Serve ancora saper leggere?

Quanto leggiamo? Che cosa leggiamo? Quanto tempo dedichiamo alla lettura? E soprattutto: leggiamo ancora libri, riviste, giornali cartacei?

Domande retoriche, perché conosciamo già la risposta: viviamo nell’era in cui l’esigenza di essere sempre ”sul pezzo”, ha messo in crisi la stampa cartacea, che non riesce e non può, per sua natura, tenere il passo con la tecnologia.

E i quotidiani, i settimanali, perfino i mensili, che avrebbero la possibilità di approfondire e riflettere/far riflettere, sono sempre meno appetibili, perché devono fare i conti con lo spazio assegnato agli sponsor, senza i quali non potrebbero economicamente sopravvivere; ogni pagina è oggetto di competizione fra parole, pubblicità e foto, la quotazione della cellulosa ha raggiunto cifre record, ma soprattutto ci si deve misurare con il progressivo “analfabetismo di ritorno” dei lettori, che, di fronte a testi troppo lunghi/densi/articolati rinunciano alla lettura.

La comunicazione diventa sempre più essenziale, fatta di poche informazioni che, a volte, non varrebbe nemmeno la pena di pubblicare, perché comunque superate dagli aggiornamenti in tempo reale offerti dalle testate online, dai social, dai blog, dalle Apps, dagli influencer.

Il luinese prof. Roberto Radice, allievo e collaboratore del filosofo Giovanni Reale, in una bella intervista andata in onda su Rete 55 il 25 luglio scorso ha lanciato un grido d’allarme sull’evoluzione della comunicazione, che tende a diventare sempre più breve, ridotta addirittura a slogan e nulla più, privata di tutta l’elaborazione del ragionamento.

E pensare che proprio l’online permetterebbe di poter scrivere quasi “ad libitum”, senza l’ansia del numero di caratteri da rispettare, in funzione della presenza o meno di foto allegate, della dimensione del font, della spaziatura tra paragrafi e tutto ciò che costringe a forzate compressioni del pensiero.

Già, ma ormai siamo abituati ad una vita a misura di telecomando, siamo esperti di zapping tra una notizia e l’altra, dove, prima ancora di iniziare, veniamo informati del tempo medio di lettura, così da decidere preventivamente quanto tempo vogliamo “perdere” prima di passare oltre.

Abbiamo perso il piacere di assaporare la conoscenza, di emozionarci con una lettura lenta, meditata, che, come dice il prof. Radice, “si accompagna alla scrittura, dove lo scrittore deve fingere e sperare di sapere che il suo scritto andrà nelle mani di qualcuno che lo capisce”

Ma forse non è più necessario scrivere, perché non siamo più in grado di leggere e il nostro cervello si sta a poco a poco trasformando in un groviglio di ingranaggi arrugginiti.

Nel 1976 il linguista Tullio De Mauro aveva condotto una ricerca per verificare quante parole conosceva un ginnasiale. Il risultato fu: 1600 circa. Nel 1996 il numero scese a 600/700 parole. Oggi sicuramente non arriviamo alle 300 parole. È pur vero che ad ogni parola caduta in disuso corrispondono altrettanti neologismi, ma di quante parole abbiamo bisogno per essere in grado di formulare un pensiero? Il filosofo Heidegger sosteneva che “riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponda una parola”. Ma forse la parola non serve più, così come non serve più saper leggere, dato che i video sono più immediati, così come non serve imparare le tabelline, visto che esiste la calcolatrice…

Eh già, viviamo nell’era delle immagini. La stessa TV è superata, come sono ormai fuori moda social media come Facebook, o piattaforme come YouTube, a favore di Tik Tok, Instagram e i suoi “reels”, che durano 15, 30, 60 secondi e che tra poco (ne sono sicura) diventeranno “subliminali”, con informazioni che il cervello assimila in modo inconscio, perché di durata così breve che il nostro occhio non fa in tempo a fissarli sulla retina.

Oggi la comunicazione gioca su tre concetti chiave: sintesi, velocità di lettura, tempistica dell’informazione. E il contenuto? Non importa. A che serve assimilare dei concetti, ragionare, approfondire, se non a confonderci le idee, ammesso di possederne e rischiando magari di scoprirci non in linea con il pensiero dominante?

https://www.rete55.it/trasmissioni-rete55/speciale-rete55/il-filosofo-radice-contro-lera-degli-slogan/?fbclid=IwAR1EKmm0Pynm69ZmVak_xsrUZ55Kb3RLJ9xkIFlltmLpMqh7E0rsyoIggMY

Informazioni su Marina Perozzi

Nata a Milano nel 1955, sono ex insegnante di scuola primaria, ormai in pensione. Innamorata del lago fin dall'infanzia, vivo a Maccagno con Pino e Veddasca, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dal 1979. Appassionata di fotografia, musica e tecnologia, occasionalmente scrivo sulla stampa locale articoli sugli eventi sulturali del territorio.
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