Una cosa è certa: questa pandemia da Corona Virus ha completamente ridisegnato il pianeta, sia dal punto di vista finanziario che sociale, ma anche sul fronte dello spostamento dei popoli, sia a causa delle restrizioni sulle mete dei loro viaggi, che per ragioni più squisitamente economiche.
Non a caso il settore turistico, soprattutto per un paese come l’Italia, che di questo principalmente vive, è quello più in crisi e su cui si sta infiammando il dibattito, non solo politico.
Questa rimodulazione della società, però, potrebbe essere l’occasione per rivedere anche le nostre abitudini quotidiane rispetto ai territori in cui viviamo.
Mi riferisco allo stile di vita che, nel corso degli anni, ci aveva progressivamente portato ad abbandonare i “luoghi” in favore di “non luoghi” sempre più impersonali, fagocitanti e alienanti.
Mi riferisco all’espansione dei centri commerciali, all’introduzione della parola “Iper” in tutti i nostri comportamenti, a cominciare da quelli alimentari.
“Non luoghi” aperti h24, 7 giorni su 7, che, come sirene ammaliatrici, hanno progressivamente creato bisogni e necessità crescenti, offrendo in cambio la possibilità di soddisfare ogni nostro desiderio, fino a farci perdere il senso del necessario rispetto a quello del superfluo.
Se vogliamo aggiungere anche il mercato delle vendite online, che offre la possibilità di ricevere tutto comodamente al proprio domicilio, abbiamo ottenuto la quadratura del cerchio.
È innegabile che questa pandemia abbia fortemente penalizzato i rapporti umani e la reciprocità, anche se in questo momento è quanto mai indispensabile non dimenticare che il “distanziamento sociale” può ancora salvarci la vita, quella fisica, intendo.
Ben venga, dunque, il progresso, con la sua evoluzione tecnologica, che ci ha permesso comunque di sopravvivere meglio di come si sono trovati a sopravvivere coloro che affrontarono l’influenza “spagnola” nel 1918, o le pestilenze dei secoli precedenti.
Come ho già avuto modo di dire, non intendo demonizzare il progresso, l’evoluzione tecnologica, l’opportunità di offrire posti di lavoro, la possibilità di fare acquisti anche per chi non ha tempo di farlo durante il giorno o durante la settimana: non auspico un “ritorno al passato”, anacronistico e improponibile.
Tuttavia mi resta questo chiodo fisso: quanto tempo avranno, ancora, per sopravvivere, i negozi e gli esercizi commerciali di quartiere (o di paese), quando si riapriranno definitivamente i confini tra comuni, regioni, stati?
In questi due mesi gli slogan imperanti sono stati “Tutto andrà bene”, “Uniti ce la faremo”, ma con l’introduzione della “Fase 2” si notano già le prime fughe verso luoghi e attività più convenienti.
Durante i due mesi di quarantena non erano mancati malumori nei confronti dei negozi che non disponevano delle proprie marche preferite, o della mancanza di offerte speciali, tuttavia l’obbligo di ubbidire alle regole aveva dissuaso i più da pericolose fughe verso l’esterno.
Sono bastati pochi giorni, a partire dalla data spartiacque del 4 maggio, e improvvisamente siamo stati contagiati da una sorta di amnesia collettiva, che si sta propagando con la stessa velocità del Covid19, facendo ripiombare le periferie nello stato di precarietà e di abbandono della pre-pandemia.
Chissà se continueremo ad approvvigionarci dal contadino o dall’allevatore a km zero, che ci hanno portato a domicilio i prodotti genuini; chissà se ci ricorderemo del ristorante, della pizzeria, della pasticceria che hanno fatto altrettanto e poi si sono organizzati con il servizio take away, per sollevarci dall’ansia e dalla depressione della forzata quarantena.
Chissà se ci ricorderemo che nei giorni della farina e del lievito introvabili, il negozio sotto casa ce l’ha procurata. Tutti presi dal furore del “fai da te”, cucinando il pane, i dolci, le focacce, abbiamo saccheggiato le ricette dei vari siti Internet stile “Giallo zafferano” per dimostrare che questo maledetto virus non aveva piegato la nostra resistenza alla mala sorte.
Ma è bastata una settimana per voltare le spalle agli scaffali della bottega, lasciandoli desolatamente colmi di pacchetti di farina invenduti, esattamente come prima del lock down, quando quel prodotto non interessava a nessuno.
Il mutamento improvviso del tenore di vita di tante famiglie è sicuramente cambiato, a volte addirittura dal giorno alla notte, in poche settimane, ma è stata sconvolta anche l’esistenza di tanti piccoli commercianti, artigiani, lavoratori in proprio, di dipendenti di esercizi commerciali e piccole ditte, che i proprietari saranno costretti a mettere in cassa integrazione, perché non più in grado di pagare loro salari e stipendi.
Chissà quanti di noi si ricorderanno che due mesi fa cantavamo dai balconi “Uniti ce la faremo”, sventolando la bandiera italiana…
Ora siamo tutti un po’ più poveri, è vero e qualcuno sta sperimentando sulla propria pelle o su quella dei propri figli il significato di differenza di classe, che non è mai stata sconfitta, ma soltanto camuffata, nascosta sotto “mentite spoglie”: mi riferisco alla DaD (la famigerata Didattica a Distanza) e a tutti quegli scolari che, a causa della mancanza di dispositivi tecnologici, ma soprattutto di connessioni sicure, veloci, stabili e a prezzi convenienti, hanno avuto e avranno difficoltà a restare connessi con il mondo della scuola.
Così, mentre docenti e dirigenti si affannano nella spasmodica ricerca di uno strumento di valutazione che possa promuovere tutti con equità e al riparo di eventuali ricorsi, facciamo finta di non sapere che l’anno 2020 diventerà esattamente come il ’68 e gli anni seguenti, segnati dal marchio infamante del “6 politico”, che declassò la preparazione di tanti giovani di allora agli occhi dei probabili datori di lavoro.
Allora si trattò di rivoluzione, di scontro ideologico, in qualche modo di “scelte”, qui stiamo parlando di una tragedia planetaria imprevista (o forse no, ma questa è un’altra storia) che, almeno nella morte, ci ha disgraziatamente livellati, decimando parte della generazione anziana, ma altrettanto indelebilmente marchierà i nostri ragazzi, che non potranno più contare sull’aiuto dei loro genitori, né pianificare il proprio futuro lavorativo.
Allora proviamo a rileggere quella frase “Uniti ce la faremo” in un’ottica di vera collaborazione di popolo e non di semplici condivisioni di slogan pubblicitari sui social: proviamo a sostenere concretamente l’economia dei nostri quartieri, delle nostre cittadine, anche se fare la spesa costerà un po’ di più rispetto alle grosse catene di distribuzione.
Proviamo ad accogliere e favorire un turismo che non sia d’assalto, che contribuisca a far crescere il luogo in cui i villeggianti possiedono le seconde case.
Proviamo ad allargare il concetto di comunità, spostando il nostro raggio d’azione dal nostro nucleo famigliare al paesello e contemporaneamente alimentiamone le microeconomie.
Ci vorrà tempo, spenderemo certamente qualcosa in più, accettando una “povertà” collettiva, che tuttavia ci permetterà di salvare, o meglio, di riacquistare la capacità di cooperare per il bene comune: solo così “Andrà tutto bene” avrà un reale significato di ottimismo e di speranza.