Buongiorno ragazzi! Oggi vi propongo una piccola verifica di Italiano, che consiste nell’analisi grammaticale di alcune parole.
Impegno: nome comune di cosa, maschile, singolare, astratto
Concreto: aggettivo qualificativo di grado positivo
Aria: nome comune di cosa femminile singolare, concreto
Fritta: aggettivo qualificativo di grado positivo
Impegno concreto/aria fritta: quale fra queste due espressioni è concreta e quale astratta?
Paradossalmente, quando si parla di impegno concreto, in realtà si usano parole che indicano qualcosa che non emette suoni, non si può vedere, né sentire, toccare o annusare: è un concetto astratto, appunto.
Quando invece si parla di aria fritta, ci si riferisce a qualcosa di tangibile: l’aria si percepisce quando il vento la muove, trasporta odori e profumi, suoni e rumori; è trasparente, ma con piccoli esperimenti scientifici da scuola primaria, si può anche dimostrare che è visibile e si può perfino toccare.
Ma nella lingua italiana le parole assumono anche significati diversi in relazione al contesto in cui vengono usate.
E il contesto di oggi è quello di carattere politico/amministrativo, soprattutto quando si parla di campagne elettorali.
Ecco, dunque, che quando si elencano, per esempio, una serie di azioni, situazioni, comportamenti, emozioni e perfino quando ci si appresta a stilare una serie di elenchi destinati a diventare insistenti e ripetitivi come litanie, l’espressione “Impegno concreto” diventa improvvisamente un macigno pronto a schiacciare tutti coloro che dubitano della sua esistenza.
L’aria fritta, invece, indica qualcosa che ha a che fare con le sbruffonate, con un inconcludente parlare a vanvera, con una serie di promesse da marinaio che non si avvereranno mai.
Illogico, vero?
Eh sì, e lo è ancora di più quando si vogliono contrapporre gli risultati di un buon governo a progetti che ancora non sono stati messi in pratica perché chi li ha ideati non ha ancora l’accesso al “palazzo”.
Ci troviamo così di fronte ad una carrellata di opere che può essere paragonata a una valanga che si abbatte sugli inermi cittadini impedendo loro quasi di respirare, di pensare e di ragionare.
Si tratta di un eccesso di zelo da parte di chi è vittima di un’incontenibile ansia da prestazioni, che rischia di trasformarsi in una sorta di delirio di potere, facendogli dimenticare che la bontà di un buon governo è direttamente proporzionale alla capacità di saper lavorare in gruppo, in modo cooperativo.
Nella vita politica, e proprio nell’ambito degli enti locali, questo concetto di squadra spesso è ancora considerato dispersivo, perché non permette al leader il controllo totale della situazione e allora è preferibile non chiedere la collaborazione delle opposizioni e addirittura non si rendono partecipi delle proprie decisioni nemmeno gli stessi collaboratori stretti.
Allora il primo cittadino di un paese diventa una sorta di commissario, o meglio di sceriffo, il cui potere si autoalimenta e con il passare del tempo cresce a livello esponenziale, fino al punto da fagocitare qualsiasi tentativo di dialogo o di dialettica.
Con una simile impostazione di governo, è difficile ipotizzare che cosa potrebbe accadere nel caso in cui, anche solo temporaneamente, un sindaco-sceriffo di questo genere dovesse essere impossibilitato al governo del paese.
Ecco perché, in questa pausa di riflessione tra il recente voto amministrativo e il ballottaggio che ci aspetta a giorni dovremo scegliere tra l’immobilismo del vecchio assetto di stampo “monarchico” e la proposta di un lavoro di squadra giovane e dinamico.
Fortunatamente abbiamo anche la consapevolezza di vivere in un territorio che, per una serie di positive circostanze, non si può certo definire zona depressa e non ci si è mai trovati costretti ad elemosinare contributi dal governo centrale.
Il problema non è che cosa lasciarsi alle spalle, se dovessimo cambiare rotta, perché tutto ciò che è stato realizzato nel corso degli anni è frutto dei compiti che ogni primo cittadino è chiamato a svolgere durante il suo mandato, amministrando oculatamente e intelligentemente le ricchezze che possiede e non il risultato delle azioni eccezionali e sovrumane di un supereroe.
Il vero salto nel nulla, dunque, è l’aver paura di ragionare su queste due concezioni di governo della cosa pubblica.
Da un lato le proposte di gruppo affiatato, con competenze diversificate, in grado di dividersi i complessi compiti di funzionamento della macchina amministrativa, sotto la guida di un coordinatore.
Dall’altro la prospettiva di avere ancora un uomo solo al comando, “concretamente impegnato” a non prendere in considerazione il contributo delle idee e delle proposte altrui, sia che provengano dall’interno della sua stessa casa comune o dall’opposizione.
Un uomo così non è una divinità infallibile e dotata di superpoteri, ma una persona che vive in modo anacronistico, imprigionata in un immobilismo tale da avviarla pericolosamente verso il sentiero dell’autodistruzione, con il rischio di vanificare anche quell’impegno concreto di cui va tanto orgoglioso.
E l’inganno psicologico che si cela in ogni ballottaggio, purtroppo, è l’idea che si tratti di un testa a testa fra due capilista, facendo dimenticare invece che, dietro di loro c’è ancora il resto dei candidati, relegati in un limbo che rischia di cancellarli dalla competizione rendendo vane le preferenze a loro accordate durante la prima tornata elettorale.