Jurassiche nostalgie

E torniamo a parlare dei giovani, di quei giovani sui quali molti di noi ripongono la speranza che possano realizzare ciò che avremmo voluto e non abbiamo potuto ottenere.

Nel campo del sapere, in campo sociale, politico… già, anche in campo politico, perché no?

Recentemente il solito provocatore della domenica, uno dei tanti che si divertono a punzecchiare, come una noiosa zanzara, solo per il gusto di rovinare un tranquillo pomeriggio di riposo, esprimeva un giudizio poco lusinghiero verso i ragazzi inesperti e sprovveduti catapultati nel mondo della politica senza aver compiuto una sacrosanta gavetta.

“Noi jurassici” eravamo abituati diversamente: anni di apprendistato, di severa e rigorosa “scuola” per imparare l’arte del buon governo, con una graduale salita verso il potere, riservato naturalmente solo ai più meritevoli, fino alla promozione fra le alte sfere, dove “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”.

Quali doti può avere, oggi, un ragazzotto sprovveduto, che, nonostante i pessimi insegnanti, ha avuto la singolare e straordinaria opportunità di trovarsi improvvisamente in vetta senza aver percorso tutte le tappe della tanto rimpianta e osannata gavetta?

Sì, è opportuno riflettere seriamente, ma non sugli insegnamenti dei cattivi maestri, perché di quelli è sempre stato pieno il mondo, anche quello giurassico, ma sul cambiamento dei tempi, che fanno rimpiangere a qualcuno quel passato remoto al quale appartiene la mia generazione.

E stiamo parlando comunque di uomini di 30 anni, ex bambini timidi e introversi, forse, nati e cresciuti in provincia, anzi, addirittura ai confini del mondo, e non solo perché geograficamente a pochi km dal confine di Stato. Stiamo parlando di ragazzini che le maestre definivano “dove li metti stanno”, per descrivere la loro personalità tranquilla e non particolarmente appariscente…

Beh, crescendo, questi ragazzini hanno invece dimostrato di essere tenaci e caparbi, nella loro ricerca del sapere.

Hanno studiato duramente, fino ad ottenere una laurea presso un’università prestigiosa, come potrebbe essere la Cattolica del Sacro Cuore di Milano, alla quale sono seguiti Master e attività lavorative all’estero.

Poi l’improvviso “salto di qualità”, che li catapulta nel firmamento del Parlamento Italiano: una carriera fulminea quanto imprevista, che ribalta tutta la logica del pensiero “jurassico”.

Che ci fanno, dunque, in Parlamento questi “fighettini”, senza esperienza sul territorio?

Pretendono forse di governare l’Italia? Che orrore, vero?

Io però continuo orgogliosamente a pensare che questi giovani inesperti siano in qualche modo ancora vergini, portatori sani di pensieri puliti e innocenti, che li ha risparmiati dai giochi di potere e dalle opportunistiche alleanze a cui ormai sono abituati i cittadini preistorici come me.

Non hanno ancora sperimentato il fantascientifico coinvolgimento in governi ombra, né hanno ricoperto il ruolo di burattinai, chiamati a muovere le fila di una politica corrotta e corruttibile, come quella che per anni ha ammorbato l’aria del nostro Bel Paese.

Attualmente possono essere eletti alla Camera dei Deputati i cittadini italiani che abbiano compiuto il 25° anno di età (Costituzione – Art. 56 terzo comma) e al Senato coloro che abbiano compiuto il 40° anno di età (Costituzione art. 58 Secondo comma).

Non è richiesta alcuna particolare esperienza, salvo la volontà di operare per il bene del Paese.

Sì, forse quella che manca loro è una sufficiente pratica sul campo, ma perché anziché sostenere e guidare i nostri ragazzi verso l’acquisizione delle necessarie competenze, noi giurassici li affossiamo senza pietà, semplicemente perché non hanno ancora (e meno male) “le mani in pasta” come diceva la mia mamma?

Forse per l’invidia di non aver avuto una vita “facile” come la loro? O si tratta di rammarico per non aver potuto studiare in prestigiosi atenei, o volare all’estero e conoscere il mondo?

O forse perché non sono figli nostri? Eh già… se fossero figli nostri posteremmo sui social i selfies che li ritraggono al nostro fianco di genitori orgogliosi e soddisfatti delle loro conquiste.

Invece i figli degli altri restano soltanto dei fighettini presuntuosi e supponenti, che dovrebbero inchinarsi con umiltà di fronte al bagaglio delle nostre esperienze, frutto della nostra tanto osannata gavetta.

Ripenso alla carriera dei docenti, che, ai miei tempi preistorici, partiva proprio da un periodo di apprendistato, al termine del quale si diventava “di ruolo”, ottenendo “la patente” di maestro.

Questa promozione avveniva più o meno intorno ai 25 anni e solo rari e particolarmente fortunati individui riuscivano a superare un regolare concorso (indetto a cadenza biennale), senza nemmeno un giorno di supplenza nel loro curriculum vitae.

Poi, dal 1975 in avanti, i tempi si sono allungati e da allora i concorsi per il reclutamento del personale si possono contare sulle dita di una mano.

Quindi anche la gavetta si è allungata e, ai giorni nostri, si diventa insegnanti “a tempo indeterminato” a sessant’anni.

È questo che vogliamo augurare ai nostri giovani?

Vogliamo davvero aspettare che diventino jurassici come noi, prima di poter aprire la bocca?

Nella preistoria della mia infanzia, prima di imparare a suonare uno strumento musicale si doveva studiare teoria e solfeggio, almeno per un anno.

Ore e ore di apprendistato prima di poter mettere le mani su uno strumento.

Oggi nelle scuole di musica si suona fin dai primi giorni, mentre contemporaneamente si imparano le nozioni teoriche.

Già, ma qui non è in gioco il futuro l’Italia!

Le stecche musicali non rischiano di produrre terremoti politici o economici.

Ma in realtà cos’è che ci spaventa?

Il fatto che le nuove generazioni stiano incominciando ad “alzare la testa” rispetto ai loro padri?

Ci fanno più paura gli inevitabili errori che la new generation potrebbe compiere o continuare ad allinearci ad un modus vivendi che ormai conosciamo bene, che ci indigna e ci fa gridare allo scandalo ogni giorno, ma che non ci riserva sorprese, se non quella di poter dire che “si stava meglio quando si stava peggio”?

Per favore, abbandoniamo quello sguardo torvo nei confronti dei giovani e incoraggiamoli, sosteniamoli, guidiamoli ad integrare le loro conoscenze con le nostre; contemporaneamente impariamo da loro a cercare il sapere, senza vergognarci di ammettere che forse anche loro hanno qualcosa da insegnarci.

Informazioni su Marina Perozzi

Nata a Milano nel 1955, sono ex insegnante di scuola primaria, ormai in pensione. Innamorata del lago fin dall'infanzia, vivo a Maccagno con Pino e Veddasca, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dal 1979. Appassionata di fotografia, musica e tecnologia, occasionalmente scrivo sulla stampa locale articoli sugli eventi sulturali del territorio.
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