ha semplicemente messo in atto delle norme di legge alle quali i pubblici amministratori non si possono sottrarre, o colto delle opportunità che chiunque non si sarebbe lasciato sfuggire o alle quali nessuno avrebbe posto il veto.

Ovvio, vero?

Certo, ma allora, perché ostinarsi ad etichettare coloro i quali non hanno ancora avuto la possibilità di dimostrare concretamente che cosa sarebbero in grado di fare, come una sorta di fanfaroni che sanno fare solo promesse e niente più?

Non potrei mai chiedere ad un bambino di dimostrare ciò che sa fare senza dargli la possibilità di mostrarmelo.

Non potrei mai pensare che un bambino non sia in grado di compiere qualcosa semplicemente perché non gliel’ho mai visto concretamente realizzare.

Così come non potrei mai prendere il quaderno di un ciclo scolastico passato e riproporre lo stesso programma semplicemente perché per cinque anni quel sistema ha funzionato.

E quale insegnante potrebbe mai arrivare a pensare di essere il miglior educatore del pianeta, anzi, l’unico, solo perché per un certo tempo è stato premiato come maestro dell’anno?

Ovvio, vero?

Perché insinuare che tutto ciò che proviene dai “diversi” (in questo caso le opposizioni) sia frutto di slogan, ricette mirabolanti, effetti speciali?

Forse si pensa che altri non abbiano tempo o voglia di impegnarsi quotidianamente per rispondere ai bisogni della gente, magari perché distratti dalle rispettive occupazioni o dalla famiglia?

Sarebbe lo stesso atteggiamento di chi, nei colloqui di assunzione, quando si presenta una donna, le chiede se ha intenzione di sposarsi e di avere figli.

Allora dovremmo chiedere ai candidati sindaci di tutta Italia: hai un altro lavoro? Se sì, hai intenzione di lasciarlo per dedicarti unicamente alla tua funzione di pubblico amministratore? Sei sposato/a? Hai bambini o altri motivi di distrazione dalla tua missione?

Un bravo sindaco non deve essere necessariamente un missionario.

Perché quest’ansia di verifica dell’impegno profuso in cinque di amministrazione, con liste interminabili di buone azioni, tra le quali alcune che francamente fanno quantomeno sorridere, come il “complemese” attuato alla mensa scolastica?

Perché invece non parlare di verifica delle capacità di applicazione delle proprie conoscenze?

In questo modo si metterebbero tutti i candidati sullo stesso piano, anche coloro che non hanno ancora avuto la possibilità di operare concretamente.

Avere un progetto in testa non è sinonimo di “ricetta mirabolante”, né tanto meno l’enunciazione di una serie di “slogan facilmente smascherabili”.

Un progetto è un’idea in divenire, che si può trasformare, adattare, ampliare, ridurre, a seconda del manifestarsi di imprevisti o di nuove condizioni nella sua attuazione.

Ecco perché per arrivare a concretizzare un progetto è necessario avere le idee chiare, ovvio, ma anche la dovuta flessibilità che permetterà a quella teoria di diventare realtà.

Invece, avere una visione monolitica di se stessi, nonostante l’uso di un plurale maiestatis che non viene più usato nemmeno dal Santo Padre, mortifica il gruppo che si propone come squadra di governo del territorio ed è in contrasto con l’esercizio di un’autentica leadership.

Perché insinuare che i non allineati parlino di “cose che magari nemmeno conoscono?”

Siamo forse di fronte ad una granitica capacità di giudizio, in grado di promuovere o bocciare senza appello argomentazioni non allineate con il proprio pensiero?

Che destino avranno, allora, i membri della squadra che oseranno manifestare opinioni o pensieri non perfettamente sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda di chi “dirige il gioco”?

Ahimè, temo che saranno… defenestrati!

Ovvio!

Informazioni su Marina Perozzi

Nata a Milano nel 1955, sono ex insegnante di scuola primaria, ormai in pensione. Innamorata del lago fin dall'infanzia, vivo a Maccagno con Pino e Veddasca, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dal 1979. Appassionata di fotografia, musica e tecnologia, occasionalmente scrivo sulla stampa locale articoli sugli eventi sulturali del territorio.
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